Prevenzione alcologica: quando sì e quando no?
L'armadietto dei superalcolici di casa

Esiste un consumo ideale di alcolici?

Un moderato consumo di alcol sembra ridurre il rischio di malattie cardiache e diabete. Gli studi però danno risultati incompleti e contraddittori. Probabilmente il risultato è favorevole se vi è moderazione, con una maggiore efficacia per il vino, mentre diventa difficilmente interpretabile in presenza di consumi maggiori o con l’utilizzo di altri alcolici (birra, superalcolici). Vi è inoltre sicuramente una grande differenza di suscettibilità individuale.
Perciò vale il consiglio che si usa per tutti gli alimenti: puntare alla qualità e non alla quantità.

Un bicchiere di vino (non quelli più comunemente usati a tavola, ma quello contenente 125 ml) o una lattina piccola di birra (330 ml) sono generalmente considerati una quantità tollerabile a pasto, anche se per le donne potrebbe essere opportuno limitarsi a una volta al giorno. I superalcolici invece dovrebbero costituire un’eccezione.

In quali condizioni è necessario evitare l’alcol?

Innanzitutto se assumete farmaci. Il consumo moderato di alcol è associato a un aumento di rischio di effetti indesiderati del 24%, soprattutto se assunto insieme a farmaci usati per curare diabete, allergie, insonnia, artriti, ipertensione, colesterolo alto, insonnia oppure anticoagulanti, antidepressivi, sedativi, antidolorifici. Quindi se assumete medicine o integratori, anche temporaneamente, controllate sul bugiardino o chiedete al vostro medico.

Evitate l’alcol se siete o potreste essere in gravidanza. Le donne, per motivi fisiologici (ormonali, metabolici e costituzionali), sono abitualmente più sensibili agli effetti dell’alcol: tra le conseguenze possibili ci sono, oltre ai maggiori rischi dovuti alla tossicità dell’etanolo, anche la minore fertilità e quindi una minore possibilità di iniziare una gravidanza. Quando invece il concepimento è già avvenuto, i rischi sono per la salute e lo sviluppo del bambino: gli organi vitali, quali cuore, cervello e scheletro, si formano durante i primi 10-15 giorni dopo il concepimento e la futura madre è spesso inconsapevole del suo nuovo stato. Smettere di bere se si programma una gravidanza rappresenta dunque una misura protettiva per il bambino. Una patologia correlata all’uso di alcol in gravidanza è la sindrome feto-alcolica, che si può manifestare con gravità diversa, che va dal ridotto peso neonatale fino al ritardo mentale, senza che si sia individuato il livello minimo di consumo pericoloso (studi recenti, da confermare ulteriormente, sembrano dimostrare che fino a due bicchieri alla settimana non abbiano effetto).

Se soffrite o avete sofferto di gastrite, pancreatite, epatite (anche di origine virale) sappiate che l’alcol può avere un ruolo importante nel peggioramento dei sintomi. A seconda del quadro clinico può bastare una sospensione temporanea, ma a volte può essere necessario interrompere definitivamente il consumo di alcol, ricordando sempre che potrebbe favorire la degenerazione tumorale di queste patologie.

Se volete perdere peso non dimenticate che un bicchiere di vino o una lattina di birra arrivano a introdurre nella dieta anche più di 100 calorie. Queste calorie non ci danno la stessa sazietà di un cibo solido, ma ci lasciano insoddisfatti e anzi spesso stimolano l’appetito (come gli aperitivi). Spesso basta ridurre semplicemente gli alcolici per ottenere senza difficoltà dei risultati importanti. Se invece aggiungete il consumo di alcol a una dieta ipocalorica, correte il rischio di aumentare l’assorbimento dell’alcol stesso rispetto a una dieta normale e anche di trovarvi con una dieta sbilanciata e carente di nutrienti essenziali (un esempio su tutti: la vitamina A).

Per approfondimenti:

Oggi è la Giornata Mondiale del Rene
Giornata Mondiale del ReneLocandina Giornata Mondiale del Rene 2013 - SIN

Oggi è la Giornata Mondiale del Rene. Questo evento ha lo scopo di ribadire il ruolo fondamentale di tale organo e di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di diagnosticare precocemente le malattie renali. Spesso, infatti, i reni si ammalano in modo silenzioso e ancora oggi troppe persone devono ricorrere alla dialisi o al trapianto (solo in Italia si stimano 50.000 pazienti in trattamento dialitico cronico, di cui oltre il 70% sono diabetici e/o ipertesi); fondamentale è la diagnosi precoce in modo da prevenire l’evoluzione e le complicanze della malattia renale.

I primi passi sono semplici, basta un’analisi delle urine e il dosaggio delle creatinina nel sangue, oltre a un controllo regolare della pressione arteriosa; il medico potrà così stabilire se sono necessarie ulteriori indagini.

Ancora più importante è la prevenzione attraverso uno stile di vita sano, che aiuti a ridurre il più possibile malattie come il diabete, l’ipertensione, l’obesità e l’abuso di farmaci antiinfiammatori.

Affinché l’informazione sia il più capillare possibile, moltissime strutture apriranno le porte organizzando incontri e offrendo visite e alcuni esami gratuiti. Per saperne di più è possibile visitare la pagina della Società Italiana di Nefrologia.

Per approfondimenti:

SIN - Società Italiana di Nefrologia

Peperoncino: una spezia tutta da scoprire! (parte II)

Pubblichiamo oggi la seconda parte del contributo della dottoressa Monica Trecroci sul peperoncino

Peperoncino calabrese

Nel primo articolo abbiamo visto la storia affascinante che conduce il peperoncino sulle nostre tavole e la sua grande versatilità nel crescere in ogni situazione. Ma il peperoncino non è solo questo. Il fuoco che scalda molti piatti della nostra tavola è un autentico concentrato di benefiche proprietà. Questo grazie alla sua composizione: oltre a essere ipocalorico, come abbiamo descritto, è ricco di vitamine soprattutto A, C, E, PP e sali minerali anche se ciò che lo rende davvero speciale dal punto di vista delle proprietà è senza dubbio la presenza del componente bioattivo capsaicina.

Il contenuto di vitamina C gli conferisce attività antiossidante, immunostimolante e il suo uso è utile nell’alleviare la sintomatologia a carico delle mucose in caso di raffreddore, sinusiti e bronchiti.

L’attività antiossidante è mediata anche dai carotenoidi, che contribuiscono a combattere i radicali liberi e i processi di invecchiamento cellulare.

Il peperoncino è utile nella prevenzione dell’infarto e delle malattie cardiovascolari. L’uso costante di piccole quantità, infatti, contribuisce a diminuire i livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue1 grazie agli acidi grassi polinsaturi contenuti nei semi. Agisce da vasodilatatore aiutando il lavoro di arterie, capillari e cuore; la capsaicina migliora la circolazione sanguigna e agisce da antiaggregante lavorando in sinergia con la vitamina PP e la vitamina E che, rispettivamente, conferiscono elasticità ai capillari e migliorano l’ossigenazione del sangue. Inoltre, essendo il peperoncino una spezia in grado di insaporire i piatti più vari, consente un importante risparmio dell’utilizzo di sale per conferire sapore con notevoli benefici per coloro che sono affetti da ipertensione. Ha attività fibrinolitica per cui diminuisce il rischio di formazione di trombi.

La capsaicina è utile anche nei soggetti diabetici per abbassare la glicemia poiché migliora l’azione dell’insulina2.

Il peperoncino, grazie alla capsaicina, sembra avere proprietà anticancerogene in vitro, su cellule cancerose prostatiche3. L’inibizione della crescita è dose dipendente (al crescere della dose impiegata aumenta l’effetto inibente) e si realizza attraverso induzione dell’apoptosi o morte cellulare programmata.

La capsaicina favorisce la digestione, aumenta la secrezione acida gastrica4 e protegge lo stomaco aumentando la produzione di muco. In alcune regioni del Sud Italia viene preparato un infuso digestivo a base di peperoncino, camomilla e miele.

Il peperoncino si è dimostrato essere un alleato nella perdita di peso. La capsaicina potrebbe agire come stimolatore del metabolismo basale, il consumo calorico stimato da un uso quotidiano di peperoncino è di 50 Kcal al giorno e diminuisce l’appetito5.

Da sempre considerato, forse per il suo sapore piccante, un alimento afrodisiaco, il peperoncino è spesso associato nell’accezione comune alla sfera sessuale. A onor del vero è ricco di vitamina E, la vitamina che agisce sul trofismo degli spermatozoi; e a livello intestinale libera VIP (Vasoactive Intestinal Polypeptide), che provoca vasodilatazione e aumento della circolazione sanguigna a livello periferico. La capsaicina applicata a livello locale determina liberazione di ossido nitrico, cosa che normalmente accade a livello periferico dopo assunzione di farmaci per la disfunzione erettile. Tuttavia, non esiste al momento una valida conferma scientifica che metta in relazione peperoncino ed eros.

Anche l’industria cosmetica usa il peperoncino per la preparazione di saponi e creme ad azione antibatterica e per la detersione della cute. Sembra avere un effetto positivo nel trattamento della cellulite per l’azione di stimolo sulla circolazione sanguigna.

Ma il peperoncino è indicato per tutti?

Per la verità non ci sono controindicazioni significative all’uso di peperoncino, piuttosto delle limitazioni in presenza di acidità di stomaco, ulcera e in dosi troppo elevate potrebbe irritare la mucosa intestinale.

Dottoressa Monica Trecroci

Fonti:

  1. Srinivasan K. — Dietary spices as beneficial modulators of lipid profile in conditions of metabolic disorders and diseases — Food Funct. 2013 Jan 31
  2. Okumura T, et al. — Effect of caffeine and capsaicin on the blood glucose levels of obese/diabetic KK-A(y) mice — J Oleo Sci. 2012;61(9):515-23
  3. Díaz-Laviada I — Effect of capsaicin on prostate cancer cells — Future Oncol. 2010 Oct;6(10):1545-50. doi: 10.2217/fon.10.117
  4. Imatake K, et al. — The effect and mechanism of action of capsaicin on gastric acid output — J Gastroenterol. 2009;44(5):396-404. doi: 10.1007/s00535-009-0018-x
  5. Whiting S, et al. — Capsaicinoids and capsinoids. A potential role for weight management? A systematic review of the evidence — Appetite. 2012 Oct;59(2):341-8. doi: 10.1016/j.appet.2012.05.015
Obesità, diabete e cancro: ecco come sono collegati
Obesità, diabete e cancro

È noto da molto tempo che l’obesità e il diabete conseguente siano fattori predisponenti per alcuni tipi di cancro. Tra gli effetti secondari e a lungo termine del diabete, infatti, ci sono moltissime patologie: l’accumulo di zuccheri nel sangue porta a disfunzioni in molti distretti, ad esempio la retina, e affaticamento generale dell’organismo e alla sempre più difficile risposta fisiologica dei vari organi. Il diabete è nella maggior parte dei casi causato dall’obesità (si parla di diabete di tipo II), questo perché l’eccesso di tessuto adiposo indebolisce prima la risposta all’insulina da parte dell’organismo, poi la sua produzione, affaticando il pancreas.

Recentemente è stato scoperto il meccanismo mediante il quale il diabete riesce a promuovere la formazione tumorale: la colpa è la sovraesposizione allo zucchero. Quando il diabete è conclamato, la glicemia aumenta, questo causa, attraverso un complicato passaggio biomolecolare, l’attivazione di una particolare proteina chiamata β-catenina che normalmente attiverebbe i segnali per la produzione di insulina, ma in condizioni patologiche, con livelli alti di zucchero nel sangue, si accumula nel nucleo delle cellule. L’accumulo di questa proteina nel nucleo causa proliferazione e resistenza all’apoptosi (ovvero le cellule non muoiono più spontaneamente e sono difficili da uccidere), determinando quindi l’inizio di un possibile processo tumorale.

Questa scoperta è stata pubblicata sulla rivista «Molecular Cell» da ricercatori spagnoli, e probabilmente aiuterà nella ricerca sul cancro, per indirizzare le ricerche successive verso nuovi possibili bersagli molecolari, ma il messaggio più importante è quello della prevenzione: regolare i livelli di glucosio del sangue, combattere quindi il diabete e soprattutto l’obesità, diventa fondamentale perché sono agenti primari, e non solo concause, dello sviluppo dei tumori.

Fonte:

Chocarro-Calvo A et al.Glucose-Induced β-Catenin Acetylation Enhances Wnt Signaling in Cancer — Mol Cell. 2012 Dec 26. pii: S1097-2765(12)00979-3. doi: 10.1016/j.molcel.2012.11.022.

Bevande Energetiche: a cosa realmente andiamo incontro? (II parte)

Pubblichiamo oggi la seconda parte del contributo del dottor Antonino La Monica sugli “energy drink”

Bevande Energetiche

Nel primo articolo abbiamo parlato delle bevande energetiche e dell’influenza della pubblicità sui giovani, in Italia i rischi sembrano essere sottovalutati ma nuovi dati allarmanti sollevano, in altri Paesi, le preoccupazioni per il loro crescente consumo.

Il 10 Gennaio 2013, il Governo Americano ha rilasciato un rapporto1, rivelando che il numero di persone arrivate al pronto soccorso dopo l’ingestione di energy drink è raddoppiato negli ultimi quattro anni, ovvero nello stesso periodo di tempo in cui la popolarità e la disponibilità di questi prodotti sono aumentate vertiginosamente. Tra i sintomi accusati: insonnia grave, nervosismo, mal di testa, tachicardia e convulsioni.
Dal 2007 al 2011, il consumo di queste bibite nella fascia di età compresa tra 18 e 25 anni è cresciuto da 4.200 persone a 7.322, nella fascia di età tra 26 e 39 anni, da 3.340 a 6.729, mentre in quella oltre i 40 anni, da 1.382 a 5.233.
Il rapporto cita anche la crescita del consumo anche per bambini dall’età di 12 anni.
È pur vero che questi dati si riferiscono al Paese americano ma non è da escludere che, anche solo su base imitativa, ci possa essere una crescita anche in Italia.

È stato inoltre da pochi giorni pubblicato il parere2 dell’International Society of Sports Nutrition che, dopo aver analizzato tali bevande, arriva a queste conclusioni:

  • il valore ergogenico della caffeina sulle prestazioni fisiche e mentali è stato ben stabilito, ma molti prodotti contengono numerosi ingredienti che meritano ulteriori studi per dimostrare la loro sicurezza e gli effetti potenziali sulle prestazioni fisiche e mentali;
  • l’utilizzo di energy drink prima di un esercizio fisico può migliorare la concentrazione mentale, la vigilanza, la prestazione anaerobica e/o le prestazioni di resistenza; ma può favorire l’aumento di peso, nel caso in cui queste non vengano utilizzate con i giusti fini e se non attentamente considerate come parte della quota calorica giornaliera;
  • gli atleti devono considerare l’impatto dell’ingestione di carboidrati ad alto carico glicemico sulla salute metabolica, sui livelli di glucosio nel sangue e di insulina, così come gli effetti della caffeina e degli altri stimolanti sulle capacità motorie;
  • bambini e adolescenti possono assumere questi prodotti solo dopo l’approvazione dei genitori, dopo aver considerato la quantità di carboidrati, caffeina, e altri nutrienti contenuti e aver approfondito i potenziali effetti collaterali;
  • un uso indiscriminato può portare a eventi avversi ed effetti collaterali nocivi. I diabetici e le persone con preesistenti malattie cardiovascolari, metaboliche, epato-renali, neurologiche e che stanno assumendo farmaci che possono essere interessati da cibi ad alto carico glicemico e stimolanti, devono evitare l’uso di bevande energetiche, salvo approvazione da parte del loro medico.

Anche il dottor Marcie Schneider, coautore della relazione clinica sugli effetti delle bevande sportive ed energetiche negli adolescenti dell’American Academy of Pediatrics, mette in guardia contro la grave pericolosità che queste bibite possono rappresentare. La stessa raccomandazione arriva da un gruppo di esperti della University of Maryland School of Public Health guidati dalla dottoressa Amelia Arria3.

Cosa aspettiamo per dare la giusta informazione, soprattutto avvisando i genitori sulle conseguenze e pericolosità di questi articoli che sono chiaramente orientati verso i giovani?

Dottor Antonino La Monica

Fonti:

  1. Rapporto del Governo Americano — Update on Emergency Department Visits Involving Energy Drinks: A Continuing Public Health Concern
  2. Journal of the International Society of Sports NutritionInternational Society of Sports Nutrition position stand: energy drinks
  3. Arria AM, O’Brien MC — The “high” risk of energy drinks — JAMA. 2011 Feb 9;305(6):600-1. doi: 10.1001/jama.2011.109
La scuola di Ancel celebra la Giornata Mondiale del Diabete

«Contro il diabete, occhi aperti!» è questo lo slogan scelto per celebrare la 12a edizione della Giornata Mondiale del Diabete che, come indicato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si celebra in più di 160 Paesi il giorno 14 novembre.

Lo scorso week-end, sabato e domenica 10 e 11 novembre, in circa 500 piazze in tutta Italia si sono già svolti eventi e attività informative che hanno anticipato e sensibilizzato gli italiani sulla Giornata Mondiale del Diabete. Per dare un segnale chiaro e inequivocabile i monumenti principali dei luoghi in cui si è svolta l’iniziativa si sono illuminati di azzurro, come il Logo della Scuola di Ancel lo è oggi per questa occasione importante.

Sono stati allestiti, in particolare, presidi diabetologici dove, grazie al volontariato di medici, operatori sanitari, infermieri e associazioni di pazienti, tutti i cittadini hanno ricevuto materiale informativo, consulenza medica qualificata, ma soprattutto hanno effettuato gratuitamente l’esame della glicemia. Parole chiavi dell’iniziativa: diagnosi precoce e prevenzione.

La Giornata del Diabete è promossa da Diabete Italia e si svolge sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero della Salute, del Ministero del Lavoro e Politiche sociali, del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali e della Croce Rossa Italiana.

Il diabete, in particolare il diabete di tipo 2 comunemente noto come diabete alimentare, rappresenta oggi per la sua crescente incidenza una della maggiori preoccupazioni del Sistema Sanitario, questo in particolare nei Paesi emergenti, ma anche nei Paesi occidentali. Questa patologia deve essere affrontata in modo adeguato visto che costituirà una vera e propria emergenza sanitaria nei prossimi decenni, risulta importante promuovere politiche per la prevenzione e la cura della malattia.

Si calcola che solo in Italia oggi ci sono:

  • 3 milioni di persone con il diabete di tipo 2;
  • 1 milione di persone con il diabete di tipo 2 ancora non diagnosticato;
  • 2,6 milioni di persone con difficoltà a mantenere la glicemia nella norma, una condizione che nella maggior parte dei casi prelude allo sviluppo del diabete di tipo 2.

Nel 2030 si prevede che le persone diagnosticate con diabete in Italia saranno 5 milioni e 438 milioni in tutto il mondo.

Entro quella data il diabete potrebbe passare dall’undicesima alla settima causa di morte nel mondo e nei Paesi industrializzati sarà probabilmente al quarto posto dopo malattie cardiovascolari, cerebrovascolari e tumori delle vie respiratorie, ma molto più avanti rispetto ad altri tipi di tumore. Oltre a ridurre le aspettative di vita, il diabete è causa di serie complicanze: malattie cardiovascolari, renali, cecità, amputazione, cardiopatia ischemica, neuropatie e retinopatia.

È importante anche ricordare però che una gran parte dei casi di diabete di tipo 2 può essere prevenuta agendo sullo stile di vita, apportando cambiamenti nelle abitudini alimentari, dedicandosi maggiormente all’attività fisica e mantenendo il peso sotto controllo.

Già con le seguenti poche raccomandazioni alimentari, in termini di prevenzione, si potrebbe far molto.

  • Limitare il consumo di alimenti ad alta densità energetica e carichi di zuccheri a rapida assimilazione come i dolci e le bevande zuccherate.
  • Aumentare il consumo di cibi ricchi di fibre vegetali, antiossidanti e microelementi, tra cui frutta, verdura e ortaggi. In particolare, tre porzioni di frutta e due di verdura al dì. Non far mai mancare ai pasti la verdura a foglia verde e gli ortaggi.
  • Fai ruotare i secondi piatti, assumere regolarmente legumi e pesce due volte a settimana.
  • Non bandire i carboidrati ma preferire, tra gli alimenti ricchi di amido, quelli integrali e a basso indice glicemico.

Per approfondimenti:

Tè verde: l’elisir di lunga vita?

In una analisi di dati sul consumo alimentare effettuata in Giappone è stato possibile individuare una regione dove la mortalità generale della popolazione e quella dovuta alle malattie cardiovascolari sono inferiori. Valutazioni più approfondite hanno confermato che l’alimento che contraddistingue la dieta di queste aree è proprio il tè verde: il consumo è più ampio e frequente rispetto ad altre parti del paese.

Il tè verde è quindi l’elisir di lunga vita?

Prima di creare false speranze occorre specificare che stiamo parlando di persone nate e cresciute in un paese con abitudini alimentari, un patrimonio genetico e uno stile di vita profondamente diversi dai nostri. Questi e altri dati sono stati però punti di partenza per numerosi studi sulle proprietà nutrizionali di questo alimento.

La principale caratteristica del tè, e del tè verde in particolare, è l’attività antiossidante: cioè la capacità di proteggere il DNA dai danni che può subire per effetto dell’ossidazione indotta da ingiurie chimiche — come le sostanze tossiche introdotte dall’ambiente o i prodotti di degradazione — e fisiche — come i raggi ultravioletti. Questa capacità viene considerata indispensabile per la prevenzione e la cura di numerose malattie tra cui i tumori, le malattie infiammatorie e cardiovascolari. Inoltre il tè verde può attivare enzimi detossificanti presenti nel fegato — come la glutatione-s-trasferasi — proteggendo l’organismo dalle sostanze tossiche introdotte, più o meno volontariamente, con l’alimentazione.

Per questo motivo è un alimento prezioso nella prevenzione, ma anche per il benessere generale, proteggendo il corpo dall’invecchiamento. Ma quando passiamo a valutare l’effetto su specifiche condizioni o patologie, i dati diventano più controversi.

Gli studi in vitro hanno mostrato la capacità delle catechine (i polifenoli del tè verde) di inibire la proliferazione di alcune linee tumorali e di indurre l’apoptosi (cioè la morte cellulare) in altri tipi tumorali, accendendo molte speranze sul suo effetto antitumorale. Purtroppo gli studi clinici — come la valutazione dell’effetto dopo assunzione da parte di soggetti che avevano forme pretumorali — e gli studi epidemiologici — oltre 50 studi che confrontavano, a posteriori, la comparsa di tumori in soggetti che assumevano o non assumevano tè verde — non hanno dato risposte chiare. Probabilmente perché in ogni lavoro si usava un tipo di tè specifico, preparato con modalità diverse (la durata dell’infusione oppure la quantità di foglie) e consumato in quantità variabili (da una tazza a un litro al giorno) e in alcuni casi prodotti in capsule.
La conclusione del prestigioso National Cancer Insitute americano è che le differenze tra chi assume o no tè verde non sono statisticamente significative, perciò potrebbero dipendere dalla combinazione di più fattori, tra cui la presenza di altri alimenti nella dieta che hanno effetto sinergico (cioè si aiutano tra loro). L’European Food Information Council (EUFIC), invece, è più ottimista e vede un segno positivo in una sperimentazione che ha dimostrato la riduzione del rischio di comparsa di tumore al colon, basata sulle abitudini alimentari di 70 000 donne cinesi per sei anni. Insomma, si può vedere il bicchiere, o meglio la tazza, mezza vuota o mezza piena.

Meno controversi sono i dati che riguardano l’obesità e il diabete: l’assunzione di estratti di tè verde (corrispondenti a cinque tazze di tè) si è mostrata efficace nell’aumentare la degradazione del grasso corporeo durante l’esercizio fisico moderato e la sensibilità insulinica, migliorando il controllo della glicemia rispetto ai soggetti che avevano assunto placebo. Numerosi meccanismi sono stati messi in campo per spiegare questo effetto, tra cui la capacità di inibire la differenziazione e la moltiplicazione delle cellule adipose, l’inibizione dell’assorbimento intestinale dei grassi e il blocco di un enzima che inibisce la degradazione degli acidi grassi. Naturalmente cinque tazze al giorno non sono un consumo “normale” e quindi non stiamo parlando più di un infuso da bere, ma di un integratore alimentare vero e proprio.

Un ulteriore effetto, nella prevenzione delle malattie correlate all’obesità, è dimostrato nella capacità, da parte del tè verde (questa volta siamo nell’ordine di due o tre tazze al giorno) di aumentare la capacità dilatativa del tessuto endoteliale, indice della capacità di risposta del sistema circolatorio ad attacchi di ischemie e trombi. Altre sperimentazioni hanno mostrato una lieve, ma significativa, diminuzione del colesterolo totale e del colesterolo LDL dopo circa sei mesi di consumo di tè verde. Queste due informazioni sono importanti per chi vuole prevenire le complicazioni cardiocircolatorie dovute al sovrappeso, all’ipertensione o allo stile di vita.

Sicuramente interessante è anche l’attività sulle malattie infiammatorie e autoimmuni, tra cui sono comprese condizioni molto diverse come artrite reumatoide, sindrome dell’intestino irritabile e diabete di tipo 1. Nei modelli sperimentali, la somministrazione di polifenoli del tè verde diminuisce l’entità dei sintomi e diminuiscono i markers specifici delle diverse patologie: l’azione sembra diretta alle molecole mediatrici dell’infiammazione. Non esistono però dati nell’uomo e, se dovessimo riprodurre le condizioni usate negli animali, si tratterebbe di somministrare oltre due litri di infuso al giorno: quindi sarebbe indispensabile utilizzare le catechine estratte dal tè, quindi un prodotto più simile a un farmaco che a un alimento.

Infine, il tè verde, grazie alle sue proprietà antiossidanti, potrebbe favorire la formazione dell’osso e riducendo la sua degenerazione, come evidenziato da studi in vitro o sull’animale.

Insomma ci troviamo davanti a un alimento con mille proprietà, ma probabilmente anche una fonte di sostanze di interesse farmacologico, che potrebbero essere sviluppate nei prossimi anni.

Sarà banale, ma dopo essermi rivista tutta questa letteratura sono arrivata a queste conclusioni: una tazza di tè verde è un piacere, se le tazze diventano due o tre al giorno e per un tempo superiore ai sei mesi possono avere anche qualche effetto preventivo interessante. Per un intervento di ripristino di condizioni di benessere, oltre alla correzione dello stile di vita, le tazze dovrebbero essere molte, allora bisognerebbe pensare a un integratore vero e proprio. Ma in questo caso, bisogna valutare anche i dati negativi, che vedremo in una terza e ultima puntata.

La bibliografia è immensa, tra i lavori più significativi e che sono riuscita a leggere:

Cibo & Filatelia: ministoria del diabete

Il Transkei, che letteralmente significa “al di là del fiume Kei”, nel periodo dell’apartheid era uno dei bantustan sudafricani; riassorbito nel 1994 all’interno dello stato Sudafricano, ha emesso il 29 marzo 1990 una serie di quattro francobolli sotto la denominazione «Grandi pionieri della medicina». Un filo rosso lega queste quattro figure: lo studio e la cura del diabete.

Il primo francobollo dell’emissione raffigura Aretaeus (130-200), discepolo di Ippocrate e contemporaneo di Galeno, originario della provincia romana della Cappadocia, in Asia Minore.

È stato il primo a fornire una descrizione accurata dei sintomi e a usare il termine “diabetes” derivandolo dal termine greco che aveva il significato di “sifone”.

La prima metà del XIX secolo è riconosciuta come il “periodo sperimentale” nella cura del diabete e la figura di Claude Bernard (1813-1878), ritratto nel secondo francobollo dell’emissione, riveste un ruolo chiave.

Nei suoi studi scoprì la funzione glicogenica del fegato, isolando la sostanza in seguito nota come glucosio, la cui struttura molecolare vediamo raffigurata nel francobollo.

Il terzo francobollo ritrae il chirurgo di origine lituana Oskar Minkowski (1858-1931).

Insieme con il collega Joseph von Mering (1849-1908) provò il ruolo chiave che il pancreas svolge nel decorso della malattia.

A lui è intitolato un premio annuale assegnato a un giovane ricercatore distintosi negli studi sulla malattia.

Il quarto francobollo della serie ritrae Frederick Grant Banting (1891-1941) scopritore dell’insulina.

Nel 1923 gli fu assegnato insieme a John James Rickard Macleod (1876-1935) il premio Nobel per la medicina; tale riconoscimento fu dallo stesso Banting contestato con la successiva decisione di dividere la sua parte di premio con colui che gli era stato a fianco nelle ricerche, Charles Herbert Best (1899-1978).

Anche le Poste Francesi nel 2011 ricordano i 90 anni dalla scoperta dell’insulina con una emissione.

Per approfondimenti:

L.J. Sanders — The philatelic history of diabetes. In search of a cureAmerican Diabetes Association, 2001

Allarme obesità infantile: c’è un rischio cardiovascolare molto alto

Uno studio molto ampio ha analizzato 63 lavori presenti in letteratura comprendenti in totale 49 220 bambini, le conclusioni portano a un allarme: il rischio cardiovascolare dei bambini obesi è aumentato e potrebbe addirittura essere maggiore di quel che si pensava.

A dirlo sono alcuni ricercatori dell’Università di Oxford: i bambini e gli adolescenti obesi soffrono di pressione, colesterolo e glicemia alti; presentano resistenza all’insulina e aumentati livelli della stessa, condizione che spesso porta al diabete; presentano infine un aumento del volume ventricolare sinistro (segno di affaticamento del cuore) rispetto a bambini della stessa età ma normopeso.

Che l’obesità nell’adulto fosse pericolosa si sapeva da tempo, quel che si conosce poco è il rischio cardiovascolare nei bambini, troppo sottovalutato dalle ricerche e soprattutto dai genitori, preoccupati soprattutto di non affamare il bambino, più che di farlo mangiare correttamente, con la conseguente esagerazione in porzioni e diminuzione della qualità. Questo studio mette in guardia genitori e medici dai rischi che può portare uno stile di vita sedentario e sfarzoso, ancora troppo sottovalutato: la qualità della vita di un adulto dipende molto anche dalle attenzioni alla salute che si hanno durante l’infanzia, questo dato non può essere trascurato.

Fonte:

Friedemann C, et al. — Cardiovascular disease risk in healthy children and its association with body mass index: systematic review and meta-analysis — BMJ. 2012 Sep 25;345:e4759. doi: 10.1136/bmj.e4759

Attenti all’uso di fruttosio…

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Livia Diotallevi, Biologo Nutrizionista, sul fruttosio.

Il fruttosio è un monosaccaride, uno zucchero semplice presente in natura nella frutta (da cui il nome) e nel miele. Combinato con il glucosio dà il saccarosio, il comune zucchero che usiamo in cucina. Il fruttosio ha un basso indice glicemico ma un elevato potere dolcificante (quasi il doppio del glucosio): ciò significa che pur apportando le stesse calorie come tutti i carboidrati (4 Kcal/g) se ne usa di meno perché dolcifica di più. Per questo motivo molti (soprattutto coloro che seguono un regime dietetico) hanno ritenuto bene di utilizzarlo al posto del normale zucchero ma, andando a vedere meglio il metabolismo del fruttosio, ci si accorge che non è tutto oro quello che luccica.

Il fruttosio viene assorbito lentamente a livello dei villi intestinali ed entra negli enterociti (cellule intestinali) per diffusione facilitata tramite un particolare trasportatore sulla membrana apicale della cellula detto GLUT5. Un altro trasportatore (GLUT2) si trova invece sulla parte opposta e fa sì che il fruttosio sia immesso in circolo. Circa l’80% di fruttosio arriva al fegato, il restante 20% arriva ai reni, al tessuto adiposo e al tessuto muscolare.

Un eccesso di fruttosio è causa di alterazioni metaboliche che finiscono col creare seri problemi all’organismo.

Nel fegato avviene la glicolisi ossia quel procedimento metabolico che permette di ottenere energia (sotto forma di ATP e NADH) partendo dal glucosio. La glicolisi è data da diversi passaggi chimici e ci sono dei punti di controllo che ne permettono la regolazione in base alle esigenze dell’organismo. Il controllo maggiore sulla glicolisi è svolto da un enzima chiamato fosfofruttochinasi. Si tratta di un enzima allosterico che esiste in due forme, una attivatrice e una inibitrice. Se nel nostro organismo c’è sufficiente energia (ATP) la fosfofruttochinasi viene inibita e si rallenta la glicolisi per non avere sintesi di ATP che sarebbe inutile; viceversa se c’è bisogno di energia la fosfofruttochinasi viene stimolata e la glicolisi aumenta la velocità.

Il fruttosio, però, sfugge al controllo della fosfofruttochinasi inserendosi nella glicolisi in una tappa successiva a quella del controllo così che la glicolisi procederebbe anche nel caso in cui fosse arrivato un segnale di rallentamento. La glicolisi incontrollata determina un accumulo di lattato e piruvato, un aumento della lipogenesi e della formazione di trigliceridi e anche un aumento di formazione di acido urico con conseguente iperuricemia.

Inoltre il fruttosio avendo un indice glicemico basso non determina il rilascio di insulina e rimane bassa anche la leptina. È risaputo che insulina e leptina regolano il bilancio energetico dell’organismo e sono responsabili del senso di sazietà dopo i pasti: il fatto che, invece, con il fruttosio i loro livelli rimangano bassi porta a una mancanza di sazietà e a un maggiore stimolo della fame. A lungo andare si assiste a un aumento del peso, del colesterolo e dei trigliceridi, della pressione, dell’adiposità viscerale, dell’insorgenza dell’insulino-resistenza e dell’obesità con tutte le problematiche che ne possono seguire.

Questi effetti negativi si hanno nel caso in cui si esageri con la quantità di fruttosio.

La quantità consigliata è stata stimata tra il 10 e il 12% dell’introito totale calorico, ma è necessario stare attenti poiché questo quantitativo può essere facilmente raggiunto e superato se consideriamo che il fruttosio è anche utilizzato come dolcificante per la preparazione di bibite e dolci industriali e dunque non dobbiamo limitarci a calcolare solo il fruttosio che mettiamo nel caffè.

Se la quantità di fruttosio rimane inferiore al 10% dell’introito totale gli effetti sono irrilevanti negli individui sani e addirittura nei diabetici si assiste a un migliore controllo glicemico e a una maggiore sensibilità all’insulina. Se, invece, la quantità di fruttosio supera il 20% dell’introito calorico totale si assiste nel tempo all’insorgenza degli effetti negativi sopra descritti.

Dottoressa Livia Diotallevi

Per approfondire:

Questi sconosciuti: il fonio

Il fonio (Digitaria spp.) è il più antico cereale coltivato in Africa occidentale. Le prime colture risalgono a 7000 anni fa ma i primi riferimenti al fonio come cibo risalgono al XIV secolo.
I Dogon del Mali definiscono il seme del fonio come germe del mondo. Secondo un’antica leggenda di questo popolo l’intero universo ha avuto origine da un seme di fonio.

Oggi il fonio cresce nei campi di una vasta zona che va dal Senegal al Ciad ed è fonte di cibo per circa 4 milioni di persone: è coltivato in Burkina Faso, Costa d’Avorio, Nigeria e Senegal ed è l’alimento base di molte comunità rurali delle zone montagnose del Fouta Djalon, in Guinea.
Cresce molto velocemente: bastano 6-8 settimane dalla semina per essere raccolto.

Chicco di vita è il nome del fonio durante le siccità.
È considerato dai suoi coltivatori il più gustoso di tutti i cereali.
Il fonio viene servito durante le feste e le cerimonie più importanti. Secondo quanto affermato da un proverbio popolare «il fonio non imbarazza mai il cuoco».
A cottura ultimata ha una consistenza simile al cuscus e viene servito con salsa di arachidi o spezzatino di pollo. Può essere anche preparato come porridge o farinata.
Nel Togo del nord dal fonio bianco si prepara il tchapalo, una birra tradizionale.

Cereale dimenticato per molti anni, a partire dagli anni ottanta sta suscitando un rinnovato interesse nelle aree urbane dell’Africa occidentale.
Stanno sorgendo piccole imprese artigianali o gruppi di donne che vendono il fonio già pulito nei mercati locali.
In Mali, Burkina Faso, Guinea e Senegal piccole imprese preparano fonio precotto e confezionano sacchetti di plastica da 500 grammi o da un chilo. Questi prodotti cominciano a essere esportati anche in Europa e negli Stati Uniti, a prezzi ancora poco concorrenziali a causa di una lavorazione a mano lunga e difficile per le ridotte dimensioni dei semi.
Un grammo di fonio contiene 2000 chicchi.
In Senegal, Wula Nafaa, un programma finanziato da USAID in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, sta aiutando le donne a lavorare il fonio con macchine e migliorare la qualità del prodotto.

Aspetti nutrizionali

Sebbene abbia uno scarso contenuto proteico, simile comunque a quello di molti altri cerali, contiene ricche quantità di amminoacidi essenziali come la metionina e la cistina. È anche ricco di ferro.
Non contiene gliadina e glutammina (proteine costituenti del glutine) ed è quindi adatto per l’alimentazione dei celiaci.
Data la sua digeribilità è raccomandato per l’alimentazione dell’infanzia e della senescenza.
È consigliato anche per la perdita di peso, per il diabete (per il suo basso contenuto di zuccheri) e per i problemi gastrici.

Fonti:

Menopausa e diabete: un aiuto dal latte

Molte volte si consiglia l’assunzione di latte, latticini e yogurt alle donne in menopausa per il loro apporto di calcio: l’osteoporosi è molto più frequente nelle donne in menopausa rispetto agli uomini della stessa età e ai soggetti più giovani, per questo si consiglia di abbondare in alimenti ricchi di calcio e vitamina D, come il latte, per prevenirne l’insorgenza. La buona notizia in questo caso è che sembra che il latte e i prodotti caseari, soprattutto se consumati light, ovvero con pochi grassi, aiutino a combattere anche l’insorgenza del diabete.

La ricerca è stata pubblicata su Journal of Nutrition e ha studiato un campione di più di 82 000 donne in menopausa per otto anni. È risultato che c’è un’associazione inversa tra il maggior consumo di latte e derivati magri e lo sviluppo di diabete, mentre questa associazione non è così evidente con il consumo di prodotti caseari se non si considera il contenuto di grassi. La ricerca è stata fatta con un questionario, quindi una sorta di dettagliata intervista, non con una dieta somministrata appositamente, ma è comunque un buon indizio: dato il vasto numero di partecipanti allo studio anche il questionario può essere preso come base sufficiente per conoscere la realtà dei fatti, che ci fa capire quanto possa cambiare anche semplicemente leggendo le etichette quando facciamo la spesa al supermercato. Fare caso ai prodotti a basso contenuto di grasso non solo è importante per il cuore ma, per certe persone, può fare la differenza tra ammalarsi o meno di diabete.

Fonte:

Margolis KL, et al.A diet high in low-fat dairy products lowers diabetes risk in postmenopausal women — J Nutr. 2011 Nov;141(11):1969-74

Diabete mellito e rischio cardiovascolare

In questi giorni è stato pubblicato uno studio italiano che analizza i risultati dello studio EFFECTUS (Evaluation of Final Feasible Effect of Control Training and Ultra Sensitization), teso a implementare una valutazione globale del rischio cardiovascolare in Italia. Lo studio (che raccoglieva dieci pazienti consecutivi per ogni medico di base partecipante, visitati nel maggio del 2006) analizza un totale di 9904 pazienti, osservati da 1078 medici, analizzati per valutazione di rischio cardiovascolare totale e caratterizzazione del profilo di rischio cardiovascolare, tutti stratificati per la presenza o assenza concomitante di diabete mellito.

I risultati dello studio hanno evidenziato che i pazienti diabetici erano più anziani e avevano una maggiore prevalenza di obesitàipertensionedislipidemie e disturbi cardiovascolari associati. Si riscontrava anche la presenza di ipercolesterolemiaipertrigliceridemia e ipercreatininemia, associata a più bassi livelli di colesterolo HDL rispetto ai pazienti non diabetici. I pazienti diabetici presentavano anche un maggiore consumo complessivo di farmaci rispetto ai pazienti non diabetici.

Le conclusioni dello studio EFFECTUS hanno quindi confermato un maggiore rischio cardiovascolare e un maggior consumo di farmaci nei pazienti diabetici rispetto a quelli senza diabete mellito. I pazienti diabetici presentavano inoltre un controllo del rischio cardiovascolare significativamente peggiore rispetto ai pazienti non diabetici.

Fonte:

Tocci G, et al.Impact of diabetes mellitus on the clinical management of global cardiovascular risk: analysis of the results of the Evaluation of Final Feasible Effect of Control Training and Ultra Sensitization (EFFECTUS) educational program — Clin Cardiol. 2011 Sep;34(9):560-6. doi: 10.1002/clc.20937

Prevenzione del diabete, una risposta dalla corretta alimentazione

Il sovrappeso e l’obesità rappresentano oggi il fattore di rischio primario più importante per lo sviluppo del diabete, il rischio di sviluppare diabete è, secondo recenti studi, dieci volte più elevato nei soggetti obesi: una perdita di peso di circa 4,5 Kg è in grado di ridurre il rischio di diabete del 30%.
Questo e molti altri studi, non ricordati per brevità, dimostrano chiaramente che è possibile prevenire il diabete di tipo 2 riducendo il peso corporeo.

Il rischio di diabete non è legato solo alla quantità di calorie introdotte, ma anche alla composizione della dieta.

In particolare vanno fatte le seguenti poche raccomandazioni:

  • limitare il consumo di alimenti ad alta densità energetica come i dolci, le bevande zuccherate e i grassi;
  • aumentare il consumo di cibi ricchi di fibre vegetali come i legumi, la frutta e gli ortaggi;
  • preferire, tra gli alimenti ricchi di amido, quelli a basso indice glicemico.

L’esecuzione di analisi del sangue periodiche prescritte dal medico volte a chiarire l’eventuale presenza di iperglicemia/iperinsulinemia e nei casi di prediabete un intervento dietetico mirato, sono cruciali per evitare che la malattia esordisca e per così dire si “fissi”. Specialmente se esistono fattori di rischio come: la familiarità, il sovrappeso, l’ipertensione, dislipidemie, iperglicemia, arteriosclerosi, aumenti di glicemia pregressi, età maggiore di 40 anni.

Oggi per prevenire il diabete non si deve spingere la correzione del peso corporeo fino al raggiungimento del peso ideale ma, a parte i concetti del peso desiderabile minimo, si dovrebbe ricercare il corretto rapporto tra la quantità di grasso corporeo (e soprattutto la sua quota viscerale: FM) e la massa libera dal grasso cioè la massa magra (FFM) che individua un obiettivo molto più realistico.

Ovviamente, per quanto riguarda l’attività fisica, non è obbligatorio diventare atleti ma è sufficiente camminare tutti i giorni a passo spedito per almeno mezz’ora. È chiaro, sarebbe ancora meglio integrare l’esercizio aerobico con un’attività fisica più intensa, a elevato debito metabolico in modo da consumare i grassi e potenziare l’efficacia dietetica.
Nei casi in cui ciò non sia possibile, un sano stile di vita basato su alimentazione, attività fisica, riduzione dello stress, e non ultimo il riposo, che deve essere adeguato, aiuta a mantenere l’organismo efficiente e a prevenire patologie non solo metaboliche ma anche cardiovascolari.

Esistono ancora le mezze stagioni?

Anche se non ce ne accorgiamo più, se ne accorge il nostro intestino. Infatti nel passaggio tra le stagioni, specialmente estate-autunno e inverno-primavera, aumentano i disagi gastrointenstinali di vario tipo: dovuti sicuramente al cambio di alimentazione, ma anche ai diversi ritmi di vita, allo stress lavorativo, al cambio di temperatura ambientale e dei cicli luce-buio.
Tutti elementi che spesso non sembrano importanti a livello cosciente, ma vengono percepiti dal nostro organismo o dagli organismi che noi ospitiamo.

Non dobbiamo dimenticare che nel nostro intestino abita circa un chilo e mezzo di massa batterica, di 500 specie diverse. Batteri che quando sono “collaborativi” ci aiutano nel metabolismo, stimolano il nostro sistema immunitario, ci difendono da altri attacchi e, probabilmente, intervengono positivamente in malattie come diabete, obesità e autismo. Proteggere l’equilibrio della nostra flora batterica è quindi indispensabile per mantenere le condizioni di benessere.

Anche se sembra abbastanza ingenuo pensare di risolvere i problemi di cambi di stagione (che vanno dalle intolleranze generiche, alle recidive di condizioni importanti come gastriti anche Hp positive o sindromi del colon irritabile) intervenendo sulla flora batterica con i probiotici, spesso chiamati anche “fermenti lattici”, la mia esperienza mi dice però che in molti casi possono essere estremamente utili, sia a scopo preventivo sia in aggiunta a un regime alimentare corretto o a una terapia antibiotica.

Ovviamente devono essere scelti in maniera oculata: a qualcuno può bastare l’effetto transitorio ottenuto assumendo quelli contenuti nei latti fermentati o negli yogurt, per altri (in realtà la maggioranza) sono necessari prodotti mirati per condizioni specifiche (difficoltà digestive, stipsi, gas intestinali, eccetera).
Il mercato ne fornisce centinaia di tipi diversi, ma spesso i più commercializzati sono prodotti che non sono adatti allo scopo. Il Biologo Nutrizionista, per la sua formazione specifica, ha una maggiore competenza e una migliore sensibilità per valutare un prodotto, rispetto ad altre classi di professionisti della salute.

Come scegliere allora il prodotto ideale?
La prima condizione è legata alla facile somministrazione, la trasportabilità e la stabilità a temperatura ambiente: io preferisco perciò un liofilizzato in bustina o in capsula (a seconda delle preferenza di chi deve assumerlo). I miei clienti, in genere, non apprezzano le bustine orosolubili, che sono invece molto gradite altrove.

Per poter colonizzare l’intestino, il probiotico deve contenere ceppi di origine umana: per esempio il lactobacillus bulgaricus della maggior parte degli yogurt viene eliminato velocemente e con l’eliminazione finisce la sua attività, anche se potrebbe essere efficace nel potenziare l’attività di altri ceppi batterici endogeni.

Anche la quantità di batteri vivi è importante perché, se insufficienti, non possono colonizzare il tratto intestinale interessato ed esplicare la loro attività: per questo in pochi anni, si è arrivati a dosaggi “miliardari”.

I ceppi batterici non possono essere gli stessi per i casi di diarrea o di stipsi o di intolleranze alimentari, per cui un prodotto che viene proposto per qualsiasi cosa è poco affidabile. Per esempio Saccharomyces boulardi può essere impiegato per prevenire alcuni effetti collaterali (per esempio diarrea o candidosi) della terapia antibiotica, abbinandolo persino al trattamento stesso. Il Lactobacillus rhamnosus, avendo la capacità di fermentare gli zuccheri, diminuisce i gas intestinali correlati alla tolleranza ai carboidrati.

In pratica, avrete capito, la scelta è articolata e, per essere efficace, deve essere fatta da un esperto: i fai-da-te in questo caso non sono quasi mai pericolosi, ma sono inutili e costosi!
Infine, e questo non è un aspetto da sottovalutare, per essere sicuri che quello che è scritto sulla scatola sia quello che ci aspettiamo di trovare bisogna affidarsi a una ditta seria: ce ne sono tante, ma bisogna informarsi.

Fonti: