Post-it — Come non essere mio paziente
Come non essere mio paziente

Il dottor Edward Creagan è un oncologo, professore presso la Mayo Clinic Medical School.

Nel suo libro, pubblicato in Italia con il titolo Come non essere mio paziente in oltre 400 pagine descrive tutti gli aspetti che possono prevenire il cancro, secondo lo slogan «Un grammo di prevenzione varrà sempre un chilo di cure». Perciò ci parla di stile di vita, di gestione dello stress, di rapporti con i medici, di analisi cliniche, di terapie e, ovviamente, di alimentazione.

Forse è tempo che ci concentriamo un po’ meno sulle diete e i dimagrimenti e un po’ più sul cambiamento stabile di comportamento riguardo al mangiar sano. Un controllo efficace del peso verrà di conseguenza.

Abbiamo tutti visto (e forse provato) le diffusissime diete a effetto rapido. Detto per inciso, tutte le diete funzionano. Ma qual è la loro conclusione logica? Che vi affamate, vi sentite denutriti e continuate a perdere peso, finché non pesate più nulla? Mantenere il peso forma (il vostro, non quello di una modella o di una stella del cinema) significa impegnarsi a mangiare in modo sano per tutta la vita, non a periodi alterni.

Per approfondimenti:

E.T. Creagan — Come non essere mio paziente — Cantagalli, 2005

Peperoncino: una spezia tutta da scoprire! (parte II)

Pubblichiamo oggi la seconda parte del contributo della dottoressa Monica Trecroci sul peperoncino

Peperoncino calabrese

Nel primo articolo abbiamo visto la storia affascinante che conduce il peperoncino sulle nostre tavole e la sua grande versatilità nel crescere in ogni situazione. Ma il peperoncino non è solo questo. Il fuoco che scalda molti piatti della nostra tavola è un autentico concentrato di benefiche proprietà. Questo grazie alla sua composizione: oltre a essere ipocalorico, come abbiamo descritto, è ricco di vitamine soprattutto A, C, E, PP e sali minerali anche se ciò che lo rende davvero speciale dal punto di vista delle proprietà è senza dubbio la presenza del componente bioattivo capsaicina.

Il contenuto di vitamina C gli conferisce attività antiossidante, immunostimolante e il suo uso è utile nell’alleviare la sintomatologia a carico delle mucose in caso di raffreddore, sinusiti e bronchiti.

L’attività antiossidante è mediata anche dai carotenoidi, che contribuiscono a combattere i radicali liberi e i processi di invecchiamento cellulare.

Il peperoncino è utile nella prevenzione dell’infarto e delle malattie cardiovascolari. L’uso costante di piccole quantità, infatti, contribuisce a diminuire i livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue1 grazie agli acidi grassi polinsaturi contenuti nei semi. Agisce da vasodilatatore aiutando il lavoro di arterie, capillari e cuore; la capsaicina migliora la circolazione sanguigna e agisce da antiaggregante lavorando in sinergia con la vitamina PP e la vitamina E che, rispettivamente, conferiscono elasticità ai capillari e migliorano l’ossigenazione del sangue. Inoltre, essendo il peperoncino una spezia in grado di insaporire i piatti più vari, consente un importante risparmio dell’utilizzo di sale per conferire sapore con notevoli benefici per coloro che sono affetti da ipertensione. Ha attività fibrinolitica per cui diminuisce il rischio di formazione di trombi.

La capsaicina è utile anche nei soggetti diabetici per abbassare la glicemia poiché migliora l’azione dell’insulina2.

Il peperoncino, grazie alla capsaicina, sembra avere proprietà anticancerogene in vitro, su cellule cancerose prostatiche3. L’inibizione della crescita è dose dipendente (al crescere della dose impiegata aumenta l’effetto inibente) e si realizza attraverso induzione dell’apoptosi o morte cellulare programmata.

La capsaicina favorisce la digestione, aumenta la secrezione acida gastrica4 e protegge lo stomaco aumentando la produzione di muco. In alcune regioni del Sud Italia viene preparato un infuso digestivo a base di peperoncino, camomilla e miele.

Il peperoncino si è dimostrato essere un alleato nella perdita di peso. La capsaicina potrebbe agire come stimolatore del metabolismo basale, il consumo calorico stimato da un uso quotidiano di peperoncino è di 50 Kcal al giorno e diminuisce l’appetito5.

Da sempre considerato, forse per il suo sapore piccante, un alimento afrodisiaco, il peperoncino è spesso associato nell’accezione comune alla sfera sessuale. A onor del vero è ricco di vitamina E, la vitamina che agisce sul trofismo degli spermatozoi; e a livello intestinale libera VIP (Vasoactive Intestinal Polypeptide), che provoca vasodilatazione e aumento della circolazione sanguigna a livello periferico. La capsaicina applicata a livello locale determina liberazione di ossido nitrico, cosa che normalmente accade a livello periferico dopo assunzione di farmaci per la disfunzione erettile. Tuttavia, non esiste al momento una valida conferma scientifica che metta in relazione peperoncino ed eros.

Anche l’industria cosmetica usa il peperoncino per la preparazione di saponi e creme ad azione antibatterica e per la detersione della cute. Sembra avere un effetto positivo nel trattamento della cellulite per l’azione di stimolo sulla circolazione sanguigna.

Ma il peperoncino è indicato per tutti?

Per la verità non ci sono controindicazioni significative all’uso di peperoncino, piuttosto delle limitazioni in presenza di acidità di stomaco, ulcera e in dosi troppo elevate potrebbe irritare la mucosa intestinale.

Dottoressa Monica Trecroci

Fonti:

  1. Srinivasan K. — Dietary spices as beneficial modulators of lipid profile in conditions of metabolic disorders and diseases — Food Funct. 2013 Jan 31
  2. Okumura T, et al. — Effect of caffeine and capsaicin on the blood glucose levels of obese/diabetic KK-A(y) mice — J Oleo Sci. 2012;61(9):515-23
  3. Díaz-Laviada I — Effect of capsaicin on prostate cancer cells — Future Oncol. 2010 Oct;6(10):1545-50. doi: 10.2217/fon.10.117
  4. Imatake K, et al. — The effect and mechanism of action of capsaicin on gastric acid output — J Gastroenterol. 2009;44(5):396-404. doi: 10.1007/s00535-009-0018-x
  5. Whiting S, et al. — Capsaicinoids and capsinoids. A potential role for weight management? A systematic review of the evidence — Appetite. 2012 Oct;59(2):341-8. doi: 10.1016/j.appet.2012.05.015
Carne rossa e tumore, quale correlazione?
Carni rosse

Quanti hanno una risposta alla domanda posta nel titolo? Probabilmente già molti sanno che le carni rosse, così come i salumi, gli insaccati e le altre carni processate sono da limitare. Ma proprio le indicazioni nutrizionali più consolidate, hanno bisogno anche dei perché, per essere maggiormente rafforzate e seguite.

Iniziamo con il dare una definizione univoca di carni rosse.

Le carni vengono generalmente distinte in bianche, rosse e nere, a seconda del colore che assumono dopo la macellazione, della tipologia e dell’età degli animali da cui derivano.

Le carni rosse si ottengono da animali da macello come bovini, ovini e caprini. Le carni bianche si ottengono da animali da cortile. Le carni nere, che derivano da cacciagione come cervi, volatili e cinghiali, sono sempre carni rosse, ma caratterizzate da una colorazione particolarmente intensa. In realtà le carni bianche comprendono anche animali giovani che in età adulta sono classificati come carne rossa, quali ad esempio agnello, vitello e capretto. La carne di maiale, in relazione al colore, è da considerarsi bianca.

Le carni rosse, a differenza delle bianche, sono più ricche di mioglobina, una proteina di forma globulare contenente ferro e che trasporta l’ossigeno nei tessuti muscolari. Più il muscolo è attivo, maturo, sviluppato e più è alto il contenuto di mioglobina, più il colore della carne è rosso.

Molti studi epidemiologici hanno riportato una significativa associazione tra consumo di carni processate (come pancetta, würstel, salsiccia, salame e affettati in genere) e di carni rosse, e un’incrementata incidenza di cancro del colon. Al momento si stima che per ogni 100 g di carne rossa o 50 g di carne processata consumata quotidianamente, la probabilità di sviluppare cancro del colon aumenti del 15-20%.

Le carni rosse, sia per la tipica consistenza che le espone a cotture più prolungate e più invasive sia per il maggior contenuto di grassi [NdA], possono contenere rispetto alle carni bianche una maggiore concentrazione di mutageni, sostanze in grado di danneggiare irreversibilmente il nostro patrimonio genetico (ammine eterocicliche, idrocarburi policiclici aromatici), che vengono prodotti proprio durante la cottura delle carni ad alte temperature.

È stato anche ipotizzato che il maggior contenuto di grassi nelle carni rosse possa favorire la concentrazione di acidi biliari secondari, ovvero quelli elaborati dalla flora batterica intestinale, favorenti anch’essi la cancerogenesi.

La questione delle carni processate è diversa. I nitriti, i nitrati e il sale in esse contenuti causano la formazione di nitrosammine, anch’esse sostanze mutagene.

Lo stesso ferro contenuto dalla mioglobina delle carni rosse può promuovere la formazione di nitrosammine, nonché agire come generatore di radicali liberi in grado di danneggiare il DNA.

Sulla base di queste considerazioni, non è utile solo limitare le carni a un paio di volte a settimana, ma anche prestare attenzione a piccoli, ma importantissimi accorgimenti, quali:

  • lavare la carne rossa sotto acqua corrente prima della cottura, per rimuovere il sangue residuale e l’emoglobina, proteina in esso contenuta e contenente ferro;
  • dopo la cottura, lasciare riposare la carne prima di servire, in questo modo la pietanza si riprende dallo shock termico, e continua a far fuoriuscire gli ultimi residui di emoglobina, che dovrebbero essere lasciati nel piatto;
  • porre attenzione alla modalità di cottura della carne scegliendo metodi meno invasivi quali la brasatura, la bollitura, la cottura al microonde e la cottura al forno, piuttosto che la frittura spinta, la cottura alla griglia o il barbecue;
  • preparare la carne prima di cuocerla con erbe e spezie, in modo da attenuare i fenomeni ossidativi e la formazione di radicali liberi.

Fonti:

Giù le mani dalla melanzana!

Sarà per il colore funereo o per il retrogusto amaro, la melanzana è spesso vittima di discriminazioni che sfociano talvolta nel pregiudizio. Ipercalorica, tossica, addirittura mortale, di questo ortaggio è stato detto di tutto. Dove è la verità? Cerchiamo di fare chiarezza.

La melanzana Solanum melanogena, della famiglia delle Solanacee come le patate e i pomodori, è un ortaggio originario dell’India, conosciuto in Asia da più di 2500 anni. In seguito si è diffusa nei paesi del Medio Oriente, per giungere in Europa agli inizi del 1400 grazie agli Arabi. La ghettizzazione della melanzana a ortaggio di seconda classe è avvenuta da subito in Europa quando è stata accusata addirittura di portare alla pazzia e per questo chiamata “mela insana”1,2.

Le melanzane in realtà sono un vegetale di tutto rispetto in quanto a caratteristiche nutrizionali.

In 100 g di prodotto sono contenuti:

  • acqua 92,6 g
  • proteine 1,2 g
  • lipidi 0,2 g
  • carboidrati 2,5 g
  • fibre 2,8 g
  • tra i sali minerali (0,5 g) spicca il contenuto di
    • potassio 205 mg
    • fosforo 20 mg
    • magnesio 13 mg
  • quasi tutte le vitamine del gruppo B, tra cui
    • nicotinammide o B3 600 µg
    • acido pantotenico o B5 230 µg
  • vitamina K 500 ng
  • carotenoidi 45 µg

Hanno un contenuto calorico irrisorio (18 Kcal/100 g) e possono essere mangiate a cuor leggero, a differenza di quanto si pensi, a patto che non si farciscano di condimento3.
In fondo perché condirle oltremodo? La melanzana è buona anche leggermente scottata e con un filo di olio.

Per l’acqua e i micronutrienti in essa contenuti la melanzana è reidratante, remineralizzante e diuretica, soprattutto nelle preparazioni che mantengono il prodotto ben idratato come la cottura in umido in padella con poca acqua e con l’eventuale aggiunta di altri vegetali quali peperoni, cipolle e basilico.

Il tipico colore viola intenso della buccia è dovuto alla presenza di antocianine, dei pigmenti appartenenti all’ampia famiglia dei polifenoli, idrosolubili con documentata e spiccata azione antiossidante. Uno studio pubblicato sulla rivista Food and chemical toxicology, dimostra che un estratto di antocianine ricavato dalle melanzane è in grado di proteggere delle cavie dall’azione mutagena del farmaco ciclofosfamide. Lo stesso studio scagiona  l’estratto di buccia di melanzana dalla azione di genotossicità o mutagenicità. Quindi le melanzane non sono in alcun modo in grado di danneggiare il DNA, al contrario svolgono un ruolo di protezione sul nostro patrimonio genetico4. Diversi studi ne dimostrano il ruolo nella prevenzione tumorale primaria. Un estratto di antocianidine di melanzane è in grado, in vitro, di bloccare la replicazione di cellule tumorali quali il fibrosarcoma umano4,5.

La varietà più nota è la melanzana viola scuro, di forma allungata e simile a una grossa pera. Per le persone intolleranti all’eccesso di fibre e con colon irritabile è preferibile assumere la varietà più chiara, definita categoria orientale, di forma tondeggiante, la cui caratteristica è una maggiore digeribilità dei tessuti di rivestimento che appaiono più teneri e sottili2. In questo modo si possono continuare a consumare le melanzane con la buccia e beneficiare degli antociani. Per attenuare la consistenza coriacea dei rivestimenti si consiglia di consumare l’ortaggio seguendone la stagionalità, quindi nei mesi che vanno da maggio a ottobre.

Grazie alla fibra e agli steroli vegetali le melanzane limitano l’assorbimento di colesterolo introdotto con l’alimentazione. Uno studio pubblicato sulla rivista American Journal of Clinical Nutrition ne dimostra il ruolo significativo nella prevenzione primaria delle ipercolesterolemie alimentari, all’interno di una dieta povera di colesterolo e ricca di fitosteroli e in confronto al trattamento farmacologico a base di statine6.

È noto che la melanzana si consumi solamente cotta, ma è vero quel che si legge spesso sul web che questo ortaggio crudo sia tossico? Le proprietà degli antociani si perdono in cottura? Di questo e di altro ancora tornerò a parlare domani. Vi aspetto.

Fonti:

  1. R. Pellati — Tutti i cibi dalla “A” alla “Z”. La verità su ciò che mangiamo — Mondadori, 2009
  2. Autori vari — 1000 consigli per mangiar sano. Il grande libro degli alimenti — Touring Club Italiano, 2008
  3. Souci, Fachmann, Kraut — Tabelle complete degli alimenti — Mattioli 1885, 2009
  4. Azevedo L, et al. — Differential response related to genotoxicity between eggplant (Solanum melanogena) skin aqueous extract and its main purified anthocyanin (delphinidin) in vivo — Food Chem Toxicol. 2007 May;45(5):852-8
  5. Nagase H, et al.Inhibitory effect of delphinidin from Solanum melongena on human fibrosarcoma HT-1080 invasiveness in vitro — Planta Med. 1998 Apr;64(3):216-9
  6. Jenkins DJ, et al.Direct comparison of a dietary portfolio of cholesterol-lowering foods with a statin in hypercholesterolemic participants — Am J Clin Nutr. 2005 Feb;81(2):380-7
Fibre alimentari e tumore: un possibile aiuto contro la fatica cronica

Le diete ricche in fibre alimentari possono attenuare i sintomi di astenia e stanchezza che caratterizzano la fase post-tumorale. Così sostiene un recente studio effettuato su donne sopravvissute al carcinoma mammario.

Gli autori hanno osservato che i sintomi tipici della fatica cronica correlavano positivamente con la percentuale delle calorie giornaliere derivate dai grassi e inversamente con il consumo giornaliero di fibre e carboidrati. I livelli di fatica erano mediamente più elevati nelle partecipanti che assumevano meno di 25 g al giorno di fibre, ossia al di sotto del livello raccomandato di introduzione pari a 30 g/die per i soggetti adulti. Questa associazione sembra inoltre indipendente dai livelli di attività fisica e dalla composizione corporea.

Un consumo adeguato di fibra alimentare, possibile con una dieta ricca di cereali integrali, frutta e verdura, e una riduzione del consumo di grassi, è inoltre associato a una significativa riduzione del rischio di contrarre neoplasie al grosso intestino.

I meccanismi d’azione con cui la fibra può esercitare un’attività protettiva sono molteplici e sinergici tra loro; ad esempio determina un aumento della massa fecale e una velocizzazione del transito e ciò riduce la concentrazione di sostanze potenzialmente cancerogene e il loro tempo di contatto con la mucosa intestinale.

Ma come ideare un menù tutta fibra? Ecco una giornata tipo capace di coprire il fabbisogno quotidiano di fibra:

  • Colazione: una tazza di latte con 40 g di muesli
  • Spuntino: una coppa di fragole da 200 g
  • Pranzo: 100 g di riso integrale con 60 g di piselli
  • Merenda: una coppa di lamponi da 150 g
  • Cena: un piatto di roast beef con un panino integrale e 50 g di lattuga

Fonte:

Guest DD, et al.Diet components associated with perceived fatigue in breast cancer survivors — Eur J Cancer Care (Engl). 2012 Jun 5. doi: 10.1111/j.1365-2354.2012.01368.x

Le erbe aromatiche: l’origano

L’origano (Origanum vulgare), appartiene alla famiglia delle Laminacee e Labiate. L’origano annovera circa 35 specie perenni. L’altra specie più comune dell’origano è la maggiorana (Origanum majorana) e si differenzia dal primo sia perché nelle nostre regioni è molto raro trovarla allo stato selvatico sia per le infiorescenze, e sia per il profumo più delicato che emana.

Il termine origano deriva dal greco oros “monte” e ganos “splendore”. Originario dell’Europa e dell’Asia centrale, è una pianta spontanea che nasce in montagna e nelle regioni meridionali.

Conosciuto e apprezzato da tempo immemorabile, già all’epoca degli antichi Egizi.
Citato dal filosofo Teofasto (371-287 a.C.) nella sua Historia Plantarum, l’origano veniva utilizzato nell’antica Grecia per preparare ghirlande con cui venivano incoronati gli sposi e per propiziare la pace agli spiriti dei trapassati piantandolo sulle loro tombe.

Uso in cucina
Erba aromatica utilizzata come condimento: le foglie e i fiori servono a dare odore a formaggi, insalate, minestre, minestroni, zuppe, piatti di patate e zucchine, carni alla pizzaiola, pesce, zuppe di pesce, pomodori farciti, salse di vario genere e rappresenta un insostituibile ingrediente della pizza napoletana. Viene inoltre utilizzata per preservare il brodo.
Le foglie si utilizzano fresche o essiccate. Le sommità fiorite si impiegano fresche o si fanno essiccare, in mazzi appesi all’ingiù, in locali ben aerati al riparo dal sole.
L’origano entra nella composizione di liquori digestivi.

Principi attivi
L’olio essenziale dell’origano viene ricavato dalle foglie e contiene principalmente fenoli (timolo, carvacrolo, carnosolo), principi amari, acido tannico e resine, acido vanillico.

Benefici
L’origano, come altre erbe aromatiche molto rappresentate nella cucina mediterranea (rosmarino, salvia, timo, salvia, prezzemolo), contiene un particolare olio essenziale, il carnosolo, con dimostrate proprietà antitumorali in numerose neoplasie sia solide che ematologiche. Il carnosolo, inoltre, svolge un’attività di regolazione delle proteine che regolano l’apoptosi (morte cellulare programmata).

Curiosità
Secondo la leggenda, la scoperta delle proprietà medicamentose dell’origano si deve alla cicogna, che usava cibarsene dopo aver ingerito cibi tossici. Non è un caso se la Facoltà di Medicina di Parigi reca nel suo stemma proprio l’immagine di tre cicogne d’argento ciascuna con un rametto di origano nel becco.

Fonte:

Johnson JJ — Carnosol: a promising anti-cancer and anti-inflammatory agent — Cancer Lett. 2011 Jun 1;305(1):1-7. Epub 2011 Mar 5

Le spezie mediterranee: il rosmarino

«Dio ha creato l’alimento, il Diavolo il condimento».
James Joyce — Ulisse — 1922

Simbolo dell’amicizia, della fedeltà e del ricordo, in certe nazioni il rosmarino viene tradizionalmente portato nei funerali o indossato dalla sposa al matrimonio. Nell’antica Grecia chi doveva sostenere un esame indossava una ghirlanda di rosmarino, per migliorare la memoria e la concentrazione.

Il rosmarino (Rosmarinus officinalis) è un arbusto sempreverde della macchia mediterranea, alto fino a due metri, con fusto legnoso e ramificato, appartenete alla famiglia delle Labiate (o Laminacee)Rusmariosmarisgulmarinramerino o zipiri, sono i tanti modi di chiamare il rosmarino, il cui nome deriva dal latino ros, rugiada, e mare, rugiada del mare, per il colore dei suoi fiori che ricordano l’azzurro del mare e per il fatto che cresce spontaneo lungo le coste vicino al mare.

Le foglie e i rametti si utilizzano freschi oppure, raccolti in primavera-estate, si lasciano seccare all’ombra.

Uso in Cucina

Nella cucina mediterranea il rosmarino è uno degli aromi maggiormente apprezzati. Viene utilizzato per carni arrosto (a tale scopo si possono usare sia le foglie fresche sminuzzate sia le foglie essiccate), soffritti, patate, minestre di legumi e per farcire il pesce cotto al forno o alla brace. Foglie di rosmarino si possono distribuire anche su patate a spicchi, pani e focacce prima di infornarli e si possono usare per saporire sughi di pomodoro e verdure saltate.

I ricercatori della Kansas State University, sostengono che l’aggiunta di tre spezie, e del rosmarino in particolare, alla carne cucinata alla griglia, riesce a prevenire fino al 40% la formazione di sostanze potenzialmente cancerogene, le amine eterocicliche.

Principi attivi

Il rosmarino presenta foglie molto profumate, ciò e dovuto all’elevata presenza di oli essenziali (carnosoloacido carnosicoacido ursolicoacido rosmarinico).

Benefici

Numerosi studi recenti hanno dimostrato che il carnosolo, sostanza fitochimica presente nel rosmarino, ha importanti proprietà anticancro, in quanto risulta essere in grado sia di aggredire direttamente le cellule tumorali (apoptosi) sia di impedire l’angiogenesi, cioè la formazione dei vasi sanguigni sfruttati dai tumori per la loro crescita.

Fonti: