Tè verde: assunzione e possibili benefici

Pubblichiamo oggi l’articolo del dottor Vito Basile, Biologo Nutrizionista, che ci parla del tè verde

Tè verde: assunzione e possibili benefici

Il tè (Camellia sinensis) è una pianta coltivata prevalentemente in Asia (Cina, India e Giappone). Nelle nostre case arriva in differenti tipi (nero, verde, bianco, giallo), che sono il risultato dei diversi trattamenti a cui sono sottoposte le foglie dopo la raccolta. I tè più conosciuti sono il tè verde, la cui lavorazione prevede l’essiccazione dopo un trattamento termico che ne blocca l’ossidazione e ne preserva il colore, e il tè nero lavorato mediante il posizionamento su appositi tralicci dove va incontro a processi di fermentazione.

Il tè è un alimento ricco di polifenoli, tra cui l’epigallocatechina-3-gallato (EGCG), che risultano particolarmente abbondanti nel tè verde per effetto del differente metodo di lavorazione a cui viene sottoposto.

L’elevata quantità di polifenoli, dalla riconosciuta azione antiossidante, ha attratto l’interesse della comunità scientifica con la conseguente pubblicazione di diversi lavori. Lo scopo è di analizzare il rapporto esistente tra l’assunzione di tè verde e gli effetti su importanti malattie tumorali e metaboliche.

Tè verde e cancro

Studi sulle catechine del tè verde sono stati condotti in relazione agli effetti protettivi sullo sviluppo del cancro del colon, del fegato, della mammella, della prostata, del polmone e della pelle. Dati provenienti da vari laboratori di tutto il mondo suggeriscono che il tè verde, e in particolare il suo principale costituente polifenolico, l’EGCG, potrebbe possedere attività di chemioprevenzione, e possibili effetti terapeutici1.

Due studi, uno del 1997 su 1552 cinesi tra i 30 e i 74 anni, e uno del 2007 su 69.710 donne cinesi tra 40 e 70 anni, hanno dimostrato un’associazione inversa tra il regolare consumo di tè verde e i casi di tumore, in particolare di carcinoma colon-rettale2,3. Recentemente è stata indicata anche la possibile efficacia dell’EGCG nel trattamento delle metastasi epatiche da carcinoma colon-rettale4.

A fronte di queste evidenze su una positiva associazione tra l’assunzione di tè verde e la prevenzione dal carcinoma colon-rettale, esistono altri studi sull’assunzione di tè nero e tè verde, condotti nella popolazione di tre continenti (Nord America, Asia ed Europa), che hanno dato risultati controversi5.

Una ricerca eseguita nel 2006, basata su studi epidemiologici effettuati sull’azione del tè verde e del tè nero sul cancro al seno, ha riscontrato una possibile associazione tra tè verde e protezione dal cancro al seno, mentre non ha evidenziato effetti positivi per il tè nero. Sono stati riscontrati, inoltre, minori livelli di estrogeni in donne che consumano tè verde rispetto alle non bevitrici e alle bevitrici di tè nero6. Un altro studio ha osservato un’associazione inversa tra assunzione di tè verde e rischio di cancro polmonare nei non fumatori, ma non tra i fumatori. Un effetto inibitorio dell’estratto di tè verde sulla progressione di lesioni precancerose verso lo sviluppo di tumori maligni è stato riscontrato nella prostata. Effetti positivi sulla prevenzione a seguito di assunzione di tè verde sono stati riscontrati anche per il cancro del cavo orale7. Non tutti gli studi, comunque, mostrano un’associazione tra assunzione di tè verde ed effetti sul cancro. L’esistenza di studi dai risultati eterogenei non permette, quindi, di stabilire conclusioni certe e definitive.

Tè verde e malattie metaboliche

L’assunzione di tè verde o dei suoi estratti ha mostrato un lieve effetto sulla diminuzione della percentuale di massa grassa, non tale da essere clinicamente rilevante, mentre gli effetti sul peso di adulti in soprappeso o obesi non si sono rivelati statisticamente significativi8.

Risultati più convincenti riguardano la correlazione tra assunzione di tè verde e diabete di tipo 2.

In uno studio del 2013 su pazienti prediabetici che per 14 settimane hanno consumato tre tazze di tè verde al giorno è stata riportata una riduzione del rapporto vita-fianchi, una diminuzione della pressione arteriosa e una diminuzione di una transaminasi (ALT)9. Un altro studio su 63 pazienti con diabete di tipo 2 (30 maschi e 33 femmine) ha dimostrato che l’assunzione di quattro tazze di tè verde al giorno determinava una significativa riduzione del peso e della pressione sistolica10. Contrastanti sono gli studi sul miglioramento della sensibilità all’insulina a seguito di assunzione di tè verde. A risultati che vedono una riduzione dell’insulino-resistenza, se ne contrappongono altri inconsistenti11,12.

Conclusioni

Benché al momento gli studi sui possibili benefici del tè verde, e quindi sulla prevenzione e cura del cancro e delle malattie metaboliche, portino a dati eterogenei che non permettono conclusioni certe e definitive, la presenza di riscontri positivi lascia ipotizzare che l’assunzione di tè verde come consuetudine in uno stile di vita sano possa avere effetti positivi sulla salute.

L’interesse mostrato dalla comunità scientifica sul ruolo dei polifenoli nei meccanismi biochimici cellulari, tale da produrre già nei primi mesi del 2014 decine di pubblicazioni, è di buon auspicio per l’acquisizione di nuove evidenze.

Dottor Vito Basile

Bibliografia

  1. Naghma K, et al.Targeting Multiple Signaling Pathways by Green Tea Polyphenol (-)-Epigallocatechin-3-Gallate — Cancer Res. 2006 Mar 1;66(5):2500-5
  2. Bu-Tian J, et al.Green tea consumption and the risk of pancreatic and colorectal cancers — Int J Cancer. 1997 Jan 27;70(3):255-8
  3. Yang G, et al.Prospective cohort study of green tea consumption and colorectal cancer risk in women — Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2007 Jun;16(6):1219-23
  4. Maruyama T, et al.(-)-Epigallocatechin-3-gallate suppresses liver metastasis of human colorectal cancer. — Oncol Rep. 2014 Feb;31(2):625-33. doi: 10.3892/or.2013.2925. Epub 2013 Dec 13
  5. Sun CL, Yuan JM, et Al. — Green tea, black tea and colorectal cancer risk: a meta-analysis of epidemiologic studies — Carcinogenesis. 2006 Jul;27(7):1301-9. Epub 2006 Apr 25
  6. Sun CL, Yuan JM, et Al. — Green tea, black tea and breast cancer risk: a meta-analysis of epidemiological studies — Carcinogenesis. 2006 Jul;27(7):1310-5. Epub 2005 Nov 25
  7. Yuan JM — Cancer prevention by green tea: evidence from epidemiologic studies — Am J Clin Nutr. 2013 Dec;98(6 Suppl):1676S-1681S. doi: 10.3945/ajcn.113.058271. Epub 2013 Oct 30
  8. Baladia E, et al.Effect of green tea or green tea extract consumption on body weight and body composition; systematic review and meta-analysis — Nutr Hosp. 2014 Mar 1;29(3):479-90. doi: 10.3305/nh.2014.29.3.7118. [articolo in spagnolo]
  9. Toolsee NA, et al.Effectiveness of green tea in a randomized human cohort: relevance to diabetes and its complications — Biomed Res Int. 2013;2013:412379. doi: 10.1155/2013/412379. Epub 2013 Sep 12
  10. Mousavi A, et al.The effects of green tea consumption on metabolic and anthropometric indices in patients with Type 2 diabetes — J Res Med Sci. 2013 Dec;18(12):1080-6
  11. Jang HJ, et al. — Effects of the green tea polyphenol epigallocatechin-3-gallate on high-fat diet-induced insulin resistance and endothelial dysfunction — Am J Physiol Endocrinol Metab. 2013 Dec;305(12):E1444-51. doi: 10.1152/ajpendo.00434.2013. Epub 2013 Oct 22
  12. Liu CY, et al.Effects of green tea extract on insulin resistance and glucagon-like peptide 1 in patients with type 2 diabetes and lipid abnormalities: a randomized, double-blinded, and placebo-controlled trial — PLoS One. 2014 Mar 10;9(3):e91163. doi: 10.1371/journal.pone.0091163. eCollection 2014
Gli ormoni nel piatto

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Manuela Fè, Biologo Nutrizionista, sui fitoestrogeni

Gli ormoni nel piatto

La ricerca fitoterapica ha individuato la presenza, in numerose piante commestibili e non, di sostanze in grado di simulare l’azione degli estrogeni umani.

Queste sostanze, dette fitoestrogeni, sono composti fenolici del tipo flavonoidi, tra cui isoflavoni e  cumestani, e non flavonoidi tra cui i lignani.

I fitoestrogeni mostrano affinità per i recettori estrogenici tissutali dei mammiferi, grazie alla loro struttura, che risulta molto simile a quella dell’ormone umano estradiolo.

Molti studi epidemiologici correlano il consumo di cibi ricchi di fitoestrogeni con diversi effetti benefici tra cui un’azione protettiva nei confronti dei vasi sanguigni e delle malattie cardiovascolari, miglioramento dei disturbi legati alla menopausa (vampate, insonnia, irrequietezza, osteoporosi), riduzione del rischio di cancro al seno e alla prostata, protezione contro le malattie neurodegenerative.

Possiamo trovare questi composti nella frutta, nella verdura, nei cereali integrali e nei legumi, soprattutto nella soia. Essa è ricca di isoflavoni, in particolare genisteina e daidzeina e ha un’alta concentrazione di saponine con azione ipocolesterolemizzante. Ciò rende questo alimento particolarmente adatto a compensare i disturbi legati alla carenza di estrogeni nella menopausa.

In Giappone l’incidenza di questi sintomi è notevolmente più bassa e un minor numero di donne è afflitto da vampate di calore, sudorazioni notturne, irritabilità e sbalzi di umore. Sembra che la risposta vada cercata nella cucina orientale ricca di riso, verdure e soprattutto di soia. Molti studi dimostrano che questa dieta ricca di isoflavoni è associata a una maggiore densità minerale ossea riscontrata nelle donne giapponesi che sono meno soggette a fratture ossee dovute a osteoporosi.

Per la popolazione occidentale, la principale fonte di fitoestrogeni sono gli isoflavoni dei legumi (ceci, fagioli, lenticchie…), ma anche i lignani  presenti nei cereali integrali e nella maggior parte dei vegetali, con più alte concentrazioni nei semi di sesamo e di lino. Per quanto riguarda i cumestani, altra importante classe di fitoestrogeni, essi si formano soprattutto nel processo di germinazione e raggiungono concentrazioni elevate nei germogli (germogli di fagioli, germogli di cereali, eccetera), ma sono anche presenti nei cavoletti di bruxelles e nei semi di girasole. Arricchire la dieta con questi alimenti, soprattutto in certi periodi della vita, ci aiuta a ristabilire il nostro equilibrio ormonale risentendo meno degli effetti collaterali dovuti alle modificazioni fisiologiche dell’organismo.

Dottoressa Manuela Fè

Bibliografia

Speciale spezie: lo zafferano

Pubblichiamo oggi il contributo del dottor Luca Muzzioli, Biologo Nutrizionista, che ci parla di zafferano 

Zafferano

Lo zafferano deriva dal fiore della pianta Crocus sativus, appartenente alla famiglia delle iridacee. Tipicamente mediterranea, questa pianta è oggi coltivata soprattutto in Medio Oriente e in Asia: l’80% della produzione mondiale di zafferano avviene infatti in Iran. In Italia le colture più estese si trovano nelle Marche, in Abruzzo e in Sardegna.

La spezia è ricavata dagli stami del fiore di Crocus che in autunno vengono raccolti di primo mattino allo sbocciare del fiore. Gli stami sono rimossi manualmente e poi essiccati; sono necessari ben 200.000 fiori per produrre un chilogrammo di questa spezia. Questo procedimento lungo ed esclusivamente manuale ne fa la spezia più cara al mondo.

La parola zafferano proviene dal latino safranum e trova la sua origine nella parola araba za’farān (نعفرأز) che deriva dal sostantivo usato per la parola “giallo”. Fin dall’antichità lo zafferano è sempre stato considerato di elevato valore: nell’Iliade si dice che gli Dei indossavano vesti e mantelli color zafferano e questa spezia era utilizzata in numerose cerimonie religiose propiziatorie; nell’antica Roma diventò uno dei simboli del lusso, tanto che per accogliere Nerone tutte le vie di Roma ne venivano cosparse e l’Imperatore Marco Aurelio faceva il bagno soltanto in acqua profumata di zafferano cospargendo di tale spezia la casa e la sala da pranzo durante banchetti e cerimonie.

La spezia prodotta dal Crocus sativus contiene più di 150 sostanze al suo interno1. Lo zafferano è infatti molto ricco di terpeni, flavonoidi, antocianine e carotenoidi. Appartenenti a quest’ultima categoria sono la zeaxantina, il licopene ed altri alfa-beta caroteni che danno allo zafferano alcune delle sue peculiarità. Ad esempio, il colore giallo-oro che la spezia conferisce alle pietanze – e che la rende molto utilizzata nell’industria alimentare come colorante – è dovuto alla presenza di crocina; il suo caratteristico sapore amaro è derivato dalla picrocrocina mentre il suo odore è dato dalla sostanza volatile safranale2.

In cucina lo zafferano ha bisogno di essere conservato in recipienti ermetici di vetro, lontano da fonti di calore e dalla luce, al fine di preservarne le caratteristiche organolettiche e le proprietà antiossidanti. Per una preparazione culinaria si consiglia di porre i pistilli interi a bagno in poca acqua molto calda, al fine di sviluppare colore e aroma, per qualche ora prima del loro utilizzo e di aggiungere il preparato ai cibi solo nella fase terminale della cottura; di solito bastano circa cinque pistilli per persona per insaporire con poche calorie qualsiasi piatto.

Nella cucina indiana lo zafferano è un ingrediente fondamentale del curry, viene usato in Spagna nella preparazione della paella e in Sicilia è apprezzato nei classici arancini di riso e nei dolci. Essendo una spezia molto versatile può essere impiegata in piatti a base di pesce, carne, verdure e può dare un tocco insolito anche nella ricette di pasticceria.

Gli effetti benefici dello zafferano sono noti nelle culture asiatiche fin dai tempi antichi, nella medicina ayurveda era utilizzato contro i crampi, l’asma, gli spasmi bronchiali, i disordini mestruali e i disturbi epatici, anche se per molti di questi effetti la medicina moderna non ha riscontrato alcun reale beneficio. Al contrario, in dosi farmacologiche è tuttora utilizzato come antiossidante, stimolante3, afrodisiaco e come antidepressivo4. Negli ultimi anni la ricerca scientifica si è concentrata sullo zafferano per i suoi effetti come potenziante della risposta immunitaria e per la riduzione del rischio di malattie degenerative quali cancro e malattie cardiovascolari, grazie soprattutto alla sua azione antiossidante5. Difatti in numerosi studi in vitro è stato dimostrato come lo zafferano abbia un effetto citotossico selettivo sulle cellule maligne con un’inibizione dose dipendente della formazione delle colonie tumorali6,7 mentre in numerosi studi in vivo vada a inibire la velocità di crescita tumorale aumentando la durata della vita8.

Dottor Luca Muzzioli

Bibliografia:

  1. Bathaie S.Z., Mousavi S.Z. — New applications and mechanisms of action of saffron and its important ingredients.Crit. Rev. Food Sci. Nutr. 2010,50:761–786
  2. Schmidt M., et al. — Saffron in phytotherapy: Pharmacology and clinical uses. — Wien Med Wochenschr 2007,157:315–319
  3. Abe K., Saito H. — Effects of saffron extract and its constituent crocin on learning behaviour and long-term potentiation. — Phytother Res 2000,14:149–152
  4. Akhondzadeh Ss, et al. — Crocus sativus L. in the treatment of mild to moderate depression: a double-blind, randomized and placebo-controlled trial. — Phytother Res 2005,19:148–151
  5. Abdullaev F.I. — Cancer chemopreventive and tumoricidal properties of saffron (Crocus sativus L.) — Exp Biol Med 2005),227:20–25
  6. Bolhassani A., et al. — Saffron and natural carotenoids: Biochemical activities and anti-tumor effects. — Bioch. et Bioph. Acta 2014,1845:20–30
  7. Abdullaev F.I., Espinosa-Aguirre J.J. — Biomedical properties of saffron and its potential use in cancer therapy and chemoprevention trials. — Cancer Detect Prev 2004,28:426–432
  8. Das I., et al.Saffron can prevent chemically induced skin carcinogenesis in Swiss albino mice. — Asian Pac J Cancer Prev 2004,5:70–76
Prevenzione alimentare e cancro

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Sarah di Lauro che ci parla di prevenzione

Prevenzione alimentare e cancro

È ormai comprovato da numerosi studi il ruolo fondamentale che può avere l’alimentazione nella prevenzione dello sviluppo tumorale. Anche se non possono essere considerati come aspetti curativi, nutrirsi in modo sano e aderire quanto più possibile a uno stile di vita attivo rappresentano delle ottime armi per salvaguardare la nostra salute.

Si discute ampiamente su quali e quanti alimenti possano nuocere o meno, ma i gruppi alimentari da cui si può trarre maggiormente beneficio possono essere riassunti come segue.

  • cereali integrali: grazie alla cospicua presenza di fibre che riducono il carico glicemico e migliorano la sensibilità all’insulina, influenzano la produzione del fattore di crescita IGF-1 (somatomedina), i cui alti livelli ematici sembrano correlati a un aumento del rischio di cancro. Le fibre possono proteggere dal cancro del colon-retto aumentando la massa fecale e riducendo dunque il tempo di contatto delle sostanze cancerogene con la mucosa del colon. Inoltre, è stato suggerito che le fibre potrebbero influenzare i livelli e la disponibilità di ormoni stereoidei nel tumore al seno.
  • Il consumo di pesce, soprattutto quello azzurro: tramite il suo buon contenuto di acidi grassi polinsaturi omega 3, rappresenta un indicatore dietetico favorevole riguardo al rischio di sviluppare diversi tipi di tumore.
  • È auspicabile, inoltre, un maggiore consumo di carne bianca rispetto a quella rossa. Durante la cottura, inoltre, si possono produrre composti mutageni, come le amine eterocicliche, soprattutto se avviene alla griglia o su carbone. Attenzione anche agli additivi alimentari, come nitriti e nitrati, che spesso vengono usati per la conservazione della carne e il mantenimento del colore rosso.
  • Tra i condimenti è da preferirsi l’olio extravergine di oliva a crudo, grazie al suo ricco contenuto di agenti antiossidanti naturali, di acido oleico e di svariate vitamine.
  • Molto forti e ben documentati sono gli indizi circa una correlazione tra cancro e alcol; il suo eccessivo consumo può avere diversi effetti, come ad esempio una riduzione dei folati, un’alterazione della composizione dei sali biliari e un’interazione con specifici fattori (come il citocromo P450) coinvolti nella genesi tumorale. Una molecola “buona” contenuta nel vino rosso (derivante soprattutto dalla buccia dell’uva) è il resveratrolo, un polifenolo con buone proprietà anticancerogene.

È dunque ampiamente documentato come la dieta mediterranea — caratterizzata da un buon consumo di carboidrati (soprattutto integrali), legumi, carne in modeste quantità, pesce, verdura, frutta e prediligendo come principale condimento l’olio extravergine di oliva a crudo — possa aver avuto un ruolo importante nel determinare una minore incidenza di malattie cardiovascolari e nel diminuire il rischio di alcune forme neoplastiche (come il cancro al seno, al colon-retto e alla prostata).

Dottoressa Sarah di Lauro

Bibliografia:

Post-it — Prevenire i tumori mangiando con gusto
Prevenire i tumori mangiando con gusto

L’uomo, nel corso dei secoli, ha costantemente modificato le sue abitudini alimentari in base ai mutamenti sociali, politici ed economici, ai fattori climatici e ai credo religiosi. Il cibo è stato da sempre rappresentativo della cultura di un popolo e dei suoi cambiamenti, definendo il senso di appartenenza a questa o a quella comunità. La varietà di cibo messo a disposizione dalla natura ha fatto sì che ogni popolo scegliesse tra gli alimenti commestibili offerti. I popoli del Mediterraneo preferivano il consumo di orzo e farro anziché del grano, che oggi invece ha preso il sopravvento. Gli europei non consumavano insetti e si scandalizzavano o meravigliavano nel veder mangiare lumache e rane, al contrario degli africani, degli asiatici e degli americani che ne facevano invece il loro cibo carneo principale. Il consumo di ogni carne bovina era invece negato agli indù, mentre gli ebrei avevano una serie di divieti che nascevano da antiche interpretazioni igieniche della Bibbia. L’uomo va oltre ciò che mangia, dal momento che dà ai cibi forma e valore e si distingue dagli altri esseri viventi per la sua capacità di simbolizzare: il cibo rappresenta per lui lo «strumento simbolico per eccellenza». Ma allora qual è il cibo dell’uomo?

Il cibo dell’uomo dovrebbe essere un cibo naturale, non trasformato, non addizionato di sostanze estranee, più simile a quello che consumavano i nostri antenati.

Ritrovare il cibo dell’uomo, imparare a riconoscerlo, a conservarlo e cucinarlo si è rivelato utile, secondo importanti studi scientifici, per la prevenzione dei tumori.

Come suggerisce Michael Pollan nel suo aureo libretto In difesa del cibo (Adelphi, 2009): «Andiamo a fare la spesa accompagnati dalla bisnonna (la nonna potrebbe essere troppo giovane) e tutto quello che lei non riconosce come cibo non compriamolo».

Per approfondimenti:

A. Villarini, G. Allegro – Prevenire i tumori mangiando con gusto – Sperling & Kupfer, 2013

Cipolla: una regina nel regno vegetale
Cipolla — Fotografia scattata da Elisabetta Iafrate

Cipolla (Allium cepa L.) e aglio (Allium sativum L.) appartengono alla stessa famiglia, perciò molti degli studi sul meccanismo d’azione confrontano o analizzano entrambe le specie.
Entrambi hanno dimostrato di migliorare l’assorbimento di ferro e zinco presenti negli altri alimenti, per esempio i cereali, o l’assorbimento del betacarotene da carote e altri vegetali.
Rispetto all’aglio, la cipolla ha però un maggiore contenuto di flavonoidi, anche se di tipo diverso, quella gialla è uno tra i vegetali sulla nostra tavola con il più alto contenuto di flavonoli, mentre quella rossa è ricca di antocianine.
Queste sostanze, tra cui la più studiata è la quercetina, dopo essere state assorbite con il pasto, devono essere modificate dalla flora intestinale, per essere trasportate nel tessuto endoteliale, il principale sito dove esercitano attività antiossidante e antinfiammatoria. Perciò è importante la presenza di batteri in grado di trasformare i principi nutritivi in prodotti attivi per l’organismo. I dati mostrano inoltre che queste sostanze sono velocemente eliminate dall’organismo, perciò il consumo regolare di alimenti che le contengono è indispensabile per godere della loro efficacia e solo in particolari casi vengono accumulate.

La quercetina è stata molto studiata sia in vitro sia negli animali, per capire il meccanismo con cui agisce: ha una potente attività antiossidante, sia nel fegato sia a livello dell’endotelio, inibisce l’attività dell’enzima che converte l’angiotensina (ACE) e migliora la funzionalità dell’endotelio vascolare, favorendo il rilassamento delle pareti venose e arteriose, aiutando quindi il controllo della pressione nei soggetti ipertesi.

Inoltre, evitando l’ossidazione delle LDL (Low Density Lipoprotein), previene un passaggio chiave nello sviluppo della malattia aterosclerotica.

Alcuni flavonoli infine intervengono su metabolismi che hanno come bersaglio naturale neurotrasmettitori e ormoni coinvolti in malattie neurodegenerative e tumori ormono-dipendenti.

La quercetina inoltre interagisce con i composti solforati, che prendono il nome dallo zolfo nella loro struttura chimica, o organosolfuri anch’essi dotati di proprietà antiaggregante. Queste molecole, oltre a determinarne l’aroma, hanno un ruolo decisivo per l’effetto antitumorale e antiossidante. Si pensa che sia dovuto alla capacità di modulare l’attività di enzimi epatici in grado di eliminare le sostanze cancerogene introdotte nell’organismo o di inibire l’interazione con il DNA di agenti cancerogeni, ma anche di intervenire direttamente sulle cellule tumorali inducendone l’apoptosi (morte cellulare programmata). Spesso sono però estremamente volatili, perciò difficili da identificare.

Gli studi stanno proseguendo per isolare le molecole attive, anche se l’impressione generale che emerge da tutti questi dati è che sia il complesso delle sostanze presenti nella cipolla a renderla così importante per la salute umana. Infatti, con la sua capacità di interazione con altri principi attivi provenienti dal regno vegetale e potenziarne l’attività sull’uomo, si può davvero definire una regina.

Fonti:

Post-it — Come non essere mio paziente
Come non essere mio paziente

Il dottor Edward Creagan è un oncologo, professore presso la Mayo Clinic Medical School.

Nel suo libro, pubblicato in Italia con il titolo Come non essere mio paziente in oltre 400 pagine descrive tutti gli aspetti che possono prevenire il cancro, secondo lo slogan «Un grammo di prevenzione varrà sempre un chilo di cure». Perciò ci parla di stile di vita, di gestione dello stress, di rapporti con i medici, di analisi cliniche, di terapie e, ovviamente, di alimentazione.

Forse è tempo che ci concentriamo un po’ meno sulle diete e i dimagrimenti e un po’ più sul cambiamento stabile di comportamento riguardo al mangiar sano. Un controllo efficace del peso verrà di conseguenza.

Abbiamo tutti visto (e forse provato) le diffusissime diete a effetto rapido. Detto per inciso, tutte le diete funzionano. Ma qual è la loro conclusione logica? Che vi affamate, vi sentite denutriti e continuate a perdere peso, finché non pesate più nulla? Mantenere il peso forma (il vostro, non quello di una modella o di una stella del cinema) significa impegnarsi a mangiare in modo sano per tutta la vita, non a periodi alterni.

Per approfondimenti:

E.T. Creagan — Come non essere mio paziente — Cantagalli, 2005

Peperoncino: una spezia tutta da scoprire! (parte II)

Pubblichiamo oggi la seconda parte del contributo della dottoressa Monica Trecroci sul peperoncino

Peperoncino calabrese

Nel primo articolo abbiamo visto la storia affascinante che conduce il peperoncino sulle nostre tavole e la sua grande versatilità nel crescere in ogni situazione. Ma il peperoncino non è solo questo. Il fuoco che scalda molti piatti della nostra tavola è un autentico concentrato di benefiche proprietà. Questo grazie alla sua composizione: oltre a essere ipocalorico, come abbiamo descritto, è ricco di vitamine soprattutto A, C, E, PP e sali minerali anche se ciò che lo rende davvero speciale dal punto di vista delle proprietà è senza dubbio la presenza del componente bioattivo capsaicina.

Il contenuto di vitamina C gli conferisce attività antiossidante, immunostimolante e il suo uso è utile nell’alleviare la sintomatologia a carico delle mucose in caso di raffreddore, sinusiti e bronchiti.

L’attività antiossidante è mediata anche dai carotenoidi, che contribuiscono a combattere i radicali liberi e i processi di invecchiamento cellulare.

Il peperoncino è utile nella prevenzione dell’infarto e delle malattie cardiovascolari. L’uso costante di piccole quantità, infatti, contribuisce a diminuire i livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue1 grazie agli acidi grassi polinsaturi contenuti nei semi. Agisce da vasodilatatore aiutando il lavoro di arterie, capillari e cuore; la capsaicina migliora la circolazione sanguigna e agisce da antiaggregante lavorando in sinergia con la vitamina PP e la vitamina E che, rispettivamente, conferiscono elasticità ai capillari e migliorano l’ossigenazione del sangue. Inoltre, essendo il peperoncino una spezia in grado di insaporire i piatti più vari, consente un importante risparmio dell’utilizzo di sale per conferire sapore con notevoli benefici per coloro che sono affetti da ipertensione. Ha attività fibrinolitica per cui diminuisce il rischio di formazione di trombi.

La capsaicina è utile anche nei soggetti diabetici per abbassare la glicemia poiché migliora l’azione dell’insulina2.

Il peperoncino, grazie alla capsaicina, sembra avere proprietà anticancerogene in vitro, su cellule cancerose prostatiche3. L’inibizione della crescita è dose dipendente (al crescere della dose impiegata aumenta l’effetto inibente) e si realizza attraverso induzione dell’apoptosi o morte cellulare programmata.

La capsaicina favorisce la digestione, aumenta la secrezione acida gastrica4 e protegge lo stomaco aumentando la produzione di muco. In alcune regioni del Sud Italia viene preparato un infuso digestivo a base di peperoncino, camomilla e miele.

Il peperoncino si è dimostrato essere un alleato nella perdita di peso. La capsaicina potrebbe agire come stimolatore del metabolismo basale, il consumo calorico stimato da un uso quotidiano di peperoncino è di 50 Kcal al giorno e diminuisce l’appetito5.

Da sempre considerato, forse per il suo sapore piccante, un alimento afrodisiaco, il peperoncino è spesso associato nell’accezione comune alla sfera sessuale. A onor del vero è ricco di vitamina E, la vitamina che agisce sul trofismo degli spermatozoi; e a livello intestinale libera VIP (Vasoactive Intestinal Polypeptide), che provoca vasodilatazione e aumento della circolazione sanguigna a livello periferico. La capsaicina applicata a livello locale determina liberazione di ossido nitrico, cosa che normalmente accade a livello periferico dopo assunzione di farmaci per la disfunzione erettile. Tuttavia, non esiste al momento una valida conferma scientifica che metta in relazione peperoncino ed eros.

Anche l’industria cosmetica usa il peperoncino per la preparazione di saponi e creme ad azione antibatterica e per la detersione della cute. Sembra avere un effetto positivo nel trattamento della cellulite per l’azione di stimolo sulla circolazione sanguigna.

Ma il peperoncino è indicato per tutti?

Per la verità non ci sono controindicazioni significative all’uso di peperoncino, piuttosto delle limitazioni in presenza di acidità di stomaco, ulcera e in dosi troppo elevate potrebbe irritare la mucosa intestinale.

Dottoressa Monica Trecroci

Fonti:

  1. Srinivasan K. — Dietary spices as beneficial modulators of lipid profile in conditions of metabolic disorders and diseases — Food Funct. 2013 Jan 31
  2. Okumura T, et al. — Effect of caffeine and capsaicin on the blood glucose levels of obese/diabetic KK-A(y) mice — J Oleo Sci. 2012;61(9):515-23
  3. Díaz-Laviada I — Effect of capsaicin on prostate cancer cells — Future Oncol. 2010 Oct;6(10):1545-50. doi: 10.2217/fon.10.117
  4. Imatake K, et al. — The effect and mechanism of action of capsaicin on gastric acid output — J Gastroenterol. 2009;44(5):396-404. doi: 10.1007/s00535-009-0018-x
  5. Whiting S, et al. — Capsaicinoids and capsinoids. A potential role for weight management? A systematic review of the evidence — Appetite. 2012 Oct;59(2):341-8. doi: 10.1016/j.appet.2012.05.015
Carne rossa e tumore, quale correlazione?
Carni rosse

Quanti hanno una risposta alla domanda posta nel titolo? Probabilmente già molti sanno che le carni rosse, così come i salumi, gli insaccati e le altre carni processate sono da limitare. Ma proprio le indicazioni nutrizionali più consolidate, hanno bisogno anche dei perché, per essere maggiormente rafforzate e seguite.

Iniziamo con il dare una definizione univoca di carni rosse.

Le carni vengono generalmente distinte in bianche, rosse e nere, a seconda del colore che assumono dopo la macellazione, della tipologia e dell’età degli animali da cui derivano.

Le carni rosse si ottengono da animali da macello come bovini, ovini e caprini. Le carni bianche si ottengono da animali da cortile. Le carni nere, che derivano da cacciagione come cervi, volatili e cinghiali, sono sempre carni rosse, ma caratterizzate da una colorazione particolarmente intensa. In realtà le carni bianche comprendono anche animali giovani che in età adulta sono classificati come carne rossa, quali ad esempio agnello, vitello e capretto. La carne di maiale, in relazione al colore, è da considerarsi bianca.

Le carni rosse, a differenza delle bianche, sono più ricche di mioglobina, una proteina di forma globulare contenente ferro e che trasporta l’ossigeno nei tessuti muscolari. Più il muscolo è attivo, maturo, sviluppato e più è alto il contenuto di mioglobina, più il colore della carne è rosso.

Molti studi epidemiologici hanno riportato una significativa associazione tra consumo di carni processate (come pancetta, würstel, salsiccia, salame e affettati in genere) e di carni rosse, e un’incrementata incidenza di cancro del colon. Al momento si stima che per ogni 100 g di carne rossa o 50 g di carne processata consumata quotidianamente, la probabilità di sviluppare cancro del colon aumenti del 15-20%.

Le carni rosse, sia per la tipica consistenza che le espone a cotture più prolungate e più invasive sia per il maggior contenuto di grassi [NdA], possono contenere rispetto alle carni bianche una maggiore concentrazione di mutageni, sostanze in grado di danneggiare irreversibilmente il nostro patrimonio genetico (ammine eterocicliche, idrocarburi policiclici aromatici), che vengono prodotti proprio durante la cottura delle carni ad alte temperature.

È stato anche ipotizzato che il maggior contenuto di grassi nelle carni rosse possa favorire la concentrazione di acidi biliari secondari, ovvero quelli elaborati dalla flora batterica intestinale, favorenti anch’essi la cancerogenesi.

La questione delle carni processate è diversa. I nitriti, i nitrati e il sale in esse contenuti causano la formazione di nitrosammine, anch’esse sostanze mutagene.

Lo stesso ferro contenuto dalla mioglobina delle carni rosse può promuovere la formazione di nitrosammine, nonché agire come generatore di radicali liberi in grado di danneggiare il DNA.

Sulla base di queste considerazioni, non è utile solo limitare le carni a un paio di volte a settimana, ma anche prestare attenzione a piccoli, ma importantissimi accorgimenti, quali:

  • lavare la carne rossa sotto acqua corrente prima della cottura, per rimuovere il sangue residuale e l’emoglobina, proteina in esso contenuta e contenente ferro;
  • dopo la cottura, lasciare riposare la carne prima di servire, in questo modo la pietanza si riprende dallo shock termico, e continua a far fuoriuscire gli ultimi residui di emoglobina, che dovrebbero essere lasciati nel piatto;
  • porre attenzione alla modalità di cottura della carne scegliendo metodi meno invasivi quali la brasatura, la bollitura, la cottura al microonde e la cottura al forno, piuttosto che la frittura spinta, la cottura alla griglia o il barbecue;
  • preparare la carne prima di cuocerla con erbe e spezie, in modo da attenuare i fenomeni ossidativi e la formazione di radicali liberi.

Fonti:

Giù le mani dalla melanzana!

Sarà per il colore funereo o per il retrogusto amaro, la melanzana è spesso vittima di discriminazioni che sfociano talvolta nel pregiudizio. Ipercalorica, tossica, addirittura mortale, di questo ortaggio è stato detto di tutto. Dove è la verità? Cerchiamo di fare chiarezza.

La melanzana Solanum melanogena, della famiglia delle Solanacee come le patate e i pomodori, è un ortaggio originario dell’India, conosciuto in Asia da più di 2500 anni. In seguito si è diffusa nei paesi del Medio Oriente, per giungere in Europa agli inizi del 1400 grazie agli Arabi. La ghettizzazione della melanzana a ortaggio di seconda classe è avvenuta da subito in Europa quando è stata accusata addirittura di portare alla pazzia e per questo chiamata “mela insana”1,2.

Le melanzane in realtà sono un vegetale di tutto rispetto in quanto a caratteristiche nutrizionali.

In 100 g di prodotto sono contenuti:

  • acqua 92,6 g
  • proteine 1,2 g
  • lipidi 0,2 g
  • carboidrati 2,5 g
  • fibre 2,8 g
  • tra i sali minerali (0,5 g) spicca il contenuto di
    • potassio 205 mg
    • fosforo 20 mg
    • magnesio 13 mg
  • quasi tutte le vitamine del gruppo B, tra cui
    • nicotinammide o B3 600 µg
    • acido pantotenico o B5 230 µg
  • vitamina K 500 ng
  • carotenoidi 45 µg

Hanno un contenuto calorico irrisorio (18 Kcal/100 g) e possono essere mangiate a cuor leggero, a differenza di quanto si pensi, a patto che non si farciscano di condimento3.
In fondo perché condirle oltremodo? La melanzana è buona anche leggermente scottata e con un filo di olio.

Per l’acqua e i micronutrienti in essa contenuti la melanzana è reidratante, remineralizzante e diuretica, soprattutto nelle preparazioni che mantengono il prodotto ben idratato come la cottura in umido in padella con poca acqua e con l’eventuale aggiunta di altri vegetali quali peperoni, cipolle e basilico.

Il tipico colore viola intenso della buccia è dovuto alla presenza di antocianine, dei pigmenti appartenenti all’ampia famiglia dei polifenoli, idrosolubili con documentata e spiccata azione antiossidante. Uno studio pubblicato sulla rivista Food and chemical toxicology, dimostra che un estratto di antocianine ricavato dalle melanzane è in grado di proteggere delle cavie dall’azione mutagena del farmaco ciclofosfamide. Lo stesso studio scagiona  l’estratto di buccia di melanzana dalla azione di genotossicità o mutagenicità. Quindi le melanzane non sono in alcun modo in grado di danneggiare il DNA, al contrario svolgono un ruolo di protezione sul nostro patrimonio genetico4. Diversi studi ne dimostrano il ruolo nella prevenzione tumorale primaria. Un estratto di antocianidine di melanzane è in grado, in vitro, di bloccare la replicazione di cellule tumorali quali il fibrosarcoma umano4,5.

La varietà più nota è la melanzana viola scuro, di forma allungata e simile a una grossa pera. Per le persone intolleranti all’eccesso di fibre e con colon irritabile è preferibile assumere la varietà più chiara, definita categoria orientale, di forma tondeggiante, la cui caratteristica è una maggiore digeribilità dei tessuti di rivestimento che appaiono più teneri e sottili2. In questo modo si possono continuare a consumare le melanzane con la buccia e beneficiare degli antociani. Per attenuare la consistenza coriacea dei rivestimenti si consiglia di consumare l’ortaggio seguendone la stagionalità, quindi nei mesi che vanno da maggio a ottobre.

Grazie alla fibra e agli steroli vegetali le melanzane limitano l’assorbimento di colesterolo introdotto con l’alimentazione. Uno studio pubblicato sulla rivista American Journal of Clinical Nutrition ne dimostra il ruolo significativo nella prevenzione primaria delle ipercolesterolemie alimentari, all’interno di una dieta povera di colesterolo e ricca di fitosteroli e in confronto al trattamento farmacologico a base di statine6.

È noto che la melanzana si consumi solamente cotta, ma è vero quel che si legge spesso sul web che questo ortaggio crudo sia tossico? Le proprietà degli antociani si perdono in cottura? Di questo e di altro ancora tornerò a parlare domani. Vi aspetto.

Fonti:

  1. R. Pellati — Tutti i cibi dalla “A” alla “Z”. La verità su ciò che mangiamo — Mondadori, 2009
  2. Autori vari — 1000 consigli per mangiar sano. Il grande libro degli alimenti — Touring Club Italiano, 2008
  3. Souci, Fachmann, Kraut — Tabelle complete degli alimenti — Mattioli 1885, 2009
  4. Azevedo L, et al. — Differential response related to genotoxicity between eggplant (Solanum melanogena) skin aqueous extract and its main purified anthocyanin (delphinidin) in vivo — Food Chem Toxicol. 2007 May;45(5):852-8
  5. Nagase H, et al.Inhibitory effect of delphinidin from Solanum melongena on human fibrosarcoma HT-1080 invasiveness in vitro — Planta Med. 1998 Apr;64(3):216-9
  6. Jenkins DJ, et al.Direct comparison of a dietary portfolio of cholesterol-lowering foods with a statin in hypercholesterolemic participants — Am J Clin Nutr. 2005 Feb;81(2):380-7
Fibre alimentari e tumore: un possibile aiuto contro la fatica cronica

Le diete ricche in fibre alimentari possono attenuare i sintomi di astenia e stanchezza che caratterizzano la fase post-tumorale. Così sostiene un recente studio effettuato su donne sopravvissute al carcinoma mammario.

Gli autori hanno osservato che i sintomi tipici della fatica cronica correlavano positivamente con la percentuale delle calorie giornaliere derivate dai grassi e inversamente con il consumo giornaliero di fibre e carboidrati. I livelli di fatica erano mediamente più elevati nelle partecipanti che assumevano meno di 25 g al giorno di fibre, ossia al di sotto del livello raccomandato di introduzione pari a 30 g/die per i soggetti adulti. Questa associazione sembra inoltre indipendente dai livelli di attività fisica e dalla composizione corporea.

Un consumo adeguato di fibra alimentare, possibile con una dieta ricca di cereali integrali, frutta e verdura, e una riduzione del consumo di grassi, è inoltre associato a una significativa riduzione del rischio di contrarre neoplasie al grosso intestino.

I meccanismi d’azione con cui la fibra può esercitare un’attività protettiva sono molteplici e sinergici tra loro; ad esempio determina un aumento della massa fecale e una velocizzazione del transito e ciò riduce la concentrazione di sostanze potenzialmente cancerogene e il loro tempo di contatto con la mucosa intestinale.

Ma come ideare un menù tutta fibra? Ecco una giornata tipo capace di coprire il fabbisogno quotidiano di fibra:

  • Colazione: una tazza di latte con 40 g di muesli
  • Spuntino: una coppa di fragole da 200 g
  • Pranzo: 100 g di riso integrale con 60 g di piselli
  • Merenda: una coppa di lamponi da 150 g
  • Cena: un piatto di roast beef con un panino integrale e 50 g di lattuga

Fonte:

Guest DD, et al.Diet components associated with perceived fatigue in breast cancer survivors — Eur J Cancer Care (Engl). 2012 Jun 5. doi: 10.1111/j.1365-2354.2012.01368.x

Le erbe aromatiche: l’origano

L’origano (Origanum vulgare), appartiene alla famiglia delle Laminacee e Labiate. L’origano annovera circa 35 specie perenni. L’altra specie più comune dell’origano è la maggiorana (Origanum majorana) e si differenzia dal primo sia perché nelle nostre regioni è molto raro trovarla allo stato selvatico sia per le infiorescenze, e sia per il profumo più delicato che emana.

Il termine origano deriva dal greco oros “monte” e ganos “splendore”. Originario dell’Europa e dell’Asia centrale, è una pianta spontanea che nasce in montagna e nelle regioni meridionali.

Conosciuto e apprezzato da tempo immemorabile, già all’epoca degli antichi Egizi.
Citato dal filosofo Teofasto (371-287 a.C.) nella sua Historia Plantarum, l’origano veniva utilizzato nell’antica Grecia per preparare ghirlande con cui venivano incoronati gli sposi e per propiziare la pace agli spiriti dei trapassati piantandolo sulle loro tombe.

Uso in cucina
Erba aromatica utilizzata come condimento: le foglie e i fiori servono a dare odore a formaggi, insalate, minestre, minestroni, zuppe, piatti di patate e zucchine, carni alla pizzaiola, pesce, zuppe di pesce, pomodori farciti, salse di vario genere e rappresenta un insostituibile ingrediente della pizza napoletana. Viene inoltre utilizzata per preservare il brodo.
Le foglie si utilizzano fresche o essiccate. Le sommità fiorite si impiegano fresche o si fanno essiccare, in mazzi appesi all’ingiù, in locali ben aerati al riparo dal sole.
L’origano entra nella composizione di liquori digestivi.

Principi attivi
L’olio essenziale dell’origano viene ricavato dalle foglie e contiene principalmente fenoli (timolo, carvacrolo, carnosolo), principi amari, acido tannico e resine, acido vanillico.

Benefici
L’origano, come altre erbe aromatiche molto rappresentate nella cucina mediterranea (rosmarino, salvia, timo, salvia, prezzemolo), contiene un particolare olio essenziale, il carnosolo, con dimostrate proprietà antitumorali in numerose neoplasie sia solide che ematologiche. Il carnosolo, inoltre, svolge un’attività di regolazione delle proteine che regolano l’apoptosi (morte cellulare programmata).

Curiosità
Secondo la leggenda, la scoperta delle proprietà medicamentose dell’origano si deve alla cicogna, che usava cibarsene dopo aver ingerito cibi tossici. Non è un caso se la Facoltà di Medicina di Parigi reca nel suo stemma proprio l’immagine di tre cicogne d’argento ciascuna con un rametto di origano nel becco.

Fonte:

Johnson JJ — Carnosol: a promising anti-cancer and anti-inflammatory agent — Cancer Lett. 2011 Jun 1;305(1):1-7. Epub 2011 Mar 5

Le spezie mediterranee: il rosmarino

«Dio ha creato l’alimento, il Diavolo il condimento».
James Joyce — Ulisse — 1922

Simbolo dell’amicizia, della fedeltà e del ricordo, in certe nazioni il rosmarino viene tradizionalmente portato nei funerali o indossato dalla sposa al matrimonio. Nell’antica Grecia chi doveva sostenere un esame indossava una ghirlanda di rosmarino, per migliorare la memoria e la concentrazione.

Il rosmarino (Rosmarinus officinalis) è un arbusto sempreverde della macchia mediterranea, alto fino a due metri, con fusto legnoso e ramificato, appartenete alla famiglia delle Labiate (o Laminacee)Rusmariosmarisgulmarinramerino o zipiri, sono i tanti modi di chiamare il rosmarino, il cui nome deriva dal latino ros, rugiada, e mare, rugiada del mare, per il colore dei suoi fiori che ricordano l’azzurro del mare e per il fatto che cresce spontaneo lungo le coste vicino al mare.

Le foglie e i rametti si utilizzano freschi oppure, raccolti in primavera-estate, si lasciano seccare all’ombra.

Uso in Cucina

Nella cucina mediterranea il rosmarino è uno degli aromi maggiormente apprezzati. Viene utilizzato per carni arrosto (a tale scopo si possono usare sia le foglie fresche sminuzzate sia le foglie essiccate), soffritti, patate, minestre di legumi e per farcire il pesce cotto al forno o alla brace. Foglie di rosmarino si possono distribuire anche su patate a spicchi, pani e focacce prima di infornarli e si possono usare per saporire sughi di pomodoro e verdure saltate.

I ricercatori della Kansas State University, sostengono che l’aggiunta di tre spezie, e del rosmarino in particolare, alla carne cucinata alla griglia, riesce a prevenire fino al 40% la formazione di sostanze potenzialmente cancerogene, le amine eterocicliche.

Principi attivi

Il rosmarino presenta foglie molto profumate, ciò e dovuto all’elevata presenza di oli essenziali (carnosoloacido carnosicoacido ursolicoacido rosmarinico).

Benefici

Numerosi studi recenti hanno dimostrato che il carnosolo, sostanza fitochimica presente nel rosmarino, ha importanti proprietà anticancro, in quanto risulta essere in grado sia di aggredire direttamente le cellule tumorali (apoptosi) sia di impedire l’angiogenesi, cioè la formazione dei vasi sanguigni sfruttati dai tumori per la loro crescita.

Fonti: