Sarcopenia e alimentazione

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Manuela Fè, Biologo Nutrizionista, sulla sarcopenia

Sarcopenia e alimentazione

La sarcopenia è la progressiva perdita di tessuto muscolare che porta a fragilità, stanchezza, declino funzionale e, talvolta, a gravi difficoltà motorie.

La perdita di muscolo scheletrico è principalmente legata all’avanzare dell’età ed è un processo fisiologico, che può aggravarsi però a seguito di una vita troppo sedentaria e di una cattiva alimentazione.

Il dispendio energetico è direttamente correlato alla percentuale di massa magra, metabolicamente attiva; quindi, il mantenimento di una buona composizione corporea, con conservazione della massa muscolare, aiuta a mantenere più alto il tasso metabolico. Inoltre, una muscolatura in buona salute contribuisce a migliorare la densità ossea e la sensibilità all’insulina, prevenendo patologie associate all’età come osteoporosi e diabete di tipo II.

È quindi di estrema importanza prevenire la perdita muscolare in età avanzata, così come stimolare il mantenimento della forza a tutte le età.

Al di là dei cambiamenti ormonali e dell’attività fisica, una nutrizione inadeguata può contribuire allo sviluppo della sarcopenia e peggiorare l’inevitabile perdita di massa e funzionalità muscolare. Da molti studi emergono le interazioni tra diversi fattori nutrizionali e massa muscolare, forza e performance atletica, evidenziando sempre di più il ruolo della nutrizione sia nella prevenzione della sarcopenia, sia nel miglioramento della performance atletica.

Uno dei fattori più importanti per prevenire la perdita muscolare è fornire con la dieta un adeguato apporto energetico, insieme a una giusta quantità e qualità di proteine della dieta (0,8-1,0 g per kg di peso corporeo), poiché una dieta povera di amminoacidi essenziali limiterà la sintesi di proteine muscolari.

Adeguati livelli di vitamina D sono importanti per la funzionalità muscolare e la sintesi di nuove proteine, come anche i livelli di antiossidanti assunti con la dieta, in particolare il beta carotene, che contribuisce a proteggere i muscoli dal danno ossidativo. Infine per una buona salute muscolare è importante diminuire il livello di infiammazione tissutale, anche attraverso un buon apporto di acidi grassi omega-3.

Per quanto riguarda l’esercizio fisico, il miglior modo per preservare e migliorare il nostro patrimonio muscolare è abbandonare abitudini troppo sedentarie e praticare regolarmente sport.

Dottoressa Manuela Fè

Per approfondimenti:

Un tesoro poco conosciuto: il riso nero

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Sonia Croci, Biologo Nutrizionista, sul riso nero

Riso nero

Il riso (Oryza sativa L.) è consumato da oltre la metà della popolazione mondiale: Asia, Cina, Corea, Giappone, Thailandia ne fanno il cardine della loro alimentazione. Ne esistono diverse varietà, che si distinguono per le loro caratteristiche organolettiche e non solo: una tipologia molto antica, ma poco conosciuta in Italia è il riso nero.

Poiché è un riso integrale non subisce il processo di sbiancamento, quindi le sue caratteristiche nutrizionali non sono alterate. Il riso nero è particolarmente ricco di antocianine, cioè flavonoidi con attività antiossidanti: cianidina-3-glucoside e peonidina-3-glucoside. Sono proprio tali sostanze a determinarne il peculiare colore, oltre a produrre effetti positivi sulla salute. Tali nutrienti infatti contribuiscono all’inibizione della lipasi pancreatica, enzima che interviene nella digestione dei grassi, e contribuiscono alla riduzione della solubilità del colesterolo micellare; consumare riso nero può quindi essere utile per ridurne l’assorbimento.

Questo tipo di riso è, inoltre, ricco di altri antiossidanti, come gli acidi fenolici: fra questi il più abbondante è l’acido ferulico. Fra le proprietà dei fenoli e delle antocianine vi è quella di ridurre il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete e obesità.

Il riso nero è una vera miniera di nutrienti, poiché contiene anche α-tocoferolo (vit. E), magnesio, selenio e ha un contenuto di ferro superiore rispetto agli altri tipi di riso (rosso, bianco); è inoltre un’importante fonte di fibra, essendo integrale.
In cucina può essere utilizzato per realizzare risotti o accompagnare secondi di carne o pesce.

In conclusione il riso nero, associato a un’alimentazione equilibrata e abbinato all’attività fisica, può esserci d’aiuto per ridurre l’ipercolesterolemia e prevenire le malattie cardiovascolari. Può inoltre essere considerato una buona alternativa in cucina rispetto al classico riso bianco.

Di seguito è riportata una ricetta veloce e gustosa, che vi invito a provare. Da tenere presente che, secondo antiche tradizioni popolari, il riso nero sarebbe anche afrodisiaco!

Riso nero con zucchine e gamberi

Ingredienti per 4 persone

  • 300 g di riso nero
  • 2 zucchine
  • 200 g di gamberi
  • 4 cucchiaio di olio extravergine di oliva
  • 1 scalogno
  • 1 cucchiaio di erba cipollina
  • 50 ml di vino

Preparazione

Mettere a bollire l’acqua. Una volta raggiunta l’ebollizione, salare e cuocere il riso nero per 18/20 minuti.
Nel frattempo tritare lo scalogno e farlo appassire in 4 cucchiai d’olio extravergine di oliva.
Aggiungere le zucchine in padella, far cuocere a fuoco vivace qualche minuto e aggiungere anche i gamberetti.
Sfumare con il vino bianco. Lasciar cuocere per altri 5-10 minuti.
Scolare il riso nero e saltarlo nella padella con il condimento.
Pochi istanti prima di togliere il riso dalla fiamma, aggiungere l’erba cipollina tritata finemente.
Servire il riso nero con gamberetti e zucchine ben caldo e… buon appetito!

Dottoressa Sonia Croci

Fonti:

Post it — Diabetario
Diabetario

La parola “dieta” […] significa “regola di vita”, cioè comportamento corretto, consapevole e, soprattutto, duraturo nella condotta alimentare. In molte situazioni sappiamo che la costanza è premiante e anche nella dieta bisogna riconoscere l’importanza del tempo. Infatti, ci vuole molto tempo per acquisire o correggere i comportamenti alimentari. […] Mai come in questi ultimi decenni la medicina si trova in difficoltà a limitare l’incremento dell’obesità e del diabete, che sono due patologie così intimamente associate. Invece molto si può fare con la prevenzione e, in particolare, sulla modifica degli stili di vita che sono tra i fattori di rischio riconosciuti per l’insorgenza del diabete di tipo 2.

Libro di facile lettura e di utilità per chi si occupa di nutrizione e per le persone affette da diabete che vogliono capire meglio alcuni concetti spesso utilizzati quali indice glicemicoconto dei carboidrati oppure avere informazioni sulle varie classi di alimenti o su come leggere le etichette.

Segue un’ampia descrizione di menù e ricette “validate” e ricavate dalla tradizione culinaria, complete di indicazioni nutrizionali per poter variare e rendere gustosa la dieta senza infrangere i criteri corretti. Interessanti proposte per diabetici e non! Qualche esempio? Zuppa di fagioli e cicoria, seppie e carciofi, pasta broccoli e ricotta, maiale in agrodolce, ciambellone allo yogurt.

Per approfondimenti:

A. Cantagallo — Diabetario — Gremese Editore, 2005

Editoriale — Quando il sovrappeso dipende dai farmaci: conoscere gli antipsicotici

Con la consulenza del dottor Domenico Mazzullo, psichiatra e psicoterapeuta

Illustrazione di Gianluigi Marabotti

A volte incontriamo persone in equilibrio, senza apparenti problematiche psichiche, e ignoriamo che questa normalità sia stata ripristinata da una terapia farmacologica.

Mi riferisco a una patologia, la schizofrenia, il cui nome fa ancora paura e che sentiamo lontana, ma che coinvolge in media ben una persona su cento.

La schizofrenia, afferma il dottor Domenico Mazzullo, psichiatra e psicoterapeuta, è il disturbo psichiatrico in assoluto più grave, che colpisce senza preferenza di genere e su base probabilmente genetica ed ereditaria. La sintomatologia associata, seppur con gravità diversa a seconda delle forme, si manifesta con: deliri, allucinazioni, ritiro sociale, sintomi motori e stato di agitazione o anaffettività.

Il trattamento farmacologico per la schizofrenia in genere accompagna il paziente per tutta la vita. Per quanto la schizofrenia sia una patologia grave e invalidante, in alcuni casi chi ne è affetto, proprio grazie ai farmaci, può continuare una vita di relazione, che gli sarebbe altrimenti preclusa. Per questo è importante accogliere gli psicofarmaci senza pregiudizio, come ancora oggi avviene tout court.

La terapia per la schizofrenia si avvale di una classe di psicofarmaci definiti antipsicotici, i quali possono essere tipici (i più antichi per scoperta e per questo definiti di prima generazione) o atipici (di seconda generazione). È ormai noto che gli antipsicotici atipici come l’olanzapina e la clozapina, sono gravati da minori o assenti disturbi extrapiramidali (tremore, simil-parkinsonismi, discinesie), che invece coinvolgono gli antipsicotici tipici, altrimenti detti neurolettici. Gli antipsicotici atipici, tuttavia, promuovono come effetto collaterale: sovrappeso, obesità, insulino resistenza e altri dismetabolismi quali aumentati livelli di glucosio nel sangue e alterazioni del profilo lipidico.

Di queste conseguenze deve tenerne conto il medico psichiatra, all’atto della prescrizione, considerando ogni singola storia clinica dei suoi pazienti.

Allo stesso modo il nutrizionista, che avrà a che fare con persone che assumono antipsicotici atipici, dovrà strutturare la dieta e rapportarne l’efficacia agli effetti iatrogeni dell’indispensabile terapia psichiatrica.

Gli antipsicotici atipici presentano un’affinità per molti recettori:

  • della dopamina
  • della serotonina
  • 2,3,6 muscarinici dell’acetilcolina
  • adrenergici
  • dell’istamina

In particolare sembra che i neuroni istaminergici siano in grado di influenzare il sistema della dopamina e il meccanismo segnale della leptina, scatenando iperfagia e dipendenza da cibo. In più l’attivazione della via dell’acetilcolina avrebbe ripercussioni sul pancreas, sulla produzione di insulina e sull’iperglicemia. In particolare, l’incidenza di diabete nei pazienti schizofrenici che assumono antipsicotici atipici è incrementata di circa due volte rispetto alla popolazione in generale. La probabilità di insorgenza di diabete è massima dopo i 40 anni.

Gli antipsicotici atipici, inoltre, sarebbero in grado di stimolare la sintesi di due importanti molecole oressigene (induttrici della fame) nel sistema nervoso centrale: il neuropeptide Y nel nucleo arcuato dell’ipotalamo e il recettore dell’ormone che concentra la melanina.

Nei pazienti che assumono antipsicotici atipici, pertanto, la sensazione di fame è incrementata. Si stima che il trattamento con clozapina induca in dieci settimane un incremento di circa 6 kg, che diventano in 68 settimane circa 10 kg. Nelle donne l’incremento ponderale è maggiore, stimato in circa 16 kg in 37-38 settimane. Per l’olanzapina l’incremento ponderale medio nei primi sette mesi di terapia è di circa 10 kg, in entrambi i generi.

L’aumento di peso è, quindi, massimo agli inizi della terapia, con maggiore ripercussione sul sesso femminile, in particolare per la clozapina, per poi stabilizzarsi negli anni successivi di trattamento.

La conoscenza dei meccanismi molecolari che conseguono la somministrazione degli antipsicotici atipici e che influenzano il metabolismo potrà rendere più mirato e partecipe l’intervento nutrizionale, che andrebbe attuato sin dalle prime fasi della terapia. Un intervento integrato sullo stile di vita e sull’educazione al movimento si è dimostrato, inoltre, utile nel contenimento del sovrappeso e dei dismetabolismi in questi pazienti che non sempre, soprattutto agli esordi invalidanti della patologia, riescono a controllare la propria alimentazione.

Bibliografia:

Cibo & filatelia: il ginseng
Francobollo dedicato al ginseng, dalla collezione privata dell’Ingegner Sergio De Benedictis

Emesso dalle Poste Sovietiche il 05 settembre 1973 in una serie di cinque esemplari raffiguranti piante selvatiche medicinali, rappresenta la pianta del ginseng (Panax ginseng C.A. Meyer).

Per migliaia di anni il ginseng è stato una panacea per tutti i popoli dell’Asia. È una pianta boschiva quasi insignificante, nativa delle folte foreste alpine dell’Asia, dal Nepal alla Manciuria.
A causa della grande richiesta, la pianta è coltivata in molti paesi (Corea, Cina, Giappone, Russia, Stati Uniti).

Usata come fitoterapico, la radice cespitosa, a fittone, si dirama e biforca assumendo una forma vagamente simile alla figura umana. Da qui il nome “ginseng”, dal cinese Jen-chen che significa “simile all’uomo”.

Somministrato con il caffè, con il tè, l’orzo, sotto forma di infusi, decotti o capsule si è diffuso ed è consumato in tutto il mondo.
É possibile trovare anche creme cosmetiche per nutrire e rassodare nella cui composizione è presente il ginseng.

Contiene ginsenoidi, una classe di saponine, che rappresentano il principale stimolante dall’attività tonico-adattogena quale migliore risposta allo stress.

Clinicamente migliora le performance fisiche, la vigilanza e lo stato di benessere, la capacità di calcolo aritmetico, dell’attenzione, alleviando la sensazione di stanchezza […]. Interessanti i primi lavori epidemiologici che dimostrano un’attività chemio-preventiva per alcuni tipi di tumori (colon, polmone, ovaio e pancreas) e utile nella profilassi antinfluenzale1.

Il ginseng si è dimostrato utile nel controllo della glicemia nel diabete di tipo 2 e sull’elasticità delle arterie.

Attenzione, però, agli effetti collaterali da sovradosaggio quali la tachicardia, la cefalea e l’insonnia.
Numerose, inoltre, sono le interazioni con i farmaci tra cui gli antiaggreganti piastrinici, l’insulina, la caffeina, i cortisonici e i chemioterapici: è sempre consigliabile chiedere il parere al proprio medico.

Per approfondimenti:

  1. F. Firenzuoli — Interazioni tra erbe, alimenti e farmaci — Tecniche nuove, 2001
  2. Fan JM, et al.Effect of ginseng polysaccharide-induced wnt/beta-catenin signal transduction pathway on apoptosis of human nasopharyngeal cancer cells CNE-2 — Zhongguo Zhong Yao Za Zhi. 2013 Oct;38(19):3332-7 [Article in Chinese]
  3. Hong YJ, et al.Korean red ginseng (Panax ginseng) ameliorates type 1 diabetes and restores immune cell compartments — J Ethnopharmacol. 2012 Nov 21;144(2):225-33. doi: 10.1016/j.jep.2012.08.009
  4. Cho YH, et al.Effect of Korean red ginseng on insulin sensitivity in non-diabetic healthy overweight and obese adults — Asia Pac J Clin Nutr. 2013;22(3):365-71. doi: 10.6133/apjcn.2013.22.3.04
L’amica dell’uomo, alias: l’ortica
Ortica — Fotografia scattata da Rosa Lenoci

Si narra che Nabucodonosor, re di Babilonia, si nutrì per sette anni solo di lei per ritrovare la saggezza perduta. È “l’amica dell’uomo” perché vive dove l’uomo lascia le sue tracce, spesso i suoi rifiuti.
Può essere raccolta in autunno e primavera, in coincidenza con l’inizio della fioritura, quando i principi attivi sono maggiormente concentrati. Le sue piantine sono commestibili. È ricca di minerali e vitamine e, secondo la medicina popolare, possiede numerose virtù terapeutiche.

È l’ortica, presente in tutti i paesi, dal Sud al Nord Europa.
Nel Tirolo si getta nel focolare per allontanare i pericoli di un temporale.

In Scozia veniva considerata simbolo della presenza di creature soprannaturali e impugnarne una pianta dava coraggio e rendeva liberi da ogni inquietudine.
"Utile" anche per le vincite nel gioco del Lotto: nei sogni vuol dire rovina (42) e sofferenza  (84), ma se ci si punge vuol dire coincidenza fortunata (49).

Proprietà nutritive

Ricca di micronutrienti: 100 g di peso fresco contengono in media 31 mg di fosforo, 387 mg di potassio, 30 mg di magnesio, 560 mg di calcio, 56 mg di sodio, 1,5 mg di ferro e 135 mg di nitrato, che però si riduce con la cottura.

Presente la vitamina A (6300 U.I.) e la vitamina C (150 mg) in misura paria ben tre volte quella delle arance. Notevole anche la presenza di altre molecole antiossidanti (licopene, fenoli e flavonoidi).

Usi nella medicina popolare

Apprezzata dagli antichi romani per le sue proprietà afrodisiache; Publio Ovidio Nasone ci ha tramandato una ricetta “per amare” a base di ortica, miele, cipolla, uova e pinoli.
Suggerita, invece, da Dioscoride Pedanio per guarire ulcere, epistassi, insufficienza respiratoria, meteorismo e… morsi di cani.

Anche oggi la medicina popolare considera l’ortica come rimedio a numerosi problemi di salute e per citarne solo alcuni: antianemica, antidiabetica, antiforfora, antinfiammatoria, antireumatica, antivirale, cardiotonica, depurativa, digestiva, diuretica, ipoglicemizzante, ipotensiva.

La ricerca scientifica ha messo in luce alcuni studi, non ancora completamente trasferibili sull’uomo, sulla capacità dell’ortica di abbassare i livelli di colesterolo e sulle proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, antireumatiche e ipoglicemizzanti.

In cucina

L’ortica ha un sapore leggermente acidulo e gradevole e trova impiego nella preparazione di risotti e altri gustosi piatti.
È opportuno usarla alcune ore dopo la raccolta, quando è ridotto il potere urticante. Può essere conservata in frigo per alcuni giorni avvolta in un panno asciutto. Non va lasciata immersa in acqua ma sciacquata rapidamente e subito cotta per pochi minuti in poca acqua acidulata con succo di limone.
Le foglie possono essere essiccate e utilizzate sparse sui cibi.
È bene evitare le piante con le infiorescenze poiché i semi hanno effetto purgativo.

Controindicazioni

Oltre alle proprietà benefiche è opportuno citare le controindicazioni al suo utilizzo:

  • ipersensibilità o allergie verso uno o più componenti;
  • gravidanza e allattamento;
  • periodo preoperatorio;
  • edemi da insufficienza cardiaca e renale.

Interazione con farmaci

Non sono descritti nella pratica clinica casi di interazioni con farmaci, tuttavia sono possibili per le attività farmacologiche dimostrate per i farmaci:

  • diuretici;
  • ipoglicemizzanti;
  • sedativi del Sistema Nervoso Centrale;
  • ipotensivi.

SOUFFLÉ DI ORTICHE

Ingredienti

  • 500 g di piantine di ortica tenere
  • 1 lattuga
  • grana padano grattugiato
  • 40 g di burro
  • 3 uova
  • 2 cucchiai di fiocchi d’orzo
  • latte
  • sale
  • pepe

Procedimento

Mondare le ortiche e la lattuga, lavarle e spezzettarle. In una padella sciogliere il burro e cuocere le verdure per 10 minuti circa. Mescolare le verdure con il formaggio, i fiocchi d’orzo, i tuorli e un po’ di latte. Salare e pepare. Infine aggiungere gli albumi montati a neve. Versare il composto in uno stampo infarinato, mettere in forno a 220°C per 20 minuti circa senza mai aprire il forno.

Per approfondimenti:

Come aiutare i nostri reni?
Come aiutare i nostri reni

I reni sono organi che si trovano nell’addome, ai lati della colonna vertebrale. Sono grandi come un pugno e hanno la forma di un fagiolo. Ogni rene contiene circa un milione di piccole unità funzionali chiamate nefroni.

La branca della medicina che si occupa delle malattie renali è la nefrologia e i medici specialisti in questo campo sono i nefrologi.

I reni hanno molti e importantissimi compiti.

  • Regolano con precisione la quantità di liquidi nel nostro corpo eliminando quelli in eccesso con l’urina
  • Purificano il sangue dalle scorie provenienti da ciò che mangiamo e beviamo
  • Regolano la quantità del potassio, del sodio, del calcio e di moltissime altre sostanze che introduciamo con l’alimentazione
  • Producono due importanti ormoni: l’eritropoietina (che stimola la produzione dei globuli rossi) e la renina (che regola la pressione arteriosa). Inoltre regolano l’attività di altri ormoni come l’insulina
  • Regolano l’assorbimento del calcio, fondamentale per le nostre ossa
  • Regolano la concentrazione del fosforo e del paratormone

Per svolgere tutti questi compiti i reni filtrano ogni giorno circa 170 litri di sangue, dal quale estraggono circa 1,5 – 2 litri di urina.

Ci sono molte malattie che possono causare danni ai reni, sia direttamente sia indirettamente.

  • Glomerulonefriti, che normalmente si accompagnano a sangue nelle urine e gonfiore al volto o alle estremità
  • Malattie congenite come ad esempio il rene policistico
  • L’ipertensione arteriosa
  • Il diabete
  • L’aterosclerosi
  • L’obesità
  • Le dislipidemie

Quando i reni non funzionano bene le scorie e le tossine che rimangono nel nostro organismo provocano effetti tossici che possono manifestarsi con diversi sintomi (nausea, stanchezza, alterazioni dell’appetito, gonfiore alle gambe, difficoltà a respirare, urina scura per la presenza di sangue, pallore per l’anemia, crampi muscolari).

Tuttavia molte volte la malattia renale è silente, senza sintomi o dolore; quindi, per indagare la salute dei reni, è necessario ricorrere ad alcuni semplici esami di laboratorio. Tra questi l’esame delle urine, che può mostrare la presenza di sangue, proteine o altre sostanze in concentrazioni superiori alla norma e la determinazione della concentrazione di creatinina nel sangue. La creatinina è una sostanza che proviene dal metabolismo dei muscoli e tende ad accumularsi nel sangue quando i reni non funzionano bene.

Se diagnosticata in tempo la malattia renale si può rallentare, o addirittura bloccare, attraverso l’impostazione, da parte del nefrologo, di una terapia conservativa. Sarà poi cura del paziente mettere in atto nel modo più preciso possibile le indicazioni ricevute, pur conducendo una vita normale, sia dal punto di vista lavorativo che di svago.

In alcuni casi potrà essere utile seguire una dieta particolare, ma sempre si dovrà avere uno stile di vita sano. Attività fisica compresa. A volte potrebbe essere necessario ricorrere a prodotti speciali quasi totalmente privi di proteine e di fosforo, detti prodotti aproteici. In molte regioni questi prodotti sono dispensati gratuitamente dal Sistema Sanitario Nazionale con richiesta del nefrologo.

Fare sempre attenzione ad assumere farmaci o integratori interpellando prima il proprio medico curante, in quanto alcuni possono essere dannosi per i reni.

Ridurre il vino a non più di un bicchiere a pasto ed eliminare l’uso dei superalcolici. Se inoltre siete fumatori è arrivato il momento di smettere.

Per approfondimenti:

Cipolla: una regina nel regno vegetale
Cipolla — Fotografia scattata da Elisabetta Iafrate

Cipolla (Allium cepa L.) e aglio (Allium sativum L.) appartengono alla stessa famiglia, perciò molti degli studi sul meccanismo d’azione confrontano o analizzano entrambe le specie.
Entrambi hanno dimostrato di migliorare l’assorbimento di ferro e zinco presenti negli altri alimenti, per esempio i cereali, o l’assorbimento del betacarotene da carote e altri vegetali.
Rispetto all’aglio, la cipolla ha però un maggiore contenuto di flavonoidi, anche se di tipo diverso, quella gialla è uno tra i vegetali sulla nostra tavola con il più alto contenuto di flavonoli, mentre quella rossa è ricca di antocianine.
Queste sostanze, tra cui la più studiata è la quercetina, dopo essere state assorbite con il pasto, devono essere modificate dalla flora intestinale, per essere trasportate nel tessuto endoteliale, il principale sito dove esercitano attività antiossidante e antinfiammatoria. Perciò è importante la presenza di batteri in grado di trasformare i principi nutritivi in prodotti attivi per l’organismo. I dati mostrano inoltre che queste sostanze sono velocemente eliminate dall’organismo, perciò il consumo regolare di alimenti che le contengono è indispensabile per godere della loro efficacia e solo in particolari casi vengono accumulate.

La quercetina è stata molto studiata sia in vitro sia negli animali, per capire il meccanismo con cui agisce: ha una potente attività antiossidante, sia nel fegato sia a livello dell’endotelio, inibisce l’attività dell’enzima che converte l’angiotensina (ACE) e migliora la funzionalità dell’endotelio vascolare, favorendo il rilassamento delle pareti venose e arteriose, aiutando quindi il controllo della pressione nei soggetti ipertesi.

Inoltre, evitando l’ossidazione delle LDL (Low Density Lipoprotein), previene un passaggio chiave nello sviluppo della malattia aterosclerotica.

Alcuni flavonoli infine intervengono su metabolismi che hanno come bersaglio naturale neurotrasmettitori e ormoni coinvolti in malattie neurodegenerative e tumori ormono-dipendenti.

La quercetina inoltre interagisce con i composti solforati, che prendono il nome dallo zolfo nella loro struttura chimica, o organosolfuri anch’essi dotati di proprietà antiaggregante. Queste molecole, oltre a determinarne l’aroma, hanno un ruolo decisivo per l’effetto antitumorale e antiossidante. Si pensa che sia dovuto alla capacità di modulare l’attività di enzimi epatici in grado di eliminare le sostanze cancerogene introdotte nell’organismo o di inibire l’interazione con il DNA di agenti cancerogeni, ma anche di intervenire direttamente sulle cellule tumorali inducendone l’apoptosi (morte cellulare programmata). Spesso sono però estremamente volatili, perciò difficili da identificare.

Gli studi stanno proseguendo per isolare le molecole attive, anche se l’impressione generale che emerge da tutti questi dati è che sia il complesso delle sostanze presenti nella cipolla a renderla così importante per la salute umana. Infatti, con la sua capacità di interazione con altri principi attivi provenienti dal regno vegetale e potenziarne l’attività sull’uomo, si può davvero definire una regina.

Fonti:

Trattamento efficace contro l’obesità
Trattamento efficace contro l'obesità

Come riferisce la Società Italiana dell’Obesità negli Standard Italiani per la Cura dell’Obesità 2012/2013: «l’obesità è una patologia cronica a etiopatogenesi complessa, per la quale attualmente non esiste una strategia monodirezionale efficace, specie nel lungo termine».

L’obesità, in assenza di altre problematiche, è il risultato di un’alterata gestione delle riserve energetiche. L’essere umano utilizza il cibo sotto forma di alimenti per ricavare nutrienti ed energia utili alla propria sopravvivenza; quando l’introito supera il dispendio energetico, il corpo attua una strategia utile a garantirsi riserve in momenti di carestia: la lipogenesi.

La lipogenesi è la creazione di nuovo grasso corporeo, che funziona come un magazzino di energia. Anche se il grasso è utile nelle stagioni invernali come isolante termico e come fonte di termogenesi (creazione di calore da parte del grasso bruno), non è da sottovalutare tutta una lista di problematiche che l’adipe accumulato in eccesso può determinare.

Un eccesso di grasso corporeo investe più sfere della persona, dalla psiche alla fisiologia, fino a vere e proprie patologie.

Dal punto di vista psicologico un aumento di grasso corporeo può essere fonte di alterazione della propria immagine riflessa nello specchio, ma soprattutto di perdita di autostima per una situazione che non si riesce a correggere (anzi, a volte la si vede peggiorare, senza un’apparente spiegazione).

Da un punto di vista organico un aumento di grasso corporeo porta con sé tante complicanze, che si possono riassumere in apnee notturne, aumentata probabilità di manifestare patologie cardiovascolari, diabete e problematiche ortopediche per sovraccarico articolare.

Il quadro dell’obesità è quindi davvero ampio e la presa in carico della persona necessita di un intervento multidisciplinare.

Attualmente le strategie per affrontare questa patologia sono:

  1. la modificazione dello stile di vita;
  2. la terapia farmacologica;
  3. la chirurgia bariatrica.

Il primo punto deve essere il primo impatto, che cerca di intervenire nel modo meno invasivo possibile per ricreare una situazione di benessere e salute nella persona. Per modificazione dello stile di vita si intende:

  • una dieta corretta;
  • il giusto esercizio fisico;
  • una terapeutica educazione alimentare.

Cosa può fare un Biologo Nutrizionista in questo caso? Può elaborare una dieta ottimale con l’obiettivo di ristabilire il benessere ormai perso. La strategia prevederà l’elaborazione di un piano nutrizionale con un apporto calorico controllato e un’adeguata ripartizione dei nutrienti, in modo che l’organismo sia favorito ad attingere l’energia necessaria dalle riserve di grasso in accesso.

In obesità importanti, è ideale e necessaria una stretta collaborazione fra professionisti della salute: una buona comunicazione fra loro risulta sempre la migliore strategia.

Accompagnare la dieta con l’esercizio fisico e con una terapeutica educazione alimentare è sicuramente il modo migliore per arrivare all’obiettivo in modo semplice, graduale e senza rischi per la persona affetta da obesità.

Dottor Piero Labate

Fonti:

SIO (Società Italiana dell’Obesità) — Standard Italiani per la Cura dell’Obesità 2012/2013

Cipolla: una principessa per la salute
Cipolle — Fotografia scattata da Elisabetta Iafrate

Chi non si è mai sentito consigliare come utilizzarla per curarsi? La cipolla è uno degli alimenti più usati dalla tradizione popolare per curare tosse, febbre, mal di testa, vermi, diarrea, ipertensione. Per la presenza del fosforo si considera favorevole nei lavori intellettuali. Può essere utile persino in caso di perdita di appetito e come digestivo. L’effetto più comune, quasi banale da riferire, è quello diuretico, con effetti positivi per la prevenzione dei disturbi prostatici. Altri studi hanno evidenziato l’attività antispastica e di prevenzione dell’iper-reattività bronchiale, perciò ne viene consigliato il consumo ai soggetti asmatici.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) la comprende tra le piante medicinali, riportandone numerose attività già nel 1999, ma negli anni successivi sono stati fatti numerosi approfondimenti scientifici e si sono messe a fuoco le sue proprietà e i meccanismi d’azione. Le sperimentazioni hanno confermato l’effetto protettivo contro le malattie infettive batteriche, virali e sulle micosi. L’estratto di cipolla ha un potere antibatterico su Escherichia coli, sugli Streptococchi, sui Lattobacilli del cavo orale, sulla Salmonella e sugli Stafilococchi. L’olio essenziale è attivo sull’Apergillus niger (la muffa scura), sulla Candida albicans e su altre muffe e lieviti. Inoltre alcuni principi attivi (flavonoidi) presenti nella cipolla hanno dimostrato, in laboratorio, di diminuire la capacità infettiva di vari virus e retrovirus.

Molti studi sono stati fatti per valutare gli effetti sulle malattie cardiovascolari. L’estratto di cipolla si è dimostrato capace di inibire l’aggregazione piastrinica sia in vivo sia in vitro. L’utilizzo di preparati commerciali sembra però avere attività inferiore a quella del prodotto fresco perché le sostanze attive sono tra quelle che determinano la componente meno gradita dell’aroma e che quindi sono spesso eliminate dagli estratti in vendita. Tale proprietà viene però distrutta da una cottura a vapore di soli dieci minuti; anzi, in questo caso viene addirittura potenziata l’attività opposta, perciò si consiglia di utilizzare cipolle crude, cotte velocemente (meno di tre minuti) o bollite (fino a sei minuti). Un altro vantaggio che alcuni tipi di cipolle hanno è di non interferire con la vitamina K perciò, a differenza di porri o di cipolline fresche verdi, possono essere consumate anche da chi è in terapia con cumarine. La cipolla è indicata anche per i soggetti con ipertensione e, a tal proposito, è stata molto studiata sia in vitro sia negli animali, per capire il meccanismo con cui agisce per ridurre la pressione sanguigna e per la prevenzione della malattia aterosclerotica. Nota è anche la capacità di diminuire i livelli di colesterolo e di trigliceridi nel sangue, facilitandone la trasformazione in acidi biliari e quindi prevenendo il rischio di ipercolestrolemia.

Per merito di tutte queste proprietà la cipolla viene considerata utile per prevenire le alterazioni vascolari e soprattutto prevenire una serie di disturbi circolatori che compaiono nell’età avanzata per effetto dell’accumulo di questi disturbi.

Effetti benefici sono stati studiati anche nella prevenzione e nella cura del diabete. Si è visto che l’estratto diminuisce i livelli di glicemia del soggetto diabetico, sia perché può aumentare la secrezione di insulina, sia perché ne rallenta la degradazione, e infine perché migliora l’accumulo del glicogeno nel fegato. Perciò il consumo regolare all’interno della dieta può aiutare, sempre dopo il parere del medico, a diminuire il dosaggio dei farmaci specifici nei casi iniziali di diabete alimentare e aiutare chi soffre di insulino-resistenza.

Numerosi studi hanno affrontato il problema della correlazione tra l’aumento del consumo di cipolla e la prevenzione tumorale, dimostrando una minore comparsa di tumore ovarico, al colon e alla laringe; altre fonti parlano di un effetto protettivo nei confronti del tumore alla prostata, sia su popolazioni che ne consumano in quantità, sia in studi di laboratorio. Con i primi si è ipotizzato anche che l’abbinamento, frequente in cucina, con olio d’oliva e pomodoro, possa aumentarne l’efficacia. Mentre i secondi hanno permesso di individuare sostanze (organosolfuri, allicina) che possono inibire la trasformazione delle cellule normali in tumorali.

Ancora l’estratto di cipolla sembra agire su un enzima che favorisce l’accumulo di grasso all’interno delle cellule adipose: questo processo, oltre a ridurre il rischio di obesità, incrementerebbe la mortalità di cellule tumorali provenienti da forme che trovano nell’obesità una condizione favorevole di crescita.

Il suo consumo non sembra avere controindicazioni, se non per chi soffre di reflusso gastroesofageo, sindrome dell’intestino irritabile e per pochi allergici. Anche se non è tra gli alimenti più facilmente tollerati, nessuno sembra preoccuparsi dei suoi effetti gastrointestinali, anzi risulta addirittura protettiva per il tumore allo stomaco.

Gli studi in corso sono numerosi e stanno sempre più dimostrando la sua importanza: la principessa diventerà presto una regina!

Fonti:


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Cipolla: una cenerentola per la cucina

L’indice glicemico degli alimenti

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Manuela Fè, Biologo Nutrizionista, sull’indice glicemico degli alimenti

Indice glicemico

I carboidrati hanno grande importanza nella nutrizione ed esercitano numerosi effetti sulla nostra salute. Il consiglio generale è quello di consumarne una quantità pari al 50-55% dell’energia totale giornaliera, preferendo cibi a basso indice glicemico (IG).

L’indice glicemico è un indice della capacità di un alimento di alzare il tasso di glucosio ematico (glicemia); a parità di grammi di carboidrati presenti, si definiscono cibi ad alto indice glicemico quelli che producono un aumento maggiore della glicemia.

La glicemia, ovviamente, non è influenzata solo dall’IG di un alimento, ma anche dalla quantità di carboidrati ingerita; in questo senso è più adeguato parlare di carico glicemico che si calcola moltiplicando l’IG per i grammi di carboidrati presenti nella porzione di alimento. Sicuramente questa misura rappresenta meglio la qualità e la quantità dei carboidrati consumati.

Molti studi dimostrano che un costante consumo di cibi ad alto carico glicemico è associato a un aumentato rischio di sviluppare diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e alcuni tipi di tumori, come il cancro al colon e al seno.

Studi recenti evidenziano che invece diete a basso IG diminuiscono il rischio di obesità, sono molto utili per il controllo del peso e dei livelli di colesterolo.

In generale, gli alimenti ricchi di fibra hanno un basso indice glicemico e sono molto utili per tenere sotto controllo la glicemia post-prandiale. Diversamente i carboidrati a più alto IG (zuccheri semplici, pane bianco, pizza, biscotti, cracker, patatine fritte, eccetera) vengono digeriti e assorbiti molto rapidamente, determinando così sbalzi glicemici non desiderabili.

Conoscere l’IG degli alimenti è molto utile per i pazienti diabetici sia di tipo 1 (insulino dipendente) sia di tipo 2 (insulino indipendente), in cui si è visto che una dieta a basso IG e ricca di fibre è molto utile per regolare i livelli glicemici, comprese le tanto temute ipoglicemie.

Indice glicemico di alcuni alimenti

  • Piselli secchi 34
  • Fagioli secchi 41
  • Lenticchie 38
  • Orzo 36
  • Segale 49
  • Grano saraceno 78
  • Pane d’orzo 56
  • Pane di segale 71
  • Pane bianco 100
  • Riso integrale 79
  • Riso bianco 83
  • Riso istantaneo 128
  • Spaghetti 54
  • Gnocchi 95
  • Cous cous 93
  • Patate 80
  • Patatine fritte 124
  • Purè di patate 100
  • Pizza 90
  • Cracker 102
  • Timballo 93
  • Cornetti 96
  • Wafer alla vaniglia 110
  • Biscotti pastafrolla 91
  • Ciliegie 32
  • Albicocche 46
  • Pesche 54
  • Mela 54
  • Carote 100
  • Uva 66
  • Banana 78
  • Melone 103
  • Ananas 94

Dottoressa Manuela Fè

Fonti:

E così nacquero gli OGM
Illustrazione di Gianluigi Marabotti

Nei giorni scorsi abbiamo parlato, nella Scuola di Ancel, di zucchero e di alcol e bevande nervine quali tè, caffè e cioccolata, ne abbiamo raccontato l’origine e abbiamo riflettuto su come il cibo possa influire sulla salute, ma anche sul destino di intere nazioni.

Questi nuovi alimenti non soddisfano le esigenze nutrizionali primarie né delle popolazioni delle aree di produzione, né di quelle delle zone di maggior consumo. Tuttavia, per quanto riguarda sia lo zucchero sia le bevande nervine zuccherate, il loro uso ha enormemente aumentato l’introito calorico di individui con stile di vita sempre più sedentario, con la ben nota diffusione di malattie metaboliche quali l’obesità e il diabete.

Per quanto riguarda invece le aree geografiche ex–coloniali, le monocolture di questi nuovi alimenti rendono i rispettivi Paesi esposti alle oscillazioni del mercato. Inoltre, le colture di alimenti di primaria necessità, come ad esempio i cereali, già ridotte per la competizione delle produzioni di tipo “coloniale” risentono sempre di più della riduzione di fertilità dei suoli, dovuta all’uso di fertilizzanti e pesticidi. Questa carenza di risorse alimentari è ulteriormente aggravata dalla crescita di popolazione.

Proprio il tentativo di affrontare questo problema ha portato oggi al successo della cosiddetta “rivoluzione genetica” in agricoltura, con il diffondersi di piante OGM (Organismi Geneticamente Modificati) più resistenti ad agenti nocivi ambientali e meno dipendenti da concimi e antiparassitari chimici, definite piante OGM di prima generazione.

Per adesso gli alimenti OGM permessi sono solo quelli di prima generazione, in gran parte usati come mangime animale (foraggio), per rendere più economica la produzione di carne. L’agricoltura per la produzione di foraggio, infatti, impegna molto più terreno di quello necessario per l’alimentazione umana, perché ci vogliono dai 20 ai 40 kg di prodotto per ogni chilogrammo di carne. Questa tecnologia compromette anche la biodiversità degli ambienti in cui è praticata.

Ora si è arrivati a parlare di alimenti OGM di seconda generazione, provenienti da piante modificate in modo da contenere nutrienti non presenti nella specie originaria.

Un approccio di questo genere potrebbe forse alleviare alcuni problemi nutrizionali in determinate aree del pianeta, ma a lunga scadenza potrebbe anche dar adito a ulteriori accesi dubbi e dibattiti di natura etica, economica e sociale.

Staremo a vedere quali innovazioni ancora ci prospetterà il futuro e quali rassicurazioni ci fornirà la Scienza.

Fonti:

Prevenzione alcologica: quando sì e quando no?
L'armadietto dei superalcolici di casa

Esiste un consumo ideale di alcolici?

Un moderato consumo di alcol sembra ridurre il rischio di malattie cardiache e diabete. Gli studi però danno risultati incompleti e contraddittori. Probabilmente il risultato è favorevole se vi è moderazione, con una maggiore efficacia per il vino, mentre diventa difficilmente interpretabile in presenza di consumi maggiori o con l’utilizzo di altri alcolici (birra, superalcolici). Vi è inoltre sicuramente una grande differenza di suscettibilità individuale.
Perciò vale il consiglio che si usa per tutti gli alimenti: puntare alla qualità e non alla quantità.

Un bicchiere di vino (non quelli più comunemente usati a tavola, ma quello contenente 125 ml) o una lattina piccola di birra (330 ml) sono generalmente considerati una quantità tollerabile a pasto, anche se per le donne potrebbe essere opportuno limitarsi a una volta al giorno. I superalcolici invece dovrebbero costituire un’eccezione.

In quali condizioni è necessario evitare l’alcol?

Innanzitutto se assumete farmaci. Il consumo moderato di alcol è associato a un aumento di rischio di effetti indesiderati del 24%, soprattutto se assunto insieme a farmaci usati per curare diabete, allergie, insonnia, artriti, ipertensione, colesterolo alto, insonnia oppure anticoagulanti, antidepressivi, sedativi, antidolorifici. Quindi se assumete medicine o integratori, anche temporaneamente, controllate sul bugiardino o chiedete al vostro medico.

Evitate l’alcol se siete o potreste essere in gravidanza. Le donne, per motivi fisiologici (ormonali, metabolici e costituzionali), sono abitualmente più sensibili agli effetti dell’alcol: tra le conseguenze possibili ci sono, oltre ai maggiori rischi dovuti alla tossicità dell’etanolo, anche la minore fertilità e quindi una minore possibilità di iniziare una gravidanza. Quando invece il concepimento è già avvenuto, i rischi sono per la salute e lo sviluppo del bambino: gli organi vitali, quali cuore, cervello e scheletro, si formano durante i primi 10-15 giorni dopo il concepimento e la futura madre è spesso inconsapevole del suo nuovo stato. Smettere di bere se si programma una gravidanza rappresenta dunque una misura protettiva per il bambino. Una patologia correlata all’uso di alcol in gravidanza è la sindrome feto-alcolica, che si può manifestare con gravità diversa, che va dal ridotto peso neonatale fino al ritardo mentale, senza che si sia individuato il livello minimo di consumo pericoloso (studi recenti, da confermare ulteriormente, sembrano dimostrare che fino a due bicchieri alla settimana non abbiano effetto).

Se soffrite o avete sofferto di gastrite, pancreatite, epatite (anche di origine virale) sappiate che l’alcol può avere un ruolo importante nel peggioramento dei sintomi. A seconda del quadro clinico può bastare una sospensione temporanea, ma a volte può essere necessario interrompere definitivamente il consumo di alcol, ricordando sempre che potrebbe favorire la degenerazione tumorale di queste patologie.

Se volete perdere peso non dimenticate che un bicchiere di vino o una lattina di birra arrivano a introdurre nella dieta anche più di 100 calorie. Queste calorie non ci danno la stessa sazietà di un cibo solido, ma ci lasciano insoddisfatti e anzi spesso stimolano l’appetito (come gli aperitivi). Spesso basta ridurre semplicemente gli alcolici per ottenere senza difficoltà dei risultati importanti. Se invece aggiungete il consumo di alcol a una dieta ipocalorica, correte il rischio di aumentare l’assorbimento dell’alcol stesso rispetto a una dieta normale e anche di trovarvi con una dieta sbilanciata e carente di nutrienti essenziali (un esempio su tutti: la vitamina A).

Per approfondimenti:

Oggi è la Giornata Mondiale del Rene
Giornata Mondiale del ReneLocandina Giornata Mondiale del Rene 2013 - SIN

Oggi è la Giornata Mondiale del Rene. Questo evento ha lo scopo di ribadire il ruolo fondamentale di tale organo e di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di diagnosticare precocemente le malattie renali. Spesso, infatti, i reni si ammalano in modo silenzioso e ancora oggi troppe persone devono ricorrere alla dialisi o al trapianto (solo in Italia si stimano 50.000 pazienti in trattamento dialitico cronico, di cui oltre il 70% sono diabetici e/o ipertesi); fondamentale è la diagnosi precoce in modo da prevenire l’evoluzione e le complicanze della malattia renale.

I primi passi sono semplici, basta un’analisi delle urine e il dosaggio delle creatinina nel sangue, oltre a un controllo regolare della pressione arteriosa; il medico potrà così stabilire se sono necessarie ulteriori indagini.

Ancora più importante è la prevenzione attraverso uno stile di vita sano, che aiuti a ridurre il più possibile malattie come il diabete, l’ipertensione, l’obesità e l’abuso di farmaci antiinfiammatori.

Affinché l’informazione sia il più capillare possibile, moltissime strutture apriranno le porte organizzando incontri e offrendo visite e alcuni esami gratuiti. Per saperne di più è possibile visitare la pagina della Società Italiana di Nefrologia.

Per approfondimenti:

SIN - Società Italiana di Nefrologia

Peperoncino: una spezia tutta da scoprire! (parte II)

Pubblichiamo oggi la seconda parte del contributo della dottoressa Monica Trecroci sul peperoncino

Peperoncino calabrese

Nel primo articolo abbiamo visto la storia affascinante che conduce il peperoncino sulle nostre tavole e la sua grande versatilità nel crescere in ogni situazione. Ma il peperoncino non è solo questo. Il fuoco che scalda molti piatti della nostra tavola è un autentico concentrato di benefiche proprietà. Questo grazie alla sua composizione: oltre a essere ipocalorico, come abbiamo descritto, è ricco di vitamine soprattutto A, C, E, PP e sali minerali anche se ciò che lo rende davvero speciale dal punto di vista delle proprietà è senza dubbio la presenza del componente bioattivo capsaicina.

Il contenuto di vitamina C gli conferisce attività antiossidante, immunostimolante e il suo uso è utile nell’alleviare la sintomatologia a carico delle mucose in caso di raffreddore, sinusiti e bronchiti.

L’attività antiossidante è mediata anche dai carotenoidi, che contribuiscono a combattere i radicali liberi e i processi di invecchiamento cellulare.

Il peperoncino è utile nella prevenzione dell’infarto e delle malattie cardiovascolari. L’uso costante di piccole quantità, infatti, contribuisce a diminuire i livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue1 grazie agli acidi grassi polinsaturi contenuti nei semi. Agisce da vasodilatatore aiutando il lavoro di arterie, capillari e cuore; la capsaicina migliora la circolazione sanguigna e agisce da antiaggregante lavorando in sinergia con la vitamina PP e la vitamina E che, rispettivamente, conferiscono elasticità ai capillari e migliorano l’ossigenazione del sangue. Inoltre, essendo il peperoncino una spezia in grado di insaporire i piatti più vari, consente un importante risparmio dell’utilizzo di sale per conferire sapore con notevoli benefici per coloro che sono affetti da ipertensione. Ha attività fibrinolitica per cui diminuisce il rischio di formazione di trombi.

La capsaicina è utile anche nei soggetti diabetici per abbassare la glicemia poiché migliora l’azione dell’insulina2.

Il peperoncino, grazie alla capsaicina, sembra avere proprietà anticancerogene in vitro, su cellule cancerose prostatiche3. L’inibizione della crescita è dose dipendente (al crescere della dose impiegata aumenta l’effetto inibente) e si realizza attraverso induzione dell’apoptosi o morte cellulare programmata.

La capsaicina favorisce la digestione, aumenta la secrezione acida gastrica4 e protegge lo stomaco aumentando la produzione di muco. In alcune regioni del Sud Italia viene preparato un infuso digestivo a base di peperoncino, camomilla e miele.

Il peperoncino si è dimostrato essere un alleato nella perdita di peso. La capsaicina potrebbe agire come stimolatore del metabolismo basale, il consumo calorico stimato da un uso quotidiano di peperoncino è di 50 Kcal al giorno e diminuisce l’appetito5.

Da sempre considerato, forse per il suo sapore piccante, un alimento afrodisiaco, il peperoncino è spesso associato nell’accezione comune alla sfera sessuale. A onor del vero è ricco di vitamina E, la vitamina che agisce sul trofismo degli spermatozoi; e a livello intestinale libera VIP (Vasoactive Intestinal Polypeptide), che provoca vasodilatazione e aumento della circolazione sanguigna a livello periferico. La capsaicina applicata a livello locale determina liberazione di ossido nitrico, cosa che normalmente accade a livello periferico dopo assunzione di farmaci per la disfunzione erettile. Tuttavia, non esiste al momento una valida conferma scientifica che metta in relazione peperoncino ed eros.

Anche l’industria cosmetica usa il peperoncino per la preparazione di saponi e creme ad azione antibatterica e per la detersione della cute. Sembra avere un effetto positivo nel trattamento della cellulite per l’azione di stimolo sulla circolazione sanguigna.

Ma il peperoncino è indicato per tutti?

Per la verità non ci sono controindicazioni significative all’uso di peperoncino, piuttosto delle limitazioni in presenza di acidità di stomaco, ulcera e in dosi troppo elevate potrebbe irritare la mucosa intestinale.

Dottoressa Monica Trecroci

Fonti:

  1. Srinivasan K. — Dietary spices as beneficial modulators of lipid profile in conditions of metabolic disorders and diseases — Food Funct. 2013 Jan 31
  2. Okumura T, et al. — Effect of caffeine and capsaicin on the blood glucose levels of obese/diabetic KK-A(y) mice — J Oleo Sci. 2012;61(9):515-23
  3. Díaz-Laviada I — Effect of capsaicin on prostate cancer cells — Future Oncol. 2010 Oct;6(10):1545-50. doi: 10.2217/fon.10.117
  4. Imatake K, et al. — The effect and mechanism of action of capsaicin on gastric acid output — J Gastroenterol. 2009;44(5):396-404. doi: 10.1007/s00535-009-0018-x
  5. Whiting S, et al. — Capsaicinoids and capsinoids. A potential role for weight management? A systematic review of the evidence — Appetite. 2012 Oct;59(2):341-8. doi: 10.1016/j.appet.2012.05.015