Cibo & filatelia: la dieta mediterranea
Francobollo dedicato alla Dieta Mediterranea, dalla collezione privata dellIngegner Sergio De Benedictis

Nel 2010 la dieta mediterranea è stata riconosciuta dall’UNESCO patrimonio immateriale dell’Umanità. Ciò viene ricordato, dopo un anno, con un annullo filatelico emesso a Novoli (LE) in occasione della festa di S. Antonio Abate e la Focara, anch’esse candidate a tale riconoscimento.

Ancel Keys ne aveva creato il mito e coniato il termine: le sue osservazioni erano state attratte dallo stile di vita e dall’alimentazione adottata da popolazioni di paesi rurali (Corfù e Creta in Grecia, Nicotera in Calabria, Montegiorgio nelle Marche e una comunità della Dalmazia) che godevano di un’ottima salute e di un basso tasso di malattie cardiovascolari e di tumori.

Oggi è dimostrato che l’azione protettiva sulla salute svolta dalla dieta mediterranea va attribuita al consumo di olio extravergine di oliva e al suo elevato contenuto di acido oleico e di acidi grassi polinsaturi essenziali. Contribuiscono a tale apporto anche il consumo di frutta secca (mandorle e noci) e di pesce.

I grassi saturi di origine animale — derivanti dalla carne, dalle uova, dal latte con i suoi derivati — sono invece presenti in quantità ridotte.

Il benessere delle popolazioni mediterranee è merito anche della presenza di alimenti freschi vegetali (frutta e ortaggi), di legumi e cereali e di moderate assunzioni di vino consumato ai pasti.

Il popoli dell’area del Mediterraneo nel corso dei secoli hanno tramandato, salvaguardandolo, uno stile alimentare rispettoso delle tradizioni e delle culture locali, rispettando anche il territorio e la biodiversità.
Non solo quindi gli alimenti, ma anche le colture che li producono, le tecniche di conservazione, di preparazione e le modalità di consumo sono raccolte nelle conoscenze trasmesse dalla cultura della dieta mediterranea.

Alcuni passi dal libro Curare con il cibo:

È la dieta funzionale per eccellenza perché ritroviamo tutta quella varietà di nutrienti, micronutrienti e non nutrienti fondamentali per il benessere dell’organismo e risulta un ottimo mezzo preventivo contro le patologie cronico-degenerative.

La dieta mediterranea di riferimento è costituita da otto punti cardine:

  • elevato consumo di legumi;
  • elevato consumo di vegetali;
  • elevato consumo di frutta;
  • elevato consumo di cereali;
  • elevato consumo di olio extravergine di oliva;
  • consumo misurato di formaggi, latte e derivati;
  • basso consumo di carne e prodotti derivati;
  • consumo limitato di vino.

Dall’analisi di questi punti si può concludere che le proteine introdotte con la dieta mediterranea sono prevalentemente di origine vegetale (legumi disponibili in grande varietà) in armonia con proteine derivanti da moderati consumi di latte, pesce e carne.
I legumi forniscono, inoltre, buone quantità di ferro, calcio e vitamine.
I cereali costituiscono un’ottima fonte di energia e apportano carboidrati complessi come amido e fibra.
L’olio extravergine di oliva e il pesce azzurro sono fonte di acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi (omega 3 – omega 6 e acido oleico) utili nella prevenzione delle malattie cardiovascolari e di altre patologie.
Le vitamine presenti nella verdura, nella frutta e nelle spezie offrono una scorta di antiossidanti.

Per approfondimenti:

N.C. Battistini, P. Pedrazzi, M. Prampolini — Curare con il cibo — Carocci, 2012

Chi ben comincia è a metà dell’opera. L’importanza della prima colazione

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Rosa Fastiggi, Biologo Nutrizionista, sull’importanza della prima colazione

Illustrazione di Gianluigi Marabotti

«Dimidium facti, qui coepit, habet». Questa frase, scritta da Orazio in una delle sue Epistolae, significa «chi ben comincia è a metà dell’opera». Infatti iniziare al meglio ogni attività è un ottimo punto di partenza!

E cosa c’è di più importante di una sana colazione? Rappresenta l’incipit giusto per affrontare gli impegni quotidiani con energia. La colazione è infatti il pasto più importante della giornata: al mattino il nostro corpo si rimette in moto e necessita del giusto carburante per ripartire. Numerosi studi hanno avallato tale ipotesi: una colazione adeguata, infatti, si associa a un miglioramento del quoziente intellettivo in bambini e adulti, sia nell’immediato periodo postprandiale (ovvero quello successivo all’introduzione di cibo), sia nelle ore seguenti; al contrario, saltare il primo pasto comporta il peggioramento delle funzioni cognitive nelle prime ore della giornata (nei bambini, ad esempio, si manifesta un deficit di concentrazione).

Tuttavia, indagini statistiche condotte su campioni statunitensi ed europei rivelano che circa il 10-30% dei bambini e degli adolescenti campionati saltano regolarmente la colazione: questa cattiva abitudine tende a peggiorare passando dall’infanzia all’età adulta. Buone notizie arrivano però proprio dal nostro Paese: l’indagine ISTAT sulle famiglie del 2012 ha dimostrato che circa l’82% degli italiani fa un’adeguata colazione, aumento percentuale registrato soprattutto negli ultimi anni. È un’abitudine per lo più di donne e bambini, mentre gli uomini continuano a preferire il classico caffè al volo. I più diligenti sono i cittadini del Centro Italia (83,3%) e del Nord (81,9%), mentre al Sud la percentuale scende al 75,9%.

Cosa rende la colazione tanto importante? La risposta non può certamente prescindere dal coinvolgere il cortisolo, un ormone prodotto dalla zona fascicolata del surrene; noto ai più come ormone dello stress, è secreto ad alte concentrazioni quando l’organismo si trova in condizioni sfavorevoli, come il lungo digiuno delle ore notturne. La sua secrezione ha infatti un ritmo circadiano (influenzato dall’alternarsi del giorno e della notte): il picco di concentrazione si registra al mattino (5-25 μg/dl) per poi calare progressivamente, fino a diventare minimo durante la notte. In condizioni fisiologiche il cortisolo stimola la mobilizzazione dei substrati: banalmente si può dire che il suo principale scopo è rifornire il cervello della sua fonte indispensabile di energia, ovvero il glucosio. A tal proposito, sebbene agisca principalmente sui depositi di glucosio a livello del fegato, il cortisolo mobilita anche le proteine per gluconeogenesi (sintesi di glucosio a partire da fonti non glucidiche), accelerando purtroppo la degradazione proteica e inibendone la sintesi a livello dei tessuti muscolare, osseo e connettivo; in aggiunta, benché stimoli la degradazione degli acidi grassi (lipolisi) per produrre glucosio, in alcuni distretti corporei (principalmente addome, tronco e viso) ne stimola la sintesi (lipogenesi), promuovendo l’aumento del tessuto adiposo. Dunque un incremento del cortisolo in circolo per un periodo prolungato, può provocare aumento della massa grassa, riduzione della massa magra e numerosi danni all’organismo (come osteoporosi e fragilità della parete dei vasi sanguigni).

Pertanto è opportuno non saltare la colazione: stimolerebbe ulteriormente la secrezione di cortisolo, già massima al mattino.

Fare regolarmente colazione, inoltre, ha effetti metabolici favorevoli a livello del profilo lipidico e della tolleranza al glucosio: ne conseguono una riduzione dei livelli plasmatici del colesterolo LDL (il così detto colesterolo cattivo) e dei processi ossidativi a suo carico e un miglioramento della risposta insulinica durante i pasti successivi.

Cosa è opportuno mangiare? Le linee guida italiane per una corretta alimentazione dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN) suggeriscono di assumere con la prima colazione circa il 20% delle calorie giornaliere. Una colazione equilibrata prevede una fonte di fibre (ad esempio frutta fresca o spremute) e di carboidrati complessi (come pane o fette biscottate) a basso indice glicemico: il loro lento assorbimento evita picchi glicemici e modula la risposta insulinica, garantendo una riserva energetica a più lungo termine; essi stimolano anche il rilascio e l’attività degli ormoni della sazietà (il GIP o gastric inhibitory peptide, il GLP-1 o glucagon-like peptide-1 , la CCK o colecistochinina) comportando l’assunzione di una minore quantità di cibo durante la giornata. È prevista inoltre una significativa quota proteica e lipidica (come ad esempio da latte e derivati) in grado di inibire il rilascio della grelina (una proteina prodotta dalla mucosa dello stomaco che stimola i centri della fame a livello ipotalamico), modulando quindi l’appetito.

Ulteriori studi evidenziano come siano meno predisposti al sovrappeso e all’obesità i consumatori regolari di prima colazione; in particolare gli adolescenti normopeso inclini a questa sana abitudine mantengono, in linea di massima, un Body Mass Index (BMI) ottimale anche in età adulta.

In definitiva, contrariamente a quanto spesso si ritiene, fare colazione non comporta un eccesso nell’apporto calorico giornaliero, ma al contrario è un toccasana per la linea e per la salute.

Dottoressa Rosa Fastiggi

 

Per approfondimenti:

Peperoncino: una spezia tutta da scoprire! (parte II)

Pubblichiamo oggi la seconda parte del contributo della dottoressa Monica Trecroci sul peperoncino

Peperoncino calabrese

Nel primo articolo abbiamo visto la storia affascinante che conduce il peperoncino sulle nostre tavole e la sua grande versatilità nel crescere in ogni situazione. Ma il peperoncino non è solo questo. Il fuoco che scalda molti piatti della nostra tavola è un autentico concentrato di benefiche proprietà. Questo grazie alla sua composizione: oltre a essere ipocalorico, come abbiamo descritto, è ricco di vitamine soprattutto A, C, E, PP e sali minerali anche se ciò che lo rende davvero speciale dal punto di vista delle proprietà è senza dubbio la presenza del componente bioattivo capsaicina.

Il contenuto di vitamina C gli conferisce attività antiossidante, immunostimolante e il suo uso è utile nell’alleviare la sintomatologia a carico delle mucose in caso di raffreddore, sinusiti e bronchiti.

L’attività antiossidante è mediata anche dai carotenoidi, che contribuiscono a combattere i radicali liberi e i processi di invecchiamento cellulare.

Il peperoncino è utile nella prevenzione dell’infarto e delle malattie cardiovascolari. L’uso costante di piccole quantità, infatti, contribuisce a diminuire i livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue1 grazie agli acidi grassi polinsaturi contenuti nei semi. Agisce da vasodilatatore aiutando il lavoro di arterie, capillari e cuore; la capsaicina migliora la circolazione sanguigna e agisce da antiaggregante lavorando in sinergia con la vitamina PP e la vitamina E che, rispettivamente, conferiscono elasticità ai capillari e migliorano l’ossigenazione del sangue. Inoltre, essendo il peperoncino una spezia in grado di insaporire i piatti più vari, consente un importante risparmio dell’utilizzo di sale per conferire sapore con notevoli benefici per coloro che sono affetti da ipertensione. Ha attività fibrinolitica per cui diminuisce il rischio di formazione di trombi.

La capsaicina è utile anche nei soggetti diabetici per abbassare la glicemia poiché migliora l’azione dell’insulina2.

Il peperoncino, grazie alla capsaicina, sembra avere proprietà anticancerogene in vitro, su cellule cancerose prostatiche3. L’inibizione della crescita è dose dipendente (al crescere della dose impiegata aumenta l’effetto inibente) e si realizza attraverso induzione dell’apoptosi o morte cellulare programmata.

La capsaicina favorisce la digestione, aumenta la secrezione acida gastrica4 e protegge lo stomaco aumentando la produzione di muco. In alcune regioni del Sud Italia viene preparato un infuso digestivo a base di peperoncino, camomilla e miele.

Il peperoncino si è dimostrato essere un alleato nella perdita di peso. La capsaicina potrebbe agire come stimolatore del metabolismo basale, il consumo calorico stimato da un uso quotidiano di peperoncino è di 50 Kcal al giorno e diminuisce l’appetito5.

Da sempre considerato, forse per il suo sapore piccante, un alimento afrodisiaco, il peperoncino è spesso associato nell’accezione comune alla sfera sessuale. A onor del vero è ricco di vitamina E, la vitamina che agisce sul trofismo degli spermatozoi; e a livello intestinale libera VIP (Vasoactive Intestinal Polypeptide), che provoca vasodilatazione e aumento della circolazione sanguigna a livello periferico. La capsaicina applicata a livello locale determina liberazione di ossido nitrico, cosa che normalmente accade a livello periferico dopo assunzione di farmaci per la disfunzione erettile. Tuttavia, non esiste al momento una valida conferma scientifica che metta in relazione peperoncino ed eros.

Anche l’industria cosmetica usa il peperoncino per la preparazione di saponi e creme ad azione antibatterica e per la detersione della cute. Sembra avere un effetto positivo nel trattamento della cellulite per l’azione di stimolo sulla circolazione sanguigna.

Ma il peperoncino è indicato per tutti?

Per la verità non ci sono controindicazioni significative all’uso di peperoncino, piuttosto delle limitazioni in presenza di acidità di stomaco, ulcera e in dosi troppo elevate potrebbe irritare la mucosa intestinale.

Dottoressa Monica Trecroci

Fonti:

  1. Srinivasan K. — Dietary spices as beneficial modulators of lipid profile in conditions of metabolic disorders and diseases — Food Funct. 2013 Jan 31
  2. Okumura T, et al. — Effect of caffeine and capsaicin on the blood glucose levels of obese/diabetic KK-A(y) mice — J Oleo Sci. 2012;61(9):515-23
  3. Díaz-Laviada I — Effect of capsaicin on prostate cancer cells — Future Oncol. 2010 Oct;6(10):1545-50. doi: 10.2217/fon.10.117
  4. Imatake K, et al. — The effect and mechanism of action of capsaicin on gastric acid output — J Gastroenterol. 2009;44(5):396-404. doi: 10.1007/s00535-009-0018-x
  5. Whiting S, et al. — Capsaicinoids and capsinoids. A potential role for weight management? A systematic review of the evidence — Appetite. 2012 Oct;59(2):341-8. doi: 10.1016/j.appet.2012.05.015
Tè verde: l’elisir di lunga vita?

In una analisi di dati sul consumo alimentare effettuata in Giappone è stato possibile individuare una regione dove la mortalità generale della popolazione e quella dovuta alle malattie cardiovascolari sono inferiori. Valutazioni più approfondite hanno confermato che l’alimento che contraddistingue la dieta di queste aree è proprio il tè verde: il consumo è più ampio e frequente rispetto ad altre parti del paese.

Il tè verde è quindi l’elisir di lunga vita?

Prima di creare false speranze occorre specificare che stiamo parlando di persone nate e cresciute in un paese con abitudini alimentari, un patrimonio genetico e uno stile di vita profondamente diversi dai nostri. Questi e altri dati sono stati però punti di partenza per numerosi studi sulle proprietà nutrizionali di questo alimento.

La principale caratteristica del tè, e del tè verde in particolare, è l’attività antiossidante: cioè la capacità di proteggere il DNA dai danni che può subire per effetto dell’ossidazione indotta da ingiurie chimiche — come le sostanze tossiche introdotte dall’ambiente o i prodotti di degradazione — e fisiche — come i raggi ultravioletti. Questa capacità viene considerata indispensabile per la prevenzione e la cura di numerose malattie tra cui i tumori, le malattie infiammatorie e cardiovascolari. Inoltre il tè verde può attivare enzimi detossificanti presenti nel fegato — come la glutatione-s-trasferasi — proteggendo l’organismo dalle sostanze tossiche introdotte, più o meno volontariamente, con l’alimentazione.

Per questo motivo è un alimento prezioso nella prevenzione, ma anche per il benessere generale, proteggendo il corpo dall’invecchiamento. Ma quando passiamo a valutare l’effetto su specifiche condizioni o patologie, i dati diventano più controversi.

Gli studi in vitro hanno mostrato la capacità delle catechine (i polifenoli del tè verde) di inibire la proliferazione di alcune linee tumorali e di indurre l’apoptosi (cioè la morte cellulare) in altri tipi tumorali, accendendo molte speranze sul suo effetto antitumorale. Purtroppo gli studi clinici — come la valutazione dell’effetto dopo assunzione da parte di soggetti che avevano forme pretumorali — e gli studi epidemiologici — oltre 50 studi che confrontavano, a posteriori, la comparsa di tumori in soggetti che assumevano o non assumevano tè verde — non hanno dato risposte chiare. Probabilmente perché in ogni lavoro si usava un tipo di tè specifico, preparato con modalità diverse (la durata dell’infusione oppure la quantità di foglie) e consumato in quantità variabili (da una tazza a un litro al giorno) e in alcuni casi prodotti in capsule.
La conclusione del prestigioso National Cancer Insitute americano è che le differenze tra chi assume o no tè verde non sono statisticamente significative, perciò potrebbero dipendere dalla combinazione di più fattori, tra cui la presenza di altri alimenti nella dieta che hanno effetto sinergico (cioè si aiutano tra loro). L’European Food Information Council (EUFIC), invece, è più ottimista e vede un segno positivo in una sperimentazione che ha dimostrato la riduzione del rischio di comparsa di tumore al colon, basata sulle abitudini alimentari di 70 000 donne cinesi per sei anni. Insomma, si può vedere il bicchiere, o meglio la tazza, mezza vuota o mezza piena.

Meno controversi sono i dati che riguardano l’obesità e il diabete: l’assunzione di estratti di tè verde (corrispondenti a cinque tazze di tè) si è mostrata efficace nell’aumentare la degradazione del grasso corporeo durante l’esercizio fisico moderato e la sensibilità insulinica, migliorando il controllo della glicemia rispetto ai soggetti che avevano assunto placebo. Numerosi meccanismi sono stati messi in campo per spiegare questo effetto, tra cui la capacità di inibire la differenziazione e la moltiplicazione delle cellule adipose, l’inibizione dell’assorbimento intestinale dei grassi e il blocco di un enzima che inibisce la degradazione degli acidi grassi. Naturalmente cinque tazze al giorno non sono un consumo “normale” e quindi non stiamo parlando più di un infuso da bere, ma di un integratore alimentare vero e proprio.

Un ulteriore effetto, nella prevenzione delle malattie correlate all’obesità, è dimostrato nella capacità, da parte del tè verde (questa volta siamo nell’ordine di due o tre tazze al giorno) di aumentare la capacità dilatativa del tessuto endoteliale, indice della capacità di risposta del sistema circolatorio ad attacchi di ischemie e trombi. Altre sperimentazioni hanno mostrato una lieve, ma significativa, diminuzione del colesterolo totale e del colesterolo LDL dopo circa sei mesi di consumo di tè verde. Queste due informazioni sono importanti per chi vuole prevenire le complicazioni cardiocircolatorie dovute al sovrappeso, all’ipertensione o allo stile di vita.

Sicuramente interessante è anche l’attività sulle malattie infiammatorie e autoimmuni, tra cui sono comprese condizioni molto diverse come artrite reumatoide, sindrome dell’intestino irritabile e diabete di tipo 1. Nei modelli sperimentali, la somministrazione di polifenoli del tè verde diminuisce l’entità dei sintomi e diminuiscono i markers specifici delle diverse patologie: l’azione sembra diretta alle molecole mediatrici dell’infiammazione. Non esistono però dati nell’uomo e, se dovessimo riprodurre le condizioni usate negli animali, si tratterebbe di somministrare oltre due litri di infuso al giorno: quindi sarebbe indispensabile utilizzare le catechine estratte dal tè, quindi un prodotto più simile a un farmaco che a un alimento.

Infine, il tè verde, grazie alle sue proprietà antiossidanti, potrebbe favorire la formazione dell’osso e riducendo la sua degenerazione, come evidenziato da studi in vitro o sull’animale.

Insomma ci troviamo davanti a un alimento con mille proprietà, ma probabilmente anche una fonte di sostanze di interesse farmacologico, che potrebbero essere sviluppate nei prossimi anni.

Sarà banale, ma dopo essermi rivista tutta questa letteratura sono arrivata a queste conclusioni: una tazza di tè verde è un piacere, se le tazze diventano due o tre al giorno e per un tempo superiore ai sei mesi possono avere anche qualche effetto preventivo interessante. Per un intervento di ripristino di condizioni di benessere, oltre alla correzione dello stile di vita, le tazze dovrebbero essere molte, allora bisognerebbe pensare a un integratore vero e proprio. Ma in questo caso, bisogna valutare anche i dati negativi, che vedremo in una terza e ultima puntata.

La bibliografia è immensa, tra i lavori più significativi e che sono riuscita a leggere:

Carboidrati a cena… perché no?

C’è una vecchia usanza tra noi professionisti, diffusa anche tra i non addetti, che suggerisce di dare pochi o zero carboidrati a cena a chi deve dimagrire: i carboidrati a pranzo forniscono energia velocemente utilizzabile nelle ore successive e possono essere utili soprattutto in caso di attività fisiche intense (lavori pesanti o sport); ovviamente a cena questo effetto è ininfluente. Molti pensano a una dieta dissociata, i più smaliziati sanno che un pezzo di pane a cena è comunque concesso, ma pare che ci si sbagli tutti.

Tra il 2011 e il 2012 sono usciti alcuni lavori che indicano l’esatto opposto: una dieta con una bassa concentrazione di carboidrati a cena è meno efficace, in molti modi diversi, di una dieta equivalente ma con i carboidrati concentrati soprattutto la sera.

I risultati di questi studi, pubblicati sulle riviste «Nutrition, metabolism, and cardiovascular diseases» e «Obesity» da alcuni ricercatori israeliani sono abbastanza chiari: il calo di peso, la perdita di grasso viscerale, i valori ematici, il senso di fame o sazietà, tutto migliora ancora di più se si cena con pasta, riso e pane piuttosto che evitandoli.

I ricercatori hanno indagato anche le ragioni di questi aumentati miglioramenti, almeno per quanto riguarda la sazietà: il discorso comprende una diversa regolazione degli ormoni grelina (ormone della fame), leptina (ormone della sazietà) e adiponectina (ormone prodotto dal tessuto adiposo e importante per regolare il metabolismo dei grassi), mangiare carboidrati di sera gioca con i livelli di questi ormoni, di fatto diminuendo il senso di fame durante la giornata e quindi aiutando la persona a seguire una dieta ipocalorica.

Gli altri effetti sono solo constatati, non spiegati, ma la faccenda non è meno importante: questo approccio porta a un abbassamento maggiore dei trigliceridi e del colesterolo totale e LDL (il colesterolo cattivo), dei fattori infiammatori spesso legati all’obesità, della glicemia, della percentuale di grasso corporeo, di insulina.

Sicuramente servono altri studi, vanno spiegati ancora quasi tutti i fenomeni associati a questo stile di vita, ma il dato è interessante: evitare i carboidrati di sera sta passando di moda, pare che i risultati vadano contro le usanze, e in ambito scientifico i primi valgono molto più delle seconde.

Fonti:

Allarme obesità infantile: c’è un rischio cardiovascolare molto alto

Uno studio molto ampio ha analizzato 63 lavori presenti in letteratura comprendenti in totale 49 220 bambini, le conclusioni portano a un allarme: il rischio cardiovascolare dei bambini obesi è aumentato e potrebbe addirittura essere maggiore di quel che si pensava.

A dirlo sono alcuni ricercatori dell’Università di Oxford: i bambini e gli adolescenti obesi soffrono di pressione, colesterolo e glicemia alti; presentano resistenza all’insulina e aumentati livelli della stessa, condizione che spesso porta al diabete; presentano infine un aumento del volume ventricolare sinistro (segno di affaticamento del cuore) rispetto a bambini della stessa età ma normopeso.

Che l’obesità nell’adulto fosse pericolosa si sapeva da tempo, quel che si conosce poco è il rischio cardiovascolare nei bambini, troppo sottovalutato dalle ricerche e soprattutto dai genitori, preoccupati soprattutto di non affamare il bambino, più che di farlo mangiare correttamente, con la conseguente esagerazione in porzioni e diminuzione della qualità. Questo studio mette in guardia genitori e medici dai rischi che può portare uno stile di vita sedentario e sfarzoso, ancora troppo sottovalutato: la qualità della vita di un adulto dipende molto anche dalle attenzioni alla salute che si hanno durante l’infanzia, questo dato non può essere trascurato.

Fonte:

Friedemann C, et al. — Cardiovascular disease risk in healthy children and its association with body mass index: systematic review and meta-analysis — BMJ. 2012 Sep 25;345:e4759. doi: 10.1136/bmj.e4759

“All you can eat”, un fast food camuffato?

Pubblichiamo oggi il contributo del dottor Antonino La Monica sulla formula ristorativa “All you can eat”.

All you can eat

Con il problema della crisi che ha messo in ginocchio moltissimi Paesi europei e con i clienti che scarseggiano, molti ristoratori si sono adattati, per così dire, trasformando i classici ristoranti in ristoranti tutto a volontà, offrendo una scelta vastissima di cibo a un prezzo davvero basso e competitivo. Dai 7,95 € ai 12,95 € ma il prodotto è quasi sempre lo stesso: cibo a volontà. In Italia e in tutta Europa di recente non si parla d’altro, della nuova formula ristorativa All you can eat, ma di cosa di tratta?

È una formula nata negli Stati Uniti d’America. Prevede un buffet libero, un bancone pieno di qualsiasi tipo di cibo dove, dietro pagamento di una quota fissa, i clienti muniti di un vassoio mettono nei propri piatti tutto quello di cui hanno voglia. Dal sushi a carni di vario tipo, pesce e anche verdure, pasta, pizza, fino a scoppiare, letteralmente. A detta dei ristoratori, quantità è sinonimo di felicità del cliente, a discapito ovviamente della qualità.

Se da un lato è vero che il prezzo è davvero invitante e, naturalmente, a prima vista più conveniente se messo a paragone a un menu à la carte, dall’altro lato però si insinua il pericolo di cadere facilmente in un circolo vizioso a mio avviso davvero pericoloso. Vediamo il perché.

È davvero facile lasciarsi prendere la mano. È possibile mangiare dalle 12:30 alle 15:00 a pranzo e dalle 19:30 alle 00:00 a cena con un piccolo supplemento di prezzo. Quindi avere il tempo di assumere porzioni di cibo che di norma sarebbero destinate a 2/3 persone in un pranzo di Natale o concedersi l’ora di una pausa pranzo per abbuffarsi e ritornare a lavorare più stanchi di prima.

Menù all’apparenza salutistici, per la presenza di molte verdure, carne e pesce, si trasformano in veri e propri piatti-bomba super calorici se non ci si impone un buon self-control.
Se analizziamo anche i tempi frenetici in cui ormai viviamo e la comodità offerta da queste formule “Mangia tutto quello che puoi” e moltiplichiamo questi piatti super calorici alla frequenza con cui questi vengono consumati, in media 2-3 volte in una settimana come qualche cliente mi ha riferito, arriviamo a cifre davvero incredibili che vanno molto oltre i LARN1 (Livelli di Assunzione giornalieri Raccomandati di energia e Nutrienti per la popolazione italiana).

Il sushi, per esempio, è considerato da tutti un piatto ipocalorico con le sue 40/50 kcal per pezzo. Se consumato con la formula senza limiti All you can eat e unito, anche per la sola voglia di provare tutte le altre pietanze presenti nel bancone, ad altri piatti (come fritture varie di origine cinese, bistecche di carne di maiale, gamberoni cotti alla brace…) può farci facilmente superare, senza neanche rendercene conto, le 1000/1500 kcal2 in un solo pasto.
Si superano, inoltre, i livelli di colesterolo, le altre percentuali raccomandate come quelle proteiche e lipidiche e, essendo questi cibi molto salati, l’apporto di sodio ottimale (circa 2-2,5 g equivalente a 5-6 g di sale da cucina3). Ciò potrebbe essere causa di ipertensione, con tutti i rischi cardiocircolatori a questa legati.

Un vero e proprio attacco per la distruzione di una dieta equilibrata che si basa sulla giusta suddivisione dei pasti tra colazione, pranzo, cena e spuntini, senza introdurre una quantità smisurata di kcal di dubbia qualità in un singolo pasto. Una formula nata negli States, per saziare gli strani appetiti degli americani, sta mettendo le radici anche in Italia, Paese della Dieta Mediterranea. Da un lato sembra aiutare i cittadini in un momento di crisi economica ma dall’altro dove li porterà?

Dottor Antonino La Monica

Fonti:

  1. Società Italiana di Nutrizione Umana — LARN
  2. Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN) — Tabelle di composizione degli alimenti
  3. Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa (SIIA) — Sale, meglio poco
Cos’è il colesterolo

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Livia Diotallevi, Biologo Nutrizionista, sull’influenza che una corretta alimentazione ha nel mantenimento dei fisiologici valori ematici del colesterolo.

Molte persone hanno il “colesterolo alto” e devono per questo necessariamente correggere la loro dieta. Innanzitutto: cos’è il colesterolo e perché, se in eccesso, fa male?

Il colesterolo è una molecola fondamentale per il nostro organismo, perché:

  1. entra a far parte delle membrane cellulari alle quali conferisce il giusto grado di flessibilità e permeabilità;
  2. è il precursore di molti ormoni come ad esempio il testosterone e l’estradiolo;
  3. una parte è utilizzata per la produzione di bile, indispensabile per rendere i lipidi alimentari assimilabili dall’intestino.

Il colesterolo viene veicolato nel nostro organismo, all’interno del sangue, in aggregati formati non solo da colesterolo, ma anche da fosfolipidi, proteine, trigliceridi e acidi grassi e questi aggregati sono classificati, a seconda della loro densità, come:

  • Very Low Density Lipoprotein — VLDL
  • Intermediate Density Lipoprotein — IDL
  • Low Density Lipoprotein — LDL
  • High Density Lipoprotein — HDL

Le più conosciute sono, ovviamente, le LDL (il cosiddetto colesterolo cattivo) e le HDL (colesterolo buono).
Le LDL trasportano il colesterolo dal fegato ai tessuti periferici, mentre le HDL sono formate da colesterolo “di scarto” delle cellule e lo riportano al fegato. Le LDL sono pericolose in quanto hanno una tendenza ad aderire alle pareti dei vasi sanguigni formando delle ostruzioni che possono poi con il tempo aumentare (chiudendo il vaso) o staccarsi formando dei trombi.
È necessario mantenere bassa la concentrazione delle LDL e aumentare quella delle HDL.

È stato dimostrato che, in primo luogo, l’esercizio fisico porta a un aumento delle HDL e se a questo aggiungiamo una dieta più equilibrata, ricca in frutta e verdura, legumi e con preferenza per i cibi fornitori di acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi (contenuti ad esempio nell’olio extravergine di oliva o in alimenti come il pesce), i risultati possono essere buoni.

Bisogna ricordare, però, che circa l’80% del colesterolo è prodotto in modo endogeno dall’organismo (soprattutto dal fegato) e solo il restante 20% proviene dall’alimentazione.
Quando un soggetto presenta ipercolesterolemia (“colesterolo alto”) si tenta prima una correzione attraverso una dieta più sana ma se, nonostante tali accorgimenti, i livelli di colesterolo rimangono elevati, è chiaro che la causa è da ricercare nei meccanismi interni di produzione di questa molecola: sarà allora necessario ricorrere all’uso dei farmaci.

Dottoressa Livia Diotallevi

Fonti:

L’importanza dei legumi nella dieta

Pubblichiamo il contributo della dottoressa Livia Diotallevi, Biologo Nutrizionista, sul quadro nutrizionale dei legumi e sul loro ruolo nella nostra alimentazione.

Un tempo insieme ai cereali alla base dell’alimentazione, i legumi in questi ultimi anni sono stati messi quasi da parte ma, oggi, finalmente stiamo piano piano riscoprendo le loro grandi virtù.

Lenticchie, fagioli, ceci, cicerchie, piselli, fave, soia: ne esistono moltissime specie e possono essere consumati freschi, secchi, in scatola o surgelati.

I legumi hanno numerosi pregi.
Innanzitutto hanno un elevato contenuto di fibra alimentare, sia di quella insolubile che facilita lo svuotamento dell’intestino (sono ottimi per chi soffre, ad esempio, di stipsi),sia di quella solubile che rallenta l’assorbimento di glucosio, colesterolo e grassi risultando un alimento particolarmente prezioso per i diabetici e per chi ha problemi di trigliceridi e colesterolo alti.
I legumi, soprattutto quelli secchi, contengono molti minerali: calcio, ferro, potassio, fosforo e silicio, ma la concomitante presenza di fitati (sostanze antinutrizionali che si legano ai minerali) ne limita l’assorbimento.
Sono poveri di grassi (fatta eccezione per le arachidi e la soia ), ricchi di proteine anche se dal valore nutrizionale medio perché risultano carenti di aminoacidi solforati (cisteina e metionina) presenti in buona dose, invece, nei cereali come frumento, riso e mais. Se accoppiamo, quindi, legumi e cereali, quello che otteniamo è una integrazione proteica ben equilibrata poiché gli aminoacidi che mancano ai legumi sono forniti dai cereali: ben facevano i nostri nonni a preparare la pasta e fagioli!

In ultimo i legumi sono sazianti, il che li rende buoni alleati per chi sta seguendo delle diete e non facciamo l’errore di utilizzarli solo nel periodo autunnale o invernale: anche nelle stagioni calde sono ottimi.

Recenti studi hanno dimostrato che consumare legumi almeno due volte a settimana aiuta a prevenire disturbi cardiovascolari.

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Come abbiamo visto, ci sono ottime ragioni per inserire nella nostra dieta i legumi. Probabilmente uno dei motivi per cui ancora molte persone sono restie a consumarli sta nel fatto che richiedono una preparazione un po’ lunga che mal si adatta ai ritmi frenetici di tutti i giorni.
I legumi secchi devono essere lasciati in acqua per circa dieci ore: questo permette di eliminare la maggior parte dei fitati e di rendere quindi più disponibili i minerali che contengono. Se vogliamo prepararli la sera sarà necessario metterli in acqua al mattino oppure possiamo metterli in ammollo durante la notte e prepararli al mattino: è solo questione di organizzazione!

La cottura è effettivamente lunga, all’incirca un’ora (dipende dal tipo di legume) se fatta tradizionalmente, ma il tempo può essere ridotto molto se usiamo la pentola a pressione.

Ma per chi proprio non ha tempo, in commercio si trovano i legumi in scatola, meno calorici ma più poveri di proteine rispetto ai legumi secchi e a quelli freschi.

[…]

Un altro motivo che spesso viene addotto come scusa per limitare l’uso dei legumi è che causano la formazione di gas intestinali (meteorismo). Purtroppo questo è vero, poiché mancano nel nostro intestino gli enzimi necessari alla digestione di particolari molecole (zuccheri come lo stachiosio, il raffinosio o il verbascosio) presenti nei legumi e che sono allora degradate dalla flora batterica con produzione di gas. Bisogna dire, però, che il consumo regolare di legumi almeno due volte a settimana riduce sensibilmente questi fastidiosi effetti collaterali.

Dottoressa Livia Diotallevi

Fonti:

Questi sconosciuti: la quinoa

Aveva conquistato il titolo di “oro degli Inca” essendo l’alimento base di quelle antiche popolazioni che la ritenevano fonte del vigore e della forza dei loro guerrieri. Tanto importante da rappresentare un obbiettivo da distruggere quando i Conquistadores invasero il Nuovo Mondo. Fortunatamente ha continuato a crescere spontaneamente sulle pendici delle Ande evitando l’estinzione.

Il suo valore nutrizionale è caratterizzato dalla ricchezza di principi nutritivi (le sue proteine a elevato valore biologico sono paragonabili a quelle del latte, insolito negli alimenti vegetali), fonte eccellente di carboidrati, ricca di fibra e di magnesio, povera di grassi oggi è coltivata in Bolivia, Ecuador, Cile e Stati Uniti.

I suoi piccoli semi ovali gialli, rossi, viola o neri possono essere utilizzati integralmente o possono essere utilizzati per ricavare farine o fiocchi.
Naturalmente priva di glutine, quindi adatta ai celiaci, la farina può sostituire quella di frumento in gustose preparazioni da forno.
Squisiti i fiocchi per la prima colazione abbinati a frutta fresca, secca, miele o a latte.
Eccellente nelle zuppe, nelle insalatone e negli sformati.

Proprietà nutraceutiche

  • L’azione vasorilassante del magnesio aiuta a ridurre la frequenza degli attacchi di emicrania
  • L’elevato contenuto di fibra aiuta a ridurre i livelli di colesterolo
  • Ha un’azione protettiva nei confronti della calcolosi biliare
  • Protegge le membrane cellulari e le cellule nervose

Solo una precauzione per la preparazione: la presenza di saponina sulla superficie del seme la rende irritante per il tratto digerente e amara al gusto. È sufficiente sciacquarla sotto acqua fredda e corrente.

La cottura è semplice e veloce: per 100 g di quinoa basta aggiungere 360 ml di acqua e portare il tutto a ebollizione. Abbassare la fiamma, coprire e cuocere a fuoco medio per 10 minuti.

Valore nutritivo per 100 g di prodotto crudo:

  • Energia 1539 kJ (368 kcal)
  • Carboidrati 64 g
    • amido 52 g
    • fibra 7 g
  • Lipidi 6 g
    • Polinsaturi 3,3 g
  • Proteine 14 g
  • Acqua 13 g
  • Micronutrienti
    • Tiamina (vit. B1) 0,36 mg (31%)
    • Riboflavina (vit. B2) 0,32 mg (27%)
    • Vitamina B6 0,5 mg (38%)
    • Acido folico (Vit. B9) 184 mg (46%)
    • Vitamina E 2,4 mg (16%)
    • Ferro 4,6 mg (35%)
    • Magnesio 197 mg (55%)
    • Fosforo 457 mg (65%)
    • Zinco 3,1 mg (33%)

Fonti:

Tortino di lupini con crema di cipolle di Tropea

Il recente articolo di Pitagora sui risultati di un importante studio, relativo alle proprietà ipocolesterolemizzanti dei lupini (Lupinus albus) mi ha stimolato a provare e sperimentare questi “antichi” legumi in un modo diverso dal solito.
Se siete dotati di curiosità e voglia di conoscere o riscoprire nuovi sapori con un alimento millenario citato da Ippocrate e Orazio, salutare ma spesso sottovalutato, provate questa ricetta.

Ingredienti per quattro persone

Per i tortini

  • 200 g di lupini
  • 300 ml circa di brodo vegetale
  • un cucchiaino di olio extravergine di oliva
  • un uovo
  • uno spicchio d’aglio
  • un cucchiaio di fecola di patate
  • farina q.b.

Per la crema

  • 120 g di cipolla rossa di Tropea
  • 120 g di cipolla bianca
  • 200 ml di brodo vegetale
  • un cucchiaino di sale marino integrale
  • pepe bianco
  • un cucchiaio di olio extravergine di oliva
  • otto fettine di prosciutto cotto
  • due cucchiai rasi di grana padano

Preparazione

Sbucciare i lupini dissalati qualche giorno prima e tritarli; procedere poi con la cottura, dopo avere aggiunto l’olio extravergine d’oliva e lo spicchio in un tegame coperto. Irrorare con il brodo vegetale preparato a parte e lasciare cuocere bene.
A cottura ultimata frullare i lupini e aggiungere l’uovo, un cucchiaio di fecola di patate e un cucchiaio di farina; versare il composto ottenuto in quattro stampini di alluminio rivestiti di carta oleata e infornare a 180°C per circa 20 minuti.
Nel frattempo preparare la crema di cipolle. In una pentola portare a cottura perfetta fino a completo disfacimento i due tipi di cipolla tagliati finemente, aggiungendo il brodo vegetale a poco a poco; aggiungere sale e pepe bianco e frullare il tutto.
A questo punto, non resta che gustare il tortino caldo, giallo-oro, posto sulla crema rosa e con accanto il prosciutto e una fetta di pane integrale.

Le sostanze più importanti presenti in 100 g di lupini ammollati sono:

  • Acqua 69 g
  • Proteine 16,4 g
  • Lipidi 2,4 g
  • Colesterolo 0
  • Carboidrati 7,1g
  • Amido 6 g
  • Zuccheri solubili 0,5 g
  • Ferro 5,5 mg
  • Calcio 45 mg
  • Fosforo 100 mg
  • Tiamina 0,1 mg
  • Riboflavina 0,01 mg
  • Niacina 0,2 mg

Fonti:

Lupini ipocolesterolemizzanti

I legumi sono un gruppo alimentare sottovalutato: mi capita molto spesso nel corso delle consulenze nutrizionali di sentire pazienti che dichiarano di mangiarne «non più di quattro o cinque volte all’anno, dottore». È un vero peccato perché sono una fonte molto ricca di proteine e minerali, con una buona quantità di fibra che ha effetti benefici sull’organismo.

Un legume in particolare non gode di molta fama (molti lo considerano uno snack saltuario): il lupino. In questi anni però la ricerca scientifica sta scoprendo sempre più effetti benefici di questo legume. L’ultima notizia deriva dal British Journal of Nutrition e mette in risalto l’effetto ipocolesterolemizzante delle proteine dei lupini.

Lo studio si proponeva di misurare l’effetto dei lupini e dei piselli assunti con fibre solubili sul livello di colesterolo: a tale scopo sono stati costituiti sette gruppi da 25 persone, che assumevano barrette formulate con combinazioni diverse di proteine e fibre:

  • gruppo 1: era il gruppo di controllo, consumava barrette di proteine del latte (caseina) e cellulosa
  • gruppi 2 e 3: consumavano barrette con proteine di lupini o di piselli e cellulosa
  • gruppi 4 e 5: consumavano barrette con caseina e fibre dell’avena o della mela (fibre solubili)
  • gruppi 6 e 7: consumavano barrette con proteine dei piselli e fibre dell’avena o della mela

I risultati sono stati incoraggianti: i gruppi 2, 5, 6 e 7 hanno visto un abbassamento significativo del colesterolo ematico, mentre i gruppi 1, 3 e 4 non hanno dato questo effetto. I ricercatori hanno messo quindi in risalto l’effetto dei lupini: le proteine di questi legumi, affermano, sono capaci di abbassare il colesterolo, infatti le altre proteine in combinazione con la cellulosa non avevano questo effetto. Inoltre, questo beneficio si ha anche con i piselli in combinazione con le fibre solubili.

Sempre di più, quindi, è bene sottolineare che una dieta varia è importante e ricerche come queste mostrano come spesso vengano sottovalutati alimenti tutto sommato di facile reperibilità, che possono dare una mano concreta in casi di patologie.

Fonte:

Sirtori CR, et al. — Hypocholesterolaemic effects of lupin protein and pea protein/fibre combinations in moderately hypercholesterolaemic individuals — Br J Nutr. 2012 Apr;107(8):1176-83

Crostata di melograno

Ingredienti

Per la pasta

  • 250 g di farina
  • 120 g di burro
  • 100 g di zucchero
  • 2 uova intere
  • 2 tuorli

Per la crema

  • 3 tuorli
  • 220 g di formaggio morbido (a scelta Philadelphia, ricotta o mascarpone)
  • 115 g di zucchero
  • 30 ml di Grand Marnier
  • 25 ml di succo di melograno

Per la decorazione

  • 3 melograni maturi
  • buccia d’arancia

Preparazione

Per la crostata

Fare ammorbidire il burro fuori dal frigorifero e amalgamarlo con lo zucchero fino alla formazione di un impasto cremoso a cui vanno aggiunti la farina, le uova e i tuorli. Lavorare l’impasto fino a ottenere un impasto liscio e discretamente morbido che va coperto e lasciato riposare per almeno un paio d’ore.
Successivamente riprendere la pasta che va assottigliata col matterello in sfoglia sottile da cui viene ritagliato un disco necessario a foderare il fondo di una tortiera precedentemente imburrata. Punzecchiare la pasta con una forchetta, ricoprirla con carta da forno su cui verranno versati dei fagioli secchi e lasciare cuocere in forno già caldo a 180°C per 15 minuti. A metà cottura, aggiungere la crema.

Per la crema

Montare bene zucchero e tuorli d’uovo fino a ottenere un impasto spumoso. Aggiungere il formaggio, il Grand Marnier e il succo di melograno continuando a mescolare a gran velocità fino a ottenere un impasto cremoso.

Assemblaggio degli ingredienti

Sfornare la crostata a metà cottura e aggiungere la crema al formaggio. Infornare per ulteriori 15 minuti a 175°C. Sfornare e lasciare raffreddare. Successivamente ricoprire abbondantemente con i chicchi di melograno, aggiungere se gradita uno strato di gelatina alla frutta, altrimenti decorare con fiocchetti di panna e bucce d’arancia.

Le virtù e la nutraceutica del melograno

Sin dall’antichità è considerato simbolo di ricchezza e fertilità, di giustizia ed equilibrio, è un frutto ricco di pregiate molecole bioattive in grado di prevenire e curare diversi disturbi patologici.
Diversi autori riconoscono al melograno dieci importanti virtù se consumato giornalmente, meglio come bevanda.

  1. Previene e riduce il rischio di cancro al polmone e al seno.
  2. Rallenta il cancro alla prostata: in uno studio su cinquanta uomini che avevano consumato regolarmente un bicchiere di succo di melograno al giorno, i livelli di PSA si sono mantenuti stabili, riducendo la necessità di ulteriori trattamenti come la chemioterapia o la terapia ormonale.
  3. Riduce il contenuto di radicali liberi circolanti per la presenza di elevate concentrazioni di flavonoidi.
  4. Previene le alterazioni neonatali legate al tubo neurale.
  5. Previene l’artrosi attraverso un impedimento del deterioramento della cartilagine.
  6. Protegge le arterie.
  7. Abbassa i livelli di colesterolo cattivo e aumenta quello buono.
  8. Riduce i livelli di pressione sanguigna: un consumo regolare di 50 ml di succo di melograno al giorno, in un regime alimentare controllato, è sufficiente ad abbassare del 5% la pressione arteriosa sistolica.
  9. Previene la malattia di Alzheimer.
  10. Riduce i problemi di disfunzione erettile.

Ma le calorie?

Ottima fonte di Vitamine A, C, B1, B2, E e PP, sali minerali fosforo, ferro e potassio.

Composizione chimica per 100 g di frutto

  • acqua 80,5 g
  • proteine 0,5 g
  • lipidi 0,2 g
  • glucidi 15,9 g
  • kcal 63

Ne è assolutamente consigliato il consumo a tutte le donne che vogliono programmare una gravidanza, questo frutto apporta fino al 100% della RDA di acido folico, il cui ruolo è fondamentale per prevenire i disturbi del tubo neurale e la spina bifida.
Se ne sconsiglia il consumo frequente, per via dell’elevato grado zuccherino ai diabetici e a chi segue diete ipocaloriche, ma anche a soggetti che soffrono di diverticolite e morbo di Crohn.

Fonti:

Nuove scoperte

L’estate è forse la stagione dell’anno in cui siamo più portati a scoprire luoghi, villaggi, paesaggi o semplicemente angoli o viali della città in cui viviamo o amiamo particolarmente.
Piacevolmente si passeggia, si chiacchiera ed ecco che la vista, l’olfatto e il gusto sono deliziati da sapori antichi e innovativi al tempo stesso.

È proprio ciò che è accaduto a me: la scoperta dello yogurt all’açai presso una gelateria storica di Napoli, la più antica e rinomata della città.
Lo provo subito: troppo intrigante e straordinario, è per me l’abbinamento dello yogurt naturale, alimento antichissimo e di elevato valore nutrizionale (per la presenza di proteine nobili e fermenti lattici vivi) all’açai, bacca spontanea tropicale dalle numerose proprietà salutari e rinvigorenti, scoperte per caso dai surfisti brasiliani.

L’açai è una bacca di colore porpora scuro, con spiccate proprietà nutritive, energetiche e dagli effetti rivitalizzanti prodotta da una pianta spontanea, l’Euterpe oleracea, presente nella foresta pluviale amazzonica, per cui i derivati in succo e gli estratti secchi di polpa rappresentano ricche fonti di antocianinecianidin-3-Oglucoside con spiccate proprietà antiossidanti insieme alle vitamine C, E, e A, al buon contenuto in calcio esenti da residui di fitofarmaci.

Per l’elevato contenuto di antocianine, tre volte superiore a quello del mirtillo nero e trentatré volte superiore a quello del vino rosso, l’açai è indicato per la terapia di disfunzioni infiammatorie come l’artrite e per la prevenzione dei disordini circolatori.

Gli antociani, infatti, vantano azione vasoprotettiva e antinfiammatoria, mantengono la normale permeabilità vascolare ed esercitano proprietà antiossidanti, antiradicaliche e antiproliferative grazie alla loro capacità di catturare i radicali liberi annullandone l’azione nociva.
La frazione grassa del succo risulta composta da lipidi monoinsaturi, acido oleico (omega-9) abbassa effettivamente l’LDL (harmful cholesterol o colesterolo cattivo), l’acido linoleico (omega-6) aiuta a mantenere sane le membrane delle cellule mentre i fitosteroli, oltre a ridurre il colesterolo, entrano nel metabolismo delle prostaglandine, riducendo i dolori e le infiammazioni.

In definitiva ritengo utile riportare la tabella delle proprietà nutrizionali e biochimiche su 100g del frutto di açai.

  • Kcal 129
  • Lipidi 2,5 g
  • Antocianine 110,03 mg
  • Ferro 1,42 mg
  • Potassio 12,06 mg
  • Calcio 42,3 mg
  • Fosforo 9,1 mg
  • Sodio 52 mg
  • Vitamine 1,94 mg
  • Fibre vegetali 2,5 g
  • Proteine 1,56 g

Fonti:

  • Estratto della ricerca effettuata dal Dipartimento di Scienze Chimiche Alimentari Farmaceutiche e Farmacologiche (DISCAFF) dell’Università di Novara.
  • P. Riso, M. Porrini — Tecnologie Alimentari n. 7, Ottobre 2003 — Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari e Microbiologiche dell’Università degli Studi di Milano
Diabete mellito e rischio cardiovascolare

In questi giorni è stato pubblicato uno studio italiano che analizza i risultati dello studio EFFECTUS (Evaluation of Final Feasible Effect of Control Training and Ultra Sensitization), teso a implementare una valutazione globale del rischio cardiovascolare in Italia. Lo studio (che raccoglieva dieci pazienti consecutivi per ogni medico di base partecipante, visitati nel maggio del 2006) analizza un totale di 9904 pazienti, osservati da 1078 medici, analizzati per valutazione di rischio cardiovascolare totale e caratterizzazione del profilo di rischio cardiovascolare, tutti stratificati per la presenza o assenza concomitante di diabete mellito.

I risultati dello studio hanno evidenziato che i pazienti diabetici erano più anziani e avevano una maggiore prevalenza di obesitàipertensionedislipidemie e disturbi cardiovascolari associati. Si riscontrava anche la presenza di ipercolesterolemiaipertrigliceridemia e ipercreatininemia, associata a più bassi livelli di colesterolo HDL rispetto ai pazienti non diabetici. I pazienti diabetici presentavano anche un maggiore consumo complessivo di farmaci rispetto ai pazienti non diabetici.

Le conclusioni dello studio EFFECTUS hanno quindi confermato un maggiore rischio cardiovascolare e un maggior consumo di farmaci nei pazienti diabetici rispetto a quelli senza diabete mellito. I pazienti diabetici presentavano inoltre un controllo del rischio cardiovascolare significativamente peggiore rispetto ai pazienti non diabetici.

Fonte:

Tocci G, et al.Impact of diabetes mellitus on the clinical management of global cardiovascular risk: analysis of the results of the Evaluation of Final Feasible Effect of Control Training and Ultra Sensitization (EFFECTUS) educational program — Clin Cardiol. 2011 Sep;34(9):560-6. doi: 10.1002/clc.20937