NutriPillole — Lo zafferano
Zafferano

  • Nome comune: zafferano
  • Nome scientifico: Crocus sativus, una piante della famiglia delle Iridaceae
  • Che cos’è: una spezia ricavata dallo stimma (parte femminile del fiore)
  • Dove si trova: è coltivata in Asia minore e in molti paesi del bacino del Mediterraneo
  • A cosa serve: in passato utilizzato a scopi medici, oggi si usa in cucina come spezia o come colorante naturale

Il nome deriva da una parola araba che significa giallo. Il più antico documento che ne descrive l’utilizzo è un papiro egizio databile al 1500 a.C.

È uno degli ingredienti più costosi presenti nelle nostre cucine. Un chilogrammo di zafferano richiede la raccolta a mano di oltre 100.000 fiori e può costare diverse migliaia di euro. La raccolta, inoltre, va fatta nelle prime ore del mattino, prima che i fiorellini viola si aprano al sole, al fine di evitarne danneggiamenti che ne pregiudicherebbero la qualità. A causa del suo valore, non è infrequente incappare in partite adulterate con altri ingredienti vegetali (il cartamo o la curcuma), o con prodotti chimici.

La polvere preziosa, ottenuta dopo un lento processo di essiccazione, può andare incontro a processi fermentativi che ne altererebbero il colore e l’aroma, per cui deve essere attentamente protetta dalla luce e dall’umidità.

Il suo colore acceso e il suo aroma inconfondibile sono dovuti a una miscela di sostanze naturali, tra cui la crocina, un potente colorante e antiossidante; è recentissima la scoperta del gene che codifica per l’enzima responsabile della sua formazione.

Si potrà, con la biotecnologia, riprodurre anche un perfetto risotto alla milanese?

Per approfondimenti:

Biologico è meglio… forse
Mais biologico

L’agricoltura biologica è una particolare tecnica che prevede la coltivazione di frutta, ortaggi e verdura senza l’uso di fertilizzanti e pesticidi di origine sintetica (mentre sono permessi quelli di origine naturale). Nel 2009 uscì una revisione sistematica (un tipo di lavoro che dà lo stato dell’arte delle conoscenze fino a quel momento) che voleva far luce sulle reali proprietà del cibo biologico. I ricercatori, in un articolo pubblicato su «American Journal of Clinical Nutrition», conclusero che non c’era alcuna differenza nutrizionale tra i cibi biologici e quelli convenzionali: la quantità di antiossidanti, polifenoli e altre molecole che influenzano positivamente o negativamente la nostra salute sono uguali tra i due tipi di prodotti.

Recentemente però è uscita una nuova revisione sistematica, pubblicata sul «British Journal of Nutrition». Questa si appoggia su un numero maggiore di articoli e giunge a conclusioni diametralmente opposte: nel cibo biologico c’è una quantità nettamente inferiore di pesticidi (circa quattro volte di meno) e di cadmio (circa la metà), mentre antiossidanti e polifenoli sono presenti in quantità maggiore. Una buona notizia per i sostenitori del bio, almeno così sembrerebbe. Poco tempo dopo l’uscita di questo articolo però esce un commento su «Nature» a riguardo, che cerca di fare un ragionamento, un riassunto di quel che si è appreso fino a oggi con un po’ di raziocinio. Si legge in questo editoriale che il maggior numero di studi compresi nella revisione (343 contro 55) non è per forza garanzia di maggiore qualità, perché vengono inclusi anche quelli un po’ più deboli:

It is good to be thorough: the study examines all of the available evidence so far. But in a field in which research quality can be hit and miss, it can be better to be cautious. The authors would perhaps have generated more confidence in their results if they had been more selective. But such selection, inevitably, raises questions about how it is done.

Traduzione
È lavoro approfondito, che esamina tutte le prove, ma in un campo in cui la qualità della ricerca può non essere sempre raggiunta, è meglio essere cauti. Gli autori forse avrebbero potuto generare risultati più affidabili se fossero stati più selettivi , in questo modo non possono non nascere dubbi.

Il commento poi si spinge anche a valutare il giudizio salutistico positivo sul biologico: se è vero che questa ricerca dimostra (con le incertezze dette prima) che l’agricoltura biologica arricchisce di antiossidanti quali flavonoidi e acidi fenolici i prodotti, non è così scontata l’azione sulla salute di questi componenti. Esistono indizi, studi non definitivi, che queste molecole possano apportare un beneficio alle persone, ma non c’è niente di certo. L’editoriale si conclude con un monito:

La ricerca dovrebbe essere focalizzata soprattutto sul cuore del problema: la fornitura di cibo più nutriente per più persone e in maniera più sostenibile.

Bibliografia

I semi di Chia

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Serena Ravasini, Biologo Nutrizionista, sulle proprietà dei semi di Chia

I semi di Chia

I semi di Chia sono ricavati da una pianta biennale chiamata Salvia hispanica, della famiglia delle Labiatae (la stessa di Salvia officinalis, timo, rosmarino, basilico, menta, origano…), nativa dell’America centrale e meridionale. Questa pianta viene coltivata principalmente per i suoi semi, le cui proprietà benefiche erano già note alle civiltà Precolombiane e Azteche. Il nome Chia, infatti, in Azteco significa “forza” proprio perché era credenza che, grazie a questi semi, si potesse trarre la forza per vincere le battaglie.

I semi di Chia sono molto piccoli, ovali, dal colore variabile dal nero al grigio fino al nero chiazzato di bianco. Sono croccanti e con un sapore abbastanza neutro. Questi semi si conservano per lunghi periodi senza alterazioni né nelle caratteristiche organolettiche né nel valore nutritivo.

Nonostante le caratteristiche nutrizionali varino molto a seconda del luogo di coltivazione, della temperatura e dello stadio di maturazione, in generale i semi di Chia sono noti per il loro contenuto in acidi grassi essenziali, omega 3 e omega 6. L’alto contenuto di questi acidi grassi, indispensabili perché non sintetizzabili direttamente dal nostro organismo, è da tempo confermato essere importante per ridurre i livelli plasmatici di colesterolo e trigliceridi, garantendo il benessere cardiovascolare e proteggendo da patologie quali il diabete e la sindrome metabolica. Essi inoltre sono i precursori di numerose sostanze antinfiammatorie, assicurando così la salute di tutto l’organismo.

Oltre a queste, i semi di Chia possiedono molte altre importanti proprietà nutritive meno note; sono infatti anche un’ottima fonte di calcio, ferro, fosforo, magnesio e potassio e sono ricchi di vitamine e antiossidanti. Sono un’ottima fonte di proteine vegetali (15-25%) di buon valore biologico, questo significa che contengono numerosi aminoacidi essenziali (in particolare metionina, lisina e cisteina) e per questo possono essere indicati come integrazione per chi segue un’alimentazione di tipo vegetariano. Tuttavia le proteine contenute nei semi di Chia risultano difficilmente digeribili, perciò può essere utile consumarli sotto forma di farina, dove risultano molto più assorbibili.

Un’altra caratteristica poco conosciuta è l’elevato contenuto di fibra (18-30%), in particolare di tipo solubile, in grado di formare un gel all’interno dello stomaco, riducendo l’assorbimento del colesterolo, rallentando l’assorbimento degli zuccheri (contribuendo in questo modo a mantenere stabile la curva glicemica) e inducendo senso di sazietà. Naturalmente privi di glutine, questi semi possono essere utilizzati tranquillamente da chi soffre di intolleranza alle sue proteine o di celiachia.

Utilizzare i semi di Chia, senza superare la dose consigliata di 15-20 g al giorno, è abbastanza semplice. Grazie al loro sapore neutro sono molto versatili e possono quindi essere aggiunti ai cereali della colazione, uniti all’insalata che si consuma a pranzo o a cena, o inseriti in una zuppa ai cereali. Possono essere anche utilizzati come guarnizione per tartine o finger food. Insomma, l’unico limite è la fantasia.

Dottoressa Serena Ravasini

Fonti:

Sarcopenia e alimentazione

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Manuela Fè, Biologo Nutrizionista, sulla sarcopenia

Sarcopenia e alimentazione

La sarcopenia è la progressiva perdita di tessuto muscolare che porta a fragilità, stanchezza, declino funzionale e, talvolta, a gravi difficoltà motorie.

La perdita di muscolo scheletrico è principalmente legata all’avanzare dell’età ed è un processo fisiologico, che può aggravarsi però a seguito di una vita troppo sedentaria e di una cattiva alimentazione.

Il dispendio energetico è direttamente correlato alla percentuale di massa magra, metabolicamente attiva; quindi, il mantenimento di una buona composizione corporea, con conservazione della massa muscolare, aiuta a mantenere più alto il tasso metabolico. Inoltre, una muscolatura in buona salute contribuisce a migliorare la densità ossea e la sensibilità all’insulina, prevenendo patologie associate all’età come osteoporosi e diabete di tipo II.

È quindi di estrema importanza prevenire la perdita muscolare in età avanzata, così come stimolare il mantenimento della forza a tutte le età.

Al di là dei cambiamenti ormonali e dell’attività fisica, una nutrizione inadeguata può contribuire allo sviluppo della sarcopenia e peggiorare l’inevitabile perdita di massa e funzionalità muscolare. Da molti studi emergono le interazioni tra diversi fattori nutrizionali e massa muscolare, forza e performance atletica, evidenziando sempre di più il ruolo della nutrizione sia nella prevenzione della sarcopenia, sia nel miglioramento della performance atletica.

Uno dei fattori più importanti per prevenire la perdita muscolare è fornire con la dieta un adeguato apporto energetico, insieme a una giusta quantità e qualità di proteine della dieta (0,8-1,0 g per kg di peso corporeo), poiché una dieta povera di amminoacidi essenziali limiterà la sintesi di proteine muscolari.

Adeguati livelli di vitamina D sono importanti per la funzionalità muscolare e la sintesi di nuove proteine, come anche i livelli di antiossidanti assunti con la dieta, in particolare il beta carotene, che contribuisce a proteggere i muscoli dal danno ossidativo. Infine per una buona salute muscolare è importante diminuire il livello di infiammazione tissutale, anche attraverso un buon apporto di acidi grassi omega-3.

Per quanto riguarda l’esercizio fisico, il miglior modo per preservare e migliorare il nostro patrimonio muscolare è abbandonare abitudini troppo sedentarie e praticare regolarmente sport.

Dottoressa Manuela Fè

Per approfondimenti:

Il rooibos: un’infusione di benessere

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Raffaella Pozzi, Biologo Nutrizionista, sulle proprietà del rooibos

Rooibos

Il rooibos, Aspalathus linearis, è una pianta appartenente alla famiglia delle Legumionse che cresce esclusivamente in Sud Africa, nella regione del Cederberg.

Il termine “rooibos” è la traduzione afrikaans dall’inglese red bush, cioè cespuglio rosso.

Le prime informazioni risalgono al 1772 grazie al botanico Carl Humberg. Tuttavia occorre attendere fino al 1904 per avere una sua conoscenza su scala mondiale. Fu infatti Benjamin Ginsberg, un colono sudafricano di origine russa e discendente di una famiglia di commercianti di tè, a promuoverne la coltivazione. Nella seconda metà degli anni novanta Annique Theron, una dottoressa sudafricana, incominciò a investigare le proprietà salutari di questo arbusto e le sue componenti chimiche.

Il rooibos è chiamato impropriamente anche tè rosso ed è naturalmente privo di caffeina. Le foglie vengono tritate, arrotolate, fatte fermentare con il vapore ed essiccate con aria calda. Il basso contenuto di tannini conferisce all’infuso delle sue foglie un sapore dolce e permette di apprezzare la bevanda senza dolcificarla.
Adatto anche ai bambini, ha proprietà digestive e carminative. Contiene inoltre vitamina C e numerosi minerali quali magnesio, calcio, zinco, ferro e fosforo.

Uno studio del 2010 condotto dall’INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) ha evidenziato le proprietà antiossidanti del tè rosso ed è stato dimostrato che berne ogni giorno contribuisce a rafforzare la protezione contro i danni causati da un eccesso di radicali liberi.

Recentemente sono state attribuite al rooibos proprietà ipoglicemizzanti e anti-obesogene. Studi effettuati, sia in vitro che in vivo, hanno attribuito la capacità ipoglicemizzante in particolare a un flavonoide, l’aspalatina, e a un glucoside, il PPAG o Z-2-(-D-glucopyranosyloxy)-3-phenylpropenoic acid. Le proprietà ipoglicemizzanti dell’aspalatina sono esacerbate dalla rutina, un glicoside flavonico contenuto in grandi quantità negli asparagi, nella scorza degli agrumi e nei frutti di bosco. Uno studio condotto nel 2013 ha dimostrato anche che il rooibos inibisce l’adipogenesi e influisce sul metabolismo lipidico, suggerendo un suo potenziale uso per prevenire l’obesità.

Bevuto in qualsiasi momento della giornata, sia caldo sia freddo, l’infuso di rooibos risulta quindi essere una bevanda a tutto tondo, ottima sia dal punto di vista nutrizionale sia da quello funzionale, adatta a tutte le età. È ideale per la prima colazione così come per la merenda, oppure come digestivo bevuto caldo subito dopo i pasti.

Per la preparazione dell’infuso aggiungere un cucchiaino in 200 ml di acqua bollente, lasciando in infusione per 5-10 minuti.

Dottoressa Raffaella Pozzi

Per approfondimenti:

Speciale spezie: lo zafferano

Pubblichiamo oggi il contributo del dottor Luca Muzzioli, Biologo Nutrizionista, che ci parla di zafferano 

Zafferano

Lo zafferano deriva dal fiore della pianta Crocus sativus, appartenente alla famiglia delle iridacee. Tipicamente mediterranea, questa pianta è oggi coltivata soprattutto in Medio Oriente e in Asia: l’80% della produzione mondiale di zafferano avviene infatti in Iran. In Italia le colture più estese si trovano nelle Marche, in Abruzzo e in Sardegna.

La spezia è ricavata dagli stami del fiore di Crocus che in autunno vengono raccolti di primo mattino allo sbocciare del fiore. Gli stami sono rimossi manualmente e poi essiccati; sono necessari ben 200.000 fiori per produrre un chilogrammo di questa spezia. Questo procedimento lungo ed esclusivamente manuale ne fa la spezia più cara al mondo.

La parola zafferano proviene dal latino safranum e trova la sua origine nella parola araba za’farān (نعفرأز) che deriva dal sostantivo usato per la parola “giallo”. Fin dall’antichità lo zafferano è sempre stato considerato di elevato valore: nell’Iliade si dice che gli Dei indossavano vesti e mantelli color zafferano e questa spezia era utilizzata in numerose cerimonie religiose propiziatorie; nell’antica Roma diventò uno dei simboli del lusso, tanto che per accogliere Nerone tutte le vie di Roma ne venivano cosparse e l’Imperatore Marco Aurelio faceva il bagno soltanto in acqua profumata di zafferano cospargendo di tale spezia la casa e la sala da pranzo durante banchetti e cerimonie.

La spezia prodotta dal Crocus sativus contiene più di 150 sostanze al suo interno1. Lo zafferano è infatti molto ricco di terpeni, flavonoidi, antocianine e carotenoidi. Appartenenti a quest’ultima categoria sono la zeaxantina, il licopene ed altri alfa-beta caroteni che danno allo zafferano alcune delle sue peculiarità. Ad esempio, il colore giallo-oro che la spezia conferisce alle pietanze – e che la rende molto utilizzata nell’industria alimentare come colorante – è dovuto alla presenza di crocina; il suo caratteristico sapore amaro è derivato dalla picrocrocina mentre il suo odore è dato dalla sostanza volatile safranale2.

In cucina lo zafferano ha bisogno di essere conservato in recipienti ermetici di vetro, lontano da fonti di calore e dalla luce, al fine di preservarne le caratteristiche organolettiche e le proprietà antiossidanti. Per una preparazione culinaria si consiglia di porre i pistilli interi a bagno in poca acqua molto calda, al fine di sviluppare colore e aroma, per qualche ora prima del loro utilizzo e di aggiungere il preparato ai cibi solo nella fase terminale della cottura; di solito bastano circa cinque pistilli per persona per insaporire con poche calorie qualsiasi piatto.

Nella cucina indiana lo zafferano è un ingrediente fondamentale del curry, viene usato in Spagna nella preparazione della paella e in Sicilia è apprezzato nei classici arancini di riso e nei dolci. Essendo una spezia molto versatile può essere impiegata in piatti a base di pesce, carne, verdure e può dare un tocco insolito anche nella ricette di pasticceria.

Gli effetti benefici dello zafferano sono noti nelle culture asiatiche fin dai tempi antichi, nella medicina ayurveda era utilizzato contro i crampi, l’asma, gli spasmi bronchiali, i disordini mestruali e i disturbi epatici, anche se per molti di questi effetti la medicina moderna non ha riscontrato alcun reale beneficio. Al contrario, in dosi farmacologiche è tuttora utilizzato come antiossidante, stimolante3, afrodisiaco e come antidepressivo4. Negli ultimi anni la ricerca scientifica si è concentrata sullo zafferano per i suoi effetti come potenziante della risposta immunitaria e per la riduzione del rischio di malattie degenerative quali cancro e malattie cardiovascolari, grazie soprattutto alla sua azione antiossidante5. Difatti in numerosi studi in vitro è stato dimostrato come lo zafferano abbia un effetto citotossico selettivo sulle cellule maligne con un’inibizione dose dipendente della formazione delle colonie tumorali6,7 mentre in numerosi studi in vivo vada a inibire la velocità di crescita tumorale aumentando la durata della vita8.

Dottor Luca Muzzioli

Bibliografia:

  1. Bathaie S.Z., Mousavi S.Z. — New applications and mechanisms of action of saffron and its important ingredients.Crit. Rev. Food Sci. Nutr. 2010,50:761–786
  2. Schmidt M., et al. — Saffron in phytotherapy: Pharmacology and clinical uses. — Wien Med Wochenschr 2007,157:315–319
  3. Abe K., Saito H. — Effects of saffron extract and its constituent crocin on learning behaviour and long-term potentiation. — Phytother Res 2000,14:149–152
  4. Akhondzadeh Ss, et al. — Crocus sativus L. in the treatment of mild to moderate depression: a double-blind, randomized and placebo-controlled trial. — Phytother Res 2005,19:148–151
  5. Abdullaev F.I. — Cancer chemopreventive and tumoricidal properties of saffron (Crocus sativus L.) — Exp Biol Med 2005),227:20–25
  6. Bolhassani A., et al. — Saffron and natural carotenoids: Biochemical activities and anti-tumor effects. — Bioch. et Bioph. Acta 2014,1845:20–30
  7. Abdullaev F.I., Espinosa-Aguirre J.J. — Biomedical properties of saffron and its potential use in cancer therapy and chemoprevention trials. — Cancer Detect Prev 2004,28:426–432
  8. Das I., et al.Saffron can prevent chemically induced skin carcinogenesis in Swiss albino mice. — Asian Pac J Cancer Prev 2004,5:70–76
Iperuricemia, un fattore di rischio emergente

Pubblichiamo oggi il contributo del dottor Andrea Deledda, Biologo Nutrizionista, che ci parla di iperuricemia

Iperuricemia

L’acido urico è un metabolita delle basi puriniche, componenti fondamentali degli acidi nucleici (DNA e RNA) e quindi delle nostre cellule.

L’iperucemia, ossia una condizione in cui vi sono elevati livelli di acido urico nel sangue, rappresenta un fattore di rischio per la gotta e per i calcoli renali (in questo caso di urato), ma anche, come è stato recentemente evidenziato, per la sindrome metabolica.

L’uomo, come altri primati, non possiede l’enzima uricasi, e per questo ha livelli più alti (fino a 10 volte) di acido urico rispetto agli altri mammiferi. L’omeostasi di questa molecola è regolata da diversi fattori: produzione epatica da una parte, flusso plasmatico e filtrazione glomerulare dall’altra. L’intestino, poi, espelle dal 25 al 35% dell’acido urico.

Nel rene l’acido urico viene filtrato, secreto e poi riassorbito per il 90%. Il riassorbimento viene ridotto da altri acidi organici che competono per lo stesso trasportatore, come ossalato, lattato e corpi chetonici. Inoltre possono concorrere ad aumentare i livelli di uricemia anche le diete a basso contenuto di carboidrati, l’insufficienza renale e malattie come la leucemia.

Sorprendentemente, l’acido urico è anche responsabile di oltre il 50% della funzione antiossidante totale nel plasma, ma questo solo in presenza di vitamina C. Non vi è ancora consenso se l’acido urico sia un fattore protettivo o di rischio; tuttavia, sembra che l’aumento acuto sia protettivo, mentre elevati valori cronici sembrano essere deleteri in seguito all’effetto pro-infiammatorio e pro-ossidante che aumenta il rilascio di IL-1, IL-6 e TNF-α, favorendo il catabolismo muscolare.

L’acido urico viene trasportato per la maggior parte legato all’albumina, senza la quale precipiterebbe molto facilmente alle normali concentrazioni plasmatiche. Proprio questa scarsa solubilità è alla base della gotta, dovuta alla deposizione di cristalli di acido urico a livello delle articolazioni.

L’iperuricemia è inoltre correlata a ipertrigliceridemia, ridotti livelli di colesterolo HDL e minore biodisponibilità di ossido nitrico, tutti fattori correlati con la sindrome metabolica.

La produzione di acido urico è influenzata dalle purine presenti nella dieta, che potrebbero innalzare l’uricemia, rispetto ai valori basali, da 1 a 2 mg/dL. Viene quindi normalmente suggerito di ridurre le carni più ricche in purine (vitello, pancetta, capretto, montone, tacchino, maiale, anatra, oca), mentre l’intake totale di proteine non sembra essere influente. Le proteine dei latticini sono correlate in maniera inversa con l’uricemia, forse per il loro effetto uricosurico (ne aumentano cioè l’escrezione urinaria) e per il loro scarso contenuto in purine. Anche alcuni vegetali (come asparagi, cavoli, spinaci e legumi) che solitamente si sconsigliano in caso di iperuricemia, non appaiono, in recenti studi, legati a un innalzamento dei livelli ematici di acido urico. Uno dei lavori citati (Zgaga et al.) ha anche messo in evidenza una mancanza di correlazione tra pesce e aumento dell’uricemia, che andrà verificata meglio in futuro.

Un fattore emergente responsabile di iperuricemia è il fruttosio ad alte dosi: nel suo metabolismo infatti la prima reazione (fosforilazione del fruttosio ad opera dell’enzima fruttochinasi) è molto veloce e non ha feedback negativo, mentre quella seguente (catalizzata dall’aldolasi B) è lenta. Così alti carichi di fruttosio determinano l’accumulo di fruttosio 1-fosfato e contemporanea deplezione di fosfati inorganici, carenza che a sua volta determina accumulo di ADP e AMP, catabolizzati quindi ad acido urico. Esiste però una differente risposta tra il fruttosio presente nella frutta e quello di origine industriale, forse dovuta alla contemporanea presenza nel primo di sali minerali e antiossidanti, in particolare vitamina C, che invece non sono presenti nel secondo. La vitamina C infatti aumenta l’escrezione renale di acido urico (uricosuria) e il suo intake è quindi inversamente proporzionale all’uricemia.

Anche il saccarosio (il comune zucchero da tavola, costituito per il 50% da fruttosio), il sorbitolo (convertito in fruttosio dal fegato), il lattato e le metilxantine (caffeina, teofillina e teobromina, contenute rispettivamente in caffè, tè e cacao) aumentano l’uricemia.

L’alcol incrementa i livelli di acido urico nel sangue aumentando la produzione epatica e riducendo l’escrezione renale. Un moderato consumo di vino non sembra avere effetti negativi, al contrario di superalcolici e birra.

Il caffè sembra ridurre l’uricemia per la presenza di antiossidanti, come l’acido clorogenico, che migliora la resistenza insulinica, fattore che aumenta l’escrezione renale di acido urico.

In sintesi, un’alimentazione ricca di carboidrati raffinati, bibite gassate, carni rosse e grasse, grassi poco salutari, o anche diete povere di carboidrati rappresentano un fattore di rischio per l’uricemia e la gotta, ma anche per le malattie cardiovascolari e renali; mentre un approccio di tipo mediterraneo, ricco di grassi salutari, frutta, verdura, cereali integrali e legumi e un adeguato consumo di pesce, carni bianche e latticini, risulta protettivo nei confronti di questo emergente fattore di rischio.

Dottor Andrea Deledda — Biologo Nutrizionista presso il Centro Obesità, AOU Cagliari
Sito web: Studio Dott. Andrea Deledda
Blog: nutrizione996

Per approfondimenti:

Bacche di Goji? L’ennesimo esempio di come drammaticamente speriamo di “comprare” la nostra salute

Pubblichiamo oggi il contributo del dottor Gianluca Bosetti, Biologo Nutrizionista, sui superfood

Bacche di Goji

Superfood” una parola sempre più di moda. Sì, perché a noi non interessa l’ordinario, a noi piace buttarci sull’extra-ordinario!
Tra i numerosi esempi ormai tutti abbiamo sentito parlare delle “miracolose” bacche di Goji, tanto che non solo hanno invaso le erboristerie (anche sotto forma di polvere di Goji essiccata, succo di Goji, eccetera), ma anche gli scaffali dei supermercati e — dulcis in fundo — perfino i negozi di piante.
Infatti, con stupore, qualche mese fa ho notato un cartello scritto a mano che ne reclamava la vendita proprio in un vivaio, fatto alquanto simpatico se si pensa che nel Regno Unito è illegale importare tali piante per la possibilità che fungano da vettore di malattie verso altre piante della stessa specie (parliamo di Solanaceae come il pomodoro e la patata, per intenderci, che non ci crederete ma per tanti aspetti sono altri due superfoods).

Di cosa stiamo parlando? Il Lycium barbarum (LB) è un arbusto spontaneo perenne appartenente appunto alla famiglia delle Solanaceae (proprio come patate, peperoni, melanzane, pomodori…). La Commissione Europea per la vigilanza sulla sicurezza alimentare ha definito sicuro il consumo delle bacche del LB come ingrediente alimentare e in Italia il Ministero della Salute indica il Goji nella lista degli estratti vegetali impiegabili come integratori antiossidanti (decreto legislativo 21 maggio 2004, n. 169).

Ancora una volta basta creare un’affascinante storia millenaria, attingendo a una provenienza mistica e remota come il Tibet (sebbene spesso non siano bacche Himalayane ma di provenienza cinese), con un tocco di medicina tradizionale: il gioco è fatto! Chi le usa come elisir di lunga vita, chi come dimagranti (nel patetico tentativo di compensare altri pasti non proprio salutari), chi come antiossidanti (magari per proteggersi dalla sigaretta in più fumata), chi semplicemente per arricchire la propria alimentazione con un cibo benefico. In fin dei conti, quanti si sono interpellati sull’impatto ambientale che può produrre il prelevare quintali di bacche dall’altro lato della Terra e portarle fino a casa nostra? Abbiamo forse pensato alle speculazioni che si creano? Aumentando la richiesta cresceranno le colture intensive o forse ci sono già piantagioni nel nostro paese? Sono davvero superiori ad altre bacche? E le virtù reclamate resteranno invariate? A proposito… di quali virtù stiamo parlando? Esattamente, perché spendere almeno 20 euro al kg per questo prodotto?

Le bacche di Goji hanno un altissimo punteggio ORAC (Capacità di Assorbimento dei Radicali dell’Ossigeno: misura il potere antiossidante degli alimenti). Infatti tra le varie sostanze contengono alte dosi di vitamina C, proprio quanto gli agrumi, vitamina E (un po’ meno dei lamponi e circa metà rispetto alle more), vitamina A quasi quanto l’uva ma pure sempre un terzo rispetto all’arancia, nonché altri fitonutrienti protettivi (per esempio la zeaxantina) come avviene nei frutti di bosco e nell’uva (ricca di resveratrolo), che hanno per giunta simili quantità di minerali come calcio e ferro, ma sono decisamente più poveri di sodio, che nelle bacche di Goji ha un valore 20 volte superiore.

Tuttavia negli ultimi anni abbiamo la tendenza a comprare qualsiasi prodotto purché “miracoloso” con l’obiettivo di migliorare la nostra salute fisica e mentale: un colpo basso per l’autostima, perché sarebbe un’offesa alla nostra intelligenza pensare davvero di risolvere o attenuare i nostri problemi con qualche palliativo anziché analizzandone le reali cause.

Ma più incoraggiamo questo atteggiamento illusorio come sprovveduti, più alimentiamo un mercato parallelo a solo vantaggio delle aziende più rapide nell’individuare e commercializzare il prossimo cibo miracoloso: non cambieremo le nostre abitudini alimentari, non miglioreremo il nostro stile di vita. Sicuramente è un tentativo “senza effetti collaterali” che val la pena tentare prima di rassegnarsi a dar retta al consiglio del povero nutrizionista di turno che per stare meglio o bruciare un po’ di grasso vi raccomanda un’alimentazione più equilibrata e della sana attività fisica! Invece gli effetti collaterali ci sono. Ci sono per l’ambiente, per il vostro portafogli ma soprattutto per la vostra mentalità, sempre più convinta che la soluzione ai problemi si compri con un semplice miracolo indolore e non con l’informazione e impegnandosi in una progressiva modifica di stili di vita sempre meno naturali e ormai privi di circadianità.

Poco importa quindi se in realtà queste bacche miracolose non hanno proprio niente in più dei nostri frutti di bosco e le loro proprietà antiossidanti sono quelle proprie di qualsiasi altra bacca: proprio come le bacche Acai dal Sud America o le Noni delle Hawaii il loro affascinante potenziale superiore di protezione non è confermato dalla letteratura scientifica (vedremo in seguito), difatti queste varietà di bacche “esotiche” non sono per nulla più efficaci delle più reperibili, economiche e locali varietà (mirtilli, fragole, lamponi…) che sicuramente vi forniranno nutrienti ad alto impatto nella dieta con un costo minore.

Altro aspetto paradossale riguarda la quantità: un cibo benefico e protettivo in quali dosi va consumato? A dire il vero per le bacche di Goji non ci sono ancora dati a sufficienza per poter tracciare con assoluta precisione una curva dose effetto e dose tossicità. Ma non importa; infatti, anche se conosciamo i benefici di un alimento, curiosamente non sappiamo la quantità a cui assumerlo. Vi faccio un esempio: molti avranno sentito parlare dei benefici omega-3, molti sono a conoscenza della loro funzione antinfiammatoria e di miglioramento del profilo lipidico, ma meno sanno da quali cibi ricavarli, e ancora meno la quantità necessaria. Un po’ di pesce ogni tanto, oppure qualche noce la sera, oppure ancora dell’olio di lino quotidiano o meglio forse un integratore a cicli regolari. Ma di preciso quanti dovremmo assumerne per ottenere l’effetto ricercato? Insomma, ci interessiamo sempre più alla nostra salute e ci lasciamo affascinare davvero facilmente da alimenti benefici ma quando è il momento di capire e dosare… improvvisiamo!

La medaglia ha un rovescio. Il Goji può alterare l’effetto di terapie mediche interagendo con diversi farmaci.

  • Anticoagulanti, come il Warfarin (Coumadin ®): possono verificarsi cali improvvisi della pressione arteriosa e aumentano le possibilità di ecchimosi o emorragie.
  • Anti-ipertensivi: può causare un’eccessiva diminuzione della pressione sanguigna.
  • Farmaci per il diabete: possono verificarsi fenomeni anomali di ipotensione, sensazioni di vertigini, abbassamento eccessivo della glicemia e svenimenti.
  • Inoltre anche i farmaci metabolizzati a livello epatico possono interagire negativamente (velocità di metabolizzazione/altri effetti indesiderati).

Veniamo infine alle ricerche scientifiche.

  • Uno studio del 2013 pubblicato su Food Chemistry descrive le bacche di Goji come nuovo allergene, tale capacità nella dieta occidentale è elevata in quanto, su un campione di 566 individui con sintomi respiratori e cutanei, quasi il 6% si è rivelato positivo. Metà di un campione limitato presentava immunoglobuline di tipo E specifiche per le bacche di Goji (con alta cross-reattività per la pesca, ma anche con il pomodoro, il tabacco, la frutta secca, il polline di artemisia e altri ancora).
  • Uno studio del 2012 pubblicato su «The Journal of Investigational Allergology and Clinical Immunology» ha evidenziato che pazienti con allergie alimentari risultano sensibilizzati alle bacche di Goji in quasi 8 casi su 10, anche se risultano sintomatici soltanto in 1 caso su 5, tutti producono anticorpi specifici contro le bacche di Goji che vanno pertanto ritenute potenzialmente allergeniche, specie in soggetti ad alto rischio.
  • Uno studio del 2012 pubblicato su «Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine» ha mostrato effetti protettivi su cellule epiteliali della retina di estratti di LB, proprio come avviene con la taurina (di cui infatti risulta ricco LB).
  • In uno studio del 2012 pubblicato su «The Journal of Investigational Allergology and Clinical Immunology» ancora una volta è emerso il potere allergenico delle bacche di Goji che hanno creato reazioni importanti in un paio di pazienti, tra cui shock anafilattico, e ne è emersa una cross-reattività con il pomodoro.
  • Uno studio del 2011 pubblicato su «Photodermatology, Photoimmunology & Photomedicine» riporta di fotosensibilizzazione sistemica in seguito all’utilizzo di bacche di Goji.
  • Uno studio del 2011 pubblicato su «Optometry and Vision Science» evidenzia un aumento del livello di antiossidanti in seguito a supplementazione giornaliera di tre mesi con bacche di Goji; tuttavia non chiarisce il meccanismo di azione nella riduzione di ipopigmentazione che rimane da indagare.
  • Già nel lontano 2007 uno studio pubblicato su «Journal of Ethnopharmacology» concludeva che l’effetto antiossidante dei polisaccaridi di LB è paragonabile alla normale vitamina C. Anzi, aggiungendo vitamina C le proprietà antiossidanti aumentano.

Per concludere quindi mi spiace disilludervi, ma non otterrete l’eterna giovinezza comprando bacche dal Tibet, non perderete i chilogrammi di troppo con la tisana dei monaci buddisti, non migliorerete assolutamente il vostro rapporto col glutine grazie al grano del Faraone, non ringiovanirete mangiando papaya fermentata o il prossimo “superfood” di moda.

Dottor Gianluca Bosetti
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Bibliografia:

Radicali liberi e stress ossidativo

Pubblichiamo oggi il contributo del dottoressa Manuela Fè, Biologo Nutrizionista, sullo stress ossidativo

Radicali liberi e stress ossidativo

I radicali liberi sono specie chimiche reattive con un elettrone spaiato che si generano sia in seguito a fattori esterni (inquinanti alimentari, atmosferici, fumo di sigaretta, radiazioni…), sia per reazioni fisiologiche che avvengono nel nostro organismo.

Tendenzialmente ci si riferisce ai radicali liberi come a sostanze dannose che partecipano ai processi di invecchiamento e a numerose patologie, tra le quali ricordiamo l’ipertensione, l’aterosclerosi, l’artrite reumatoide, le malattie neurodegenerative, il diabete e i tumori. In realtà però i radicali liberi hanno anche un ruolo fisiologico nell’omeostasi cellulare, importanti per il buon funzionamento di molte reazioni organiche.

La cosa più corretta è quindi mantenere livelli ottimali di queste sostanze, evitandone una sovrapproduzione che, se non adeguatamente bilanciata dai sistemi di difesa antiossidante, può causare uno stress ossidativo all’organismo.

Gli effetti tossici dei radicali liberi possono essere duplici: danno diretto a strutture cellulari — come ad esempio lipidi di membrana, proteine e acidi nucleici — ma anche alterazioni fisiologiche dovute alla loro interferenza nelle regolazioni enzimatiche.

Il miglior modo per combattere gli effetti negativi dell’eccesso di queste sostanze sembra quindi quello di regolarne i livelli e non solo di sopprimerli.

È dimostrato che lo stress ossidativo aumenta con l’età e con uno stile di vita scorretto (fumo di sigaretta, sedentarietà, cattiva alimentazione); è strettamente associato al processo di invecchiamento e, come si è detto, all’insorgenza di numerose patologie.
Il cervello, in particolare, è molto suscettibile al danno da radicali liberi perché consuma molto ossigeno. Inoltre è povero di antiossidanti e contiene una percentuale molto elevata di lipidi sensibili al danno da radicali liberi.

Il nostro organismo possiede sistemi antiossidanti di difesa, in grado di neutralizzare l’eccesso di radicali liberi. Tra questi, quelli enzimatici sono la glutatione perossidasi, la catalasi e la superosssido dismutasi. Questi sistemi endogeni da soli, però, possono non essere in grado di assicurare o mantenere livelli ottimali di radicali liberi, soprattutto se la produzione di questi ultimi aumenta in seguito all’età o per fattori ambientali. In queste situazioni diventa particolarmente importante aiutare il nostro organismo con un’alimentazione corretta.

Una dieta ricca di alimenti vegetali riduce il rischio di patologie legate allo stress ossidativo, negli alimenti di origine vegetale sono infatti presenti molecole bioattive denominate fitochemicals (composti fitochimici), la maggioranza dei quali ha il potere di contrastare i danni da radicali liberi, aiutando quindi il nostro organismo a combattere l’eccesso di specie chimiche dannose.

La frutta, la verdura, ma anche gli oli vegetali spremuti a freddo, la frutta secca, le erbe e le spezie sono ottime fonti naturali di antiossidanti.

Per quanto riguarda l’impiego di integratori di queste preziose sostanze, bisogna avere una certa cautela per non perturbare i delicati equilibri cellulari e perché in molti casi mancano ancora sufficienti studi in vivo che ne provino l’efficacia.

L’assunzione di alimenti naturali, invece, assicura sempre quantità equilibrate e maggiormente biodisponibili di queste sostanze benefiche, tra cui rientrano i polifenoli, tanto che da studi epidemiologici emerge come alcuni tipi di frutta e verdura abbiano un ruolo protettivo nei confronti di certe patologie, anche se ancora si devono raccogliere maggiori dettagli sugli esatti processi coinvolti.

La migliore strategia risulta quindi quella di evitare l’eccessiva formazione di radicali liberi attraverso uno stile di vita salutare e una dieta ricca di fonti antiossidanti e che elimini l’uso diffuso di cibi raffinati, poveri in micronutrienti e troppo ricchi di energia che contribuiscono a rendere inadeguato l’apporto di vitamine, minerali e composti fitochimici della dieta occidentale moderna.

Dottoressa Manuela Fè

Per Approfondimenti:

Infusi e salute: il tè rosso d’Abissinia
Tè rosso

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Maria Cristina Belfiore sul karkadè

L’Hibiscus sabdariffa è un arbusto tropicale appartenente alla famiglia delle Malvacee che viene coltivato soprattutto in Cina, Thailandia, Messico, Egitto, Senegal e Tanzania; in Messico la pianta è chiamata flor de jamaica e dall’infusione dei calici rossi e carnosi dei suoi fiori si ottiene una bevanda ricca in acidi organici, antocianine e altri composti fenolici chiamata karkadè.

In particolare, gli estratti di ibisco contengono le antocianine chiamate delfinidina e cianidina, sostanze con proprietà antiossidanti; caratteristici acidi organici, oltre all’acido citrico, sono l’acido protocatecuico e un altro acido detto appunto ibiscico: tali molecole bioattive conferiscono al karkadè molte delle sue proprietà nutritive e benefiche. Ai polifenoli sono associate fibre solubili, utili per regolarizzare le funzioni intestinali.

Così concedersi un tè rosso dell’Abissinia, un’abitudine diffusa nel nostro Paese soprattutto durante il fascismo quando il tè arrivava direttamente dalla colonia Eritrea, può integrare la dieta giornaliera ed essere un intermezzo intenso e colorato da dedicare alla prevenzione.

L’effetto benefico più documentato è quello sulla pressione sanguigna: basta consumare tre porzioni al giorno di karkadè all’interno di una dieta bilanciata per abbassare in maniera significativa la pressione nei casi di lieve ipertensione. L’abbassamento pressorio è dovuto a un triplice meccanismo d’azione:

  1. attività rilassante sui vasi sanguigni tramite effetto sui canali del calcio;
  2. attività simile agli ACE-inibitori;
  3. azione diuretica.

Estratti di ibisco e dieta equilibrata aiutano inoltre a regolarizzare il profilo lipidico: bere karkadè è utile quindi anche ai soggetti con sindrome metabolica, ai diabetici e a chi è obeso o sovrappeso.

Dottoressa Maria Cristina Belfiore

Per approfondimenti:

La curcuma

Pubblichiamo oggi il contributo del dottor Luca Muzzioli sulla curcuma

La curcuma

La curcuma deriva dal rizoma della pianta Curcuma longa. La spezia di colore dorato che se ne ricava è utilizzata nella preparazione di numerosi piatti nel subcontinente indiano. L’India è infatti una delle principali nazioni produttrici e la maggiore esportatrice di tale spezia, tanto che per questo motivo la curcuma è anche chiamata l’oro indiano.

La curcuma è stata menzionata per la prima volta da Marco Polo nel Milione e venduta inizialmente in Europa da mercanti arabi. Ma è solo durante la dominazione britannica in India che la curcuma è stata realmente introdotta in occidente, in combinazione con altre spezie in quello che viene comunemente chiamato “curry”.

Dal punto di vista alimentare la curcuma è utilizzata in cucina per:

  • conservare i cibi, grazie al suo effetto antiossidante;
  • colorare gli alimenti;
  • aggiungere sapore alle preparazioni culinarie.

La spezia è facilmente conservabile anche oltre i sei mesi in un luogo fresco e al riparo dalla luce per non perdere i suoi effetti antiossidanti e si associa bene ai piatti a base di fagioli, pollo, lenticchie, agnello, riso, frutti di mare. Se ne raccomanda l’uso in associazione con pepe nero e alimenti di origine lipidica (ad esempio l’olio d’oliva) che ne aumentano l’assorbimento a livello intestinale. Per un approfondimento culinario raccomando un blog (in inglese) ricco di ricette a base di curcuma: The Turmeric Kitchen.

Da più di 2500 anni la curcuma è utilizzata nelle credenze della medicina ayurvedica (ayurveda significa “scienza di lunga vita”) come rimedio per numerosi disturbi e malattie. È difatti utilizzata come antisettico, analgesico, antiossidante1, antinfiammatorio2, antimalarico, repellente per insetti e nella guarigione delle ferite. Molte di queste credenze sono state studiate e verificate dalla moderna ricerca scientifica.

Alla base di queste numerose proprietà c’è la presenza nella sua composizione di una larga varietà di composti fitochimici, tra i quali spiccano la curcumina e 3 suoi analoghi (diferuloilmetano, demetossicurcumina e bisdemetossicurcumina)3. La curcumina è l’agente responsabile del colore dorato della curcuma ed è riconosciuta come responsabile di numerosi effetti terapeutici. Da alcuni anni anche la medicina clinica si sta interessando delle proprietà benefiche della curcuma e dei suoi possibili effetti e impieghi nella clinica e nella farmaceutica.

I risultati più promettenti derivati da studi sugli esseri umani sono stati riscontrati contro le condizioni infiammatorie, alcuni tipi di cancro, il diabete, la sindrome dell’intestino irritabile, l’acne e le fibrosi4. I meccanismi molecolari responsabili di tali effetti sono molteplici, difatti a livello metabolico la curcumina e i suoi analoghi sono coinvolti in numerosi processi cellulari localizzati in diversi distretti dell’organismo. Tra le molecole bersaglio dell’azione della curcumina troviamo le seguenti, di cui citiamo tra parentesi alcuni esempi:

  • fattori di trascrizione (STATx, b-catenina, AP-1);
  • citochine (Interleuchine, TNF);
  • fattori di crescita (TGF-b, PDGF, VEGF);
  • chinasi (TK, PhK, CDPK);
  • recettori (LDL-R, IL-8-R);
  • enzimi (ATPasi, Telomerasi, Desaturasi)5.

Dottor Luca Muzzioli

Bibliografia:

  1. Ammon HP, Wahl MA — Pharmacology of Curcuma longa — Planta Med. 1991 Feb;57(1):1-7
  2. Sreejayan, Rao MN — Nitric oxide scavenging by curcuminoids — J Pharm Pharmacol. 1997 Jan;49(1):105-7
  3. Chattopadhyay I, et al. — Turmeric and curcumin: Biological actions and medicinal applications — Curr Sci 2004;87:44–50
  4. Gupta SG, et al.Multitargeting by turmeric, the golden spice: From kitchen to clinic — Mol Nutr Food Res. 2013 Sep;57(9):1510-28. doi: 10.1002/mnfr.201100741
  5. Aggarwal BB, et al. — Curcumin: the indian solid gold — Adv Exp Med Biol. 2007;595:1-75
L’amica dell’uomo, alias: l’ortica
Ortica — Fotografia scattata da Rosa Lenoci

Si narra che Nabucodonosor, re di Babilonia, si nutrì per sette anni solo di lei per ritrovare la saggezza perduta. È “l’amica dell’uomo” perché vive dove l’uomo lascia le sue tracce, spesso i suoi rifiuti.
Può essere raccolta in autunno e primavera, in coincidenza con l’inizio della fioritura, quando i principi attivi sono maggiormente concentrati. Le sue piantine sono commestibili. È ricca di minerali e vitamine e, secondo la medicina popolare, possiede numerose virtù terapeutiche.

È l’ortica, presente in tutti i paesi, dal Sud al Nord Europa.
Nel Tirolo si getta nel focolare per allontanare i pericoli di un temporale.

In Scozia veniva considerata simbolo della presenza di creature soprannaturali e impugnarne una pianta dava coraggio e rendeva liberi da ogni inquietudine.
"Utile" anche per le vincite nel gioco del Lotto: nei sogni vuol dire rovina (42) e sofferenza  (84), ma se ci si punge vuol dire coincidenza fortunata (49).

Proprietà nutritive

Ricca di micronutrienti: 100 g di peso fresco contengono in media 31 mg di fosforo, 387 mg di potassio, 30 mg di magnesio, 560 mg di calcio, 56 mg di sodio, 1,5 mg di ferro e 135 mg di nitrato, che però si riduce con la cottura.

Presente la vitamina A (6300 U.I.) e la vitamina C (150 mg) in misura paria ben tre volte quella delle arance. Notevole anche la presenza di altre molecole antiossidanti (licopene, fenoli e flavonoidi).

Usi nella medicina popolare

Apprezzata dagli antichi romani per le sue proprietà afrodisiache; Publio Ovidio Nasone ci ha tramandato una ricetta “per amare” a base di ortica, miele, cipolla, uova e pinoli.
Suggerita, invece, da Dioscoride Pedanio per guarire ulcere, epistassi, insufficienza respiratoria, meteorismo e… morsi di cani.

Anche oggi la medicina popolare considera l’ortica come rimedio a numerosi problemi di salute e per citarne solo alcuni: antianemica, antidiabetica, antiforfora, antinfiammatoria, antireumatica, antivirale, cardiotonica, depurativa, digestiva, diuretica, ipoglicemizzante, ipotensiva.

La ricerca scientifica ha messo in luce alcuni studi, non ancora completamente trasferibili sull’uomo, sulla capacità dell’ortica di abbassare i livelli di colesterolo e sulle proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, antireumatiche e ipoglicemizzanti.

In cucina

L’ortica ha un sapore leggermente acidulo e gradevole e trova impiego nella preparazione di risotti e altri gustosi piatti.
È opportuno usarla alcune ore dopo la raccolta, quando è ridotto il potere urticante. Può essere conservata in frigo per alcuni giorni avvolta in un panno asciutto. Non va lasciata immersa in acqua ma sciacquata rapidamente e subito cotta per pochi minuti in poca acqua acidulata con succo di limone.
Le foglie possono essere essiccate e utilizzate sparse sui cibi.
È bene evitare le piante con le infiorescenze poiché i semi hanno effetto purgativo.

Controindicazioni

Oltre alle proprietà benefiche è opportuno citare le controindicazioni al suo utilizzo:

  • ipersensibilità o allergie verso uno o più componenti;
  • gravidanza e allattamento;
  • periodo preoperatorio;
  • edemi da insufficienza cardiaca e renale.

Interazione con farmaci

Non sono descritti nella pratica clinica casi di interazioni con farmaci, tuttavia sono possibili per le attività farmacologiche dimostrate per i farmaci:

  • diuretici;
  • ipoglicemizzanti;
  • sedativi del Sistema Nervoso Centrale;
  • ipotensivi.

SOUFFLÉ DI ORTICHE

Ingredienti

  • 500 g di piantine di ortica tenere
  • 1 lattuga
  • grana padano grattugiato
  • 40 g di burro
  • 3 uova
  • 2 cucchiai di fiocchi d’orzo
  • latte
  • sale
  • pepe

Procedimento

Mondare le ortiche e la lattuga, lavarle e spezzettarle. In una padella sciogliere il burro e cuocere le verdure per 10 minuti circa. Mescolare le verdure con il formaggio, i fiocchi d’orzo, i tuorli e un po’ di latte. Salare e pepare. Infine aggiungere gli albumi montati a neve. Versare il composto in uno stampo infarinato, mettere in forno a 220°C per 20 minuti circa senza mai aprire il forno.

Per approfondimenti:

La cannella

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Livia Diotallevi sulla cannella

Cannella

La Cannella, spezia ormai diffusa in tutto il mondo, si ricava da fusti e ramoscelli di piante del genere Cinnamomum ed è per questo anche nota con il nome di cinnamomo.

È usata prevalentemente per aromatizzare dolci, liquori e tè nei paesi occidentali, mentre in quelli orientali è usata anche nella preparazione di piatti salati.

La cannella ha proprietà che vanno molto al di là della semplice funzione aromatizzante in cucina, infatti studi condotti in vitro, evidenziano che:

  • è un antiossidante;
  • è un antibatterico;
  • contribuisce al controllo dell’ipertensione;
  • abbassa il colesterolo totale, il colesterolo LDL e i trigliceridi nel sangue;
  • aumenta il colesterolo HDL1;
  • determina un abbassamento della glicemia in soggetti con diabete di tipo II2.

Seppure queste evidenze necessitino di ulteriori conferme, il quadro nutraceutico della cannella è interessante. La proprietà ipoglicemizzante della cannella, conosciuta da secoli, è stata oggetto negli ultimi anni di numerosi studi scientifici, volti a capire i meccanismi d’azione a livello molecolare attraverso cui la cannella porta a un abbassamento della glicemia.

Si ritiene che l’uso regolare della cannella determini un aumento della concentrazione dei trasportatori di glucosio (GLUT4) sulla membrana citoplasmatica delle cellule. L’aumento del numero dei trasportatori GLUT4 faciliterebbe, ovviamente, il passaggio del glucosio dal sangue all’interno delle cellule con conseguente diminuzione della glicemia.

Un altro studio interessante ha riguardato le proprietà dell’acqua di cannella nei confronti delle placche amiloidi nel pancreas3.

Nel pancreas del 90% dei soggetti con diabete di tipo II sono presenti placche amiloidi formate dall’accumulo e dall’intreccio di fibrille polipetidiche di hIAPP (human Islet Amyloid Precursor Polypeptide). Si ritiene che il mal funzionamento delle cellule beta e la loro successiva morte siano dovuti al processo di formazione e crescita delle placche amiloidi (amiloidosi insulare). Monomeri e oligomeri di hIAPP si legano alla membrana citoplasmatica delle cellule beta causando danni nel doppio strato lipidico; danni che aumentano man mano che si formano le fibrille più grandi e che aumentano le dimensioni della placca. L’amiloidosi è responsabile della perdita del 40-50% della massa beta-insulare.

Secondo lo studio sopra citato, l’utilizzo di estratto di acqua di cannella è in grado di inibire l’aggregazione degli oligomeri di hIAPP (e quindi anche la formazione di fibre mature di hIAPP e delle placche amiloidi) grazie alla presenza di proantocianidine, i polifenoli complessi della cannella.

Anche se sono necessari ulteriori approfondimenti scientifici, sono ormai ben delineate le proprietà anti diabetiche della cannella e l’utilizzo giornaliero di circa 2 grammi di questa spezia4 come supplemento addizionale a un corretto piano alimentare, si è dimostrato utile nel trattamento del diabete di tipo II.

Dottoressa Livia Diotallevi

Fonti:

  1. Allen RW, et al. — Cinnamon use in type 2 diabetes: an updated systematic review and meta-analysis — Ann Fam Med. 2013 Sep-Oct;11(5):452-9
  2. Absalan A, et al. — Hydro-Alcoholic Cinnamon Extract, Enhances Glucose Transporter Isotype-4 Translocation from Intracellular Compartments into the Cytoplasmic Membrane of C2C12 Myotubes — Indian J Clin Biochem. 2012 Oct;27(4):351-6
  3. Jiao L, et al. — Proanthocyanidins are the major anti-diabetic components of cinnamon water extract  Food Chem Toxicol. 2013 Jun;56:398-405. doi: 10.1016/j.fct.2013.02.049
  4. Akilen R, et al. — Glycated haemoglobin and blood pressure-lowering effect of cinnamon in multi-ethnic Type 2 diabetic patients in the UK: a randomized, placebo-controlled, double-blind clinical trial — Diabet Med. 2010 Oct;27(10):1159-67. doi: 10.1111/j.1464-5491.2010.03079.x
Cipolla: una regina nel regno vegetale
Cipolla — Fotografia scattata da Elisabetta Iafrate

Cipolla (Allium cepa L.) e aglio (Allium sativum L.) appartengono alla stessa famiglia, perciò molti degli studi sul meccanismo d’azione confrontano o analizzano entrambe le specie.
Entrambi hanno dimostrato di migliorare l’assorbimento di ferro e zinco presenti negli altri alimenti, per esempio i cereali, o l’assorbimento del betacarotene da carote e altri vegetali.
Rispetto all’aglio, la cipolla ha però un maggiore contenuto di flavonoidi, anche se di tipo diverso, quella gialla è uno tra i vegetali sulla nostra tavola con il più alto contenuto di flavonoli, mentre quella rossa è ricca di antocianine.
Queste sostanze, tra cui la più studiata è la quercetina, dopo essere state assorbite con il pasto, devono essere modificate dalla flora intestinale, per essere trasportate nel tessuto endoteliale, il principale sito dove esercitano attività antiossidante e antinfiammatoria. Perciò è importante la presenza di batteri in grado di trasformare i principi nutritivi in prodotti attivi per l’organismo. I dati mostrano inoltre che queste sostanze sono velocemente eliminate dall’organismo, perciò il consumo regolare di alimenti che le contengono è indispensabile per godere della loro efficacia e solo in particolari casi vengono accumulate.

La quercetina è stata molto studiata sia in vitro sia negli animali, per capire il meccanismo con cui agisce: ha una potente attività antiossidante, sia nel fegato sia a livello dell’endotelio, inibisce l’attività dell’enzima che converte l’angiotensina (ACE) e migliora la funzionalità dell’endotelio vascolare, favorendo il rilassamento delle pareti venose e arteriose, aiutando quindi il controllo della pressione nei soggetti ipertesi.

Inoltre, evitando l’ossidazione delle LDL (Low Density Lipoprotein), previene un passaggio chiave nello sviluppo della malattia aterosclerotica.

Alcuni flavonoli infine intervengono su metabolismi che hanno come bersaglio naturale neurotrasmettitori e ormoni coinvolti in malattie neurodegenerative e tumori ormono-dipendenti.

La quercetina inoltre interagisce con i composti solforati, che prendono il nome dallo zolfo nella loro struttura chimica, o organosolfuri anch’essi dotati di proprietà antiaggregante. Queste molecole, oltre a determinarne l’aroma, hanno un ruolo decisivo per l’effetto antitumorale e antiossidante. Si pensa che sia dovuto alla capacità di modulare l’attività di enzimi epatici in grado di eliminare le sostanze cancerogene introdotte nell’organismo o di inibire l’interazione con il DNA di agenti cancerogeni, ma anche di intervenire direttamente sulle cellule tumorali inducendone l’apoptosi (morte cellulare programmata). Spesso sono però estremamente volatili, perciò difficili da identificare.

Gli studi stanno proseguendo per isolare le molecole attive, anche se l’impressione generale che emerge da tutti questi dati è che sia il complesso delle sostanze presenti nella cipolla a renderla così importante per la salute umana. Infatti, con la sua capacità di interazione con altri principi attivi provenienti dal regno vegetale e potenziarne l’attività sull’uomo, si può davvero definire una regina.

Fonti:

Cipolla: una principessa per la salute
Cipolle — Fotografia scattata da Elisabetta Iafrate

Chi non si è mai sentito consigliare come utilizzarla per curarsi? La cipolla è uno degli alimenti più usati dalla tradizione popolare per curare tosse, febbre, mal di testa, vermi, diarrea, ipertensione. Per la presenza del fosforo si considera favorevole nei lavori intellettuali. Può essere utile persino in caso di perdita di appetito e come digestivo. L’effetto più comune, quasi banale da riferire, è quello diuretico, con effetti positivi per la prevenzione dei disturbi prostatici. Altri studi hanno evidenziato l’attività antispastica e di prevenzione dell’iper-reattività bronchiale, perciò ne viene consigliato il consumo ai soggetti asmatici.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) la comprende tra le piante medicinali, riportandone numerose attività già nel 1999, ma negli anni successivi sono stati fatti numerosi approfondimenti scientifici e si sono messe a fuoco le sue proprietà e i meccanismi d’azione. Le sperimentazioni hanno confermato l’effetto protettivo contro le malattie infettive batteriche, virali e sulle micosi. L’estratto di cipolla ha un potere antibatterico su Escherichia coli, sugli Streptococchi, sui Lattobacilli del cavo orale, sulla Salmonella e sugli Stafilococchi. L’olio essenziale è attivo sull’Apergillus niger (la muffa scura), sulla Candida albicans e su altre muffe e lieviti. Inoltre alcuni principi attivi (flavonoidi) presenti nella cipolla hanno dimostrato, in laboratorio, di diminuire la capacità infettiva di vari virus e retrovirus.

Molti studi sono stati fatti per valutare gli effetti sulle malattie cardiovascolari. L’estratto di cipolla si è dimostrato capace di inibire l’aggregazione piastrinica sia in vivo sia in vitro. L’utilizzo di preparati commerciali sembra però avere attività inferiore a quella del prodotto fresco perché le sostanze attive sono tra quelle che determinano la componente meno gradita dell’aroma e che quindi sono spesso eliminate dagli estratti in vendita. Tale proprietà viene però distrutta da una cottura a vapore di soli dieci minuti; anzi, in questo caso viene addirittura potenziata l’attività opposta, perciò si consiglia di utilizzare cipolle crude, cotte velocemente (meno di tre minuti) o bollite (fino a sei minuti). Un altro vantaggio che alcuni tipi di cipolle hanno è di non interferire con la vitamina K perciò, a differenza di porri o di cipolline fresche verdi, possono essere consumate anche da chi è in terapia con cumarine. La cipolla è indicata anche per i soggetti con ipertensione e, a tal proposito, è stata molto studiata sia in vitro sia negli animali, per capire il meccanismo con cui agisce per ridurre la pressione sanguigna e per la prevenzione della malattia aterosclerotica. Nota è anche la capacità di diminuire i livelli di colesterolo e di trigliceridi nel sangue, facilitandone la trasformazione in acidi biliari e quindi prevenendo il rischio di ipercolestrolemia.

Per merito di tutte queste proprietà la cipolla viene considerata utile per prevenire le alterazioni vascolari e soprattutto prevenire una serie di disturbi circolatori che compaiono nell’età avanzata per effetto dell’accumulo di questi disturbi.

Effetti benefici sono stati studiati anche nella prevenzione e nella cura del diabete. Si è visto che l’estratto diminuisce i livelli di glicemia del soggetto diabetico, sia perché può aumentare la secrezione di insulina, sia perché ne rallenta la degradazione, e infine perché migliora l’accumulo del glicogeno nel fegato. Perciò il consumo regolare all’interno della dieta può aiutare, sempre dopo il parere del medico, a diminuire il dosaggio dei farmaci specifici nei casi iniziali di diabete alimentare e aiutare chi soffre di insulino-resistenza.

Numerosi studi hanno affrontato il problema della correlazione tra l’aumento del consumo di cipolla e la prevenzione tumorale, dimostrando una minore comparsa di tumore ovarico, al colon e alla laringe; altre fonti parlano di un effetto protettivo nei confronti del tumore alla prostata, sia su popolazioni che ne consumano in quantità, sia in studi di laboratorio. Con i primi si è ipotizzato anche che l’abbinamento, frequente in cucina, con olio d’oliva e pomodoro, possa aumentarne l’efficacia. Mentre i secondi hanno permesso di individuare sostanze (organosolfuri, allicina) che possono inibire la trasformazione delle cellule normali in tumorali.

Ancora l’estratto di cipolla sembra agire su un enzima che favorisce l’accumulo di grasso all’interno delle cellule adipose: questo processo, oltre a ridurre il rischio di obesità, incrementerebbe la mortalità di cellule tumorali provenienti da forme che trovano nell’obesità una condizione favorevole di crescita.

Il suo consumo non sembra avere controindicazioni, se non per chi soffre di reflusso gastroesofageo, sindrome dell’intestino irritabile e per pochi allergici. Anche se non è tra gli alimenti più facilmente tollerati, nessuno sembra preoccuparsi dei suoi effetti gastrointestinali, anzi risulta addirittura protettiva per il tumore allo stomaco.

Gli studi in corso sono numerosi e stanno sempre più dimostrando la sua importanza: la principessa diventerà presto una regina!

Fonti:


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