Oggi è la Giornata Mondiale del Rene
Giornata Mondiale del ReneLocandina Giornata Mondiale del Rene 2013 - SIN

Oggi è la Giornata Mondiale del Rene. Questo evento ha lo scopo di ribadire il ruolo fondamentale di tale organo e di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di diagnosticare precocemente le malattie renali. Spesso, infatti, i reni si ammalano in modo silenzioso e ancora oggi troppe persone devono ricorrere alla dialisi o al trapianto (solo in Italia si stimano 50.000 pazienti in trattamento dialitico cronico, di cui oltre il 70% sono diabetici e/o ipertesi); fondamentale è la diagnosi precoce in modo da prevenire l’evoluzione e le complicanze della malattia renale.

I primi passi sono semplici, basta un’analisi delle urine e il dosaggio delle creatinina nel sangue, oltre a un controllo regolare della pressione arteriosa; il medico potrà così stabilire se sono necessarie ulteriori indagini.

Ancora più importante è la prevenzione attraverso uno stile di vita sano, che aiuti a ridurre il più possibile malattie come il diabete, l’ipertensione, l’obesità e l’abuso di farmaci antiinfiammatori.

Affinché l’informazione sia il più capillare possibile, moltissime strutture apriranno le porte organizzando incontri e offrendo visite e alcuni esami gratuiti. Per saperne di più è possibile visitare la pagina della Società Italiana di Nefrologia.

Per approfondimenti:

SIN - Società Italiana di Nefrologia

Calcoli renali

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Livia Diotallevi sui calcoli renali

I calcoli renali si formano in seguito a precipitazione di soluti nelle urine con formazione di sali che aggregandosi formano prima dei cristalli e poi i calcoli.
Normalmente sono presenti nell’urina delle sostanze che impediscono la formazione di cristalli: il citrato, il magnesio e i pirofosfati. Livelli bassi di questi inibitori (di cui il citrato è il più importante) possono contribuire alla formazione di calcoli nel rene.
Si possono distinguere diversi tipi di calcoli a seconda della loro composizione chimica:

  1. Calcarei, sono i più diffusi e sono formati da ossalato di calcio o da fosfato di calcio
  2. Urici formati da acido urico
  3. Misti formati da ossalato di calcio, fosfato di calcio e acido urico
  4. Cistinici formati da cistina
  5. Calcoli di struvite o infettivi dovuti a infezione delle vie urinarie

Tra i fattori che possono favorire la formazione di calcoli ci sono senza dubbio:

  • la scarsa idratazione: la diminuzione di liquidi determina un minor flusso di urine e facilita la precipitazione dei sali);
  • dieta inadeguata;
  • acidità delle urine;
  • familiarità;
  • etnia (le razze caucasica e asiatica sono più predisposte);
  • età: i calcoli compaiono maggiormente nei soggetti la cui età è compresa tra i 20 e i 40 anni;
  • sesso: gli uomini sono più colpiti delle donne.

La dieta riveste un ruolo fondamentale nella prevenzione della formazione dei calcoli, almeno per i calcoli calcarei e urici. I calcoli cistinici si formano per un disordine genetico mentre quelli di struvite (un fosfato idrato di ammonio e magnesio) in seguito a infezioni delle vie urinarie: in questi due casi la dieta non ha effetto sulla formazione dei calcoli.
Concentreremo la nostra attenzione, quindi, solo sui primi tipi di calcoli.

Calcoli calcarei

Possono essere di ossalato di calcio o di fosfato di calcio.

I calcoli di ossalato di calcio sono tra i più comuni e si formano quando le urine hanno un pH basso (urine acide). L’ossalato introdotto con la dieta gioca un ruolo importante nella formazione di questi calcoli ed è necessario limitare il consumo di cibi che ne contengono molto come spinaci, barbabietole rosse, porri, rabarbaro, sedano, melanzane, succo di arancia, tè nero, noccioline e fichi secchi, cioccolata, crusca. Per quanto riguarda, invece, l’apporto del calcio con gli alimenti è da sfatare l’idea che favorisca la formazione dei calcoli: non è così, anzi il calcio introdotto con il cibo si lega con gli ossalati nel tratto per formare il complesso calcio-ossalato che non viene assorbito ed è eliminato con le feci. In questo modo il calcio impedisce all’ossalato di essere assorbito a livello intestinale, entrare in circolo, raggiungere le vie urinarie e formare i calcoli. Un adeguato apporto di calcio serve poi per mantenere la giusta densità ossea. Il citrato è un inibitore naturale della formazione di calcoli e il succo di limone ne è un’ottima fonte: ecco perché, per chi soffre di calcoli di ossalato di calcio, si consiglia di aggiungere succo di limone all’acqua.

È importante in cucina limitare l’uso del sale che favorisce la formazione di nuovi calcoli: si può sostituire con le spezie che insaporiscono i cibi in modo sicuro.

I calcoli di fosfato di calcio: quelli puri sono rari e correlati di solito a determinati disordini metabolici come l’iperparatiroidismo l’acidosi tubulare renale distale. Più spesso si trovano i calcoli di fosfato di calcio con quelli di ossalato di calcio. I calcoli di fosfato di calcio si formano quando il pH delle urine è alto (urine basiche) e spesso è presente una condizione di ipocitraturia (diminuita escrezione di citrato nell’urina), e il citrato è noto per essere un inibitore della formazione di calcoli. Alcuni accorgimenti alimentari come una dieta con poco sale e proteine animali, molte fibre, molta acqua e un’integrazione con preparati a base di citrato di potassio e magnesio possono aiutare nel limitare la formazione dei calcoli.

Calcoli urici

Sono costituiti da acido urico e si formano facilmente quando si segue una dieta particolarmente ricca in proteine animali. Dunque per il trattamento della calcolosi di acido urico, prima di tutto è necessario correggere la propria alimentazione: ridurre drasticamente l’apporto di proteine animali (acciughe, aringhe, interiora, agnello, cacciagione, salumi, eccetera), aumentare il consumo di frutta e verdura e, nel caso, seguire una terapia medica con allopurinolo e citrati.

In tutti i casi di calcolosi il rimedio più importante è soprattutto quello di bere liquidi in abbondante quantità, almeno 2 l di acqua al giorno (terapia idropinica) e anche un’assunzione quotidiana di citrato di potassio e magnesio può essere di aiuto nella prevenzione della calcolosi renale.

Dottoressa Livia Diotallevi

Bibliografia:

  • European Association of Urology Guidelines, Urolithiasis
  • Douglas M. Anderson; A. Elliot Michelle, Mosby’s medical, nursing, & Allied Health Dictionary sesta edizione, New York, Piccin, 2004.
Acqua: quanta e quale?

Nell’uomo l’acqua costituisce il 60-65% del peso corporeo. Questo valore rappresenta una media tra il 75% di idratazione del tessuto muscolare e il 10% del tessuto adiposo. Nelle donne la quantità di acqua corporea è sensibilmente minore, in seguito alla maggior percentuale di massa grassa.

È quindi normale che un atleta, avendo una massa magra particolarmente sviluppata, abbia anche un contenuto idrico totale maggiore rispetto a un soggetto normale. Appare dunque logico che anche una perdita corretta di peso (a carico del grasso corporeo) sia più lenta rispetto a quella associata a scriteriate diete ipocaloriche che determinano perdita di preziosa massa magra accompagnata da una cospicua quantità di acqua corporea (si perdono 3 g di acqua tissutale per ogni grammo di proteine).

Ma dove si trova tutta quest’acqua? Per la maggior parte, circa 2/3, si trova all’interno delle cellule mentre il terzo restante si trova nel comparto extracellulare (liquido interstiziale, sangue, linfa, liquido transcellulare — rappresentato dalle secrezioni come i succhi digestivi, il fluido intraoculare, il liquido cerebrospinale, il liquido sinoviale, ecc.).

È vero che l’acqua viene prodotta nel corso dell’ossidazione dei nutrienti energetici, ma tale quantità non è sufficiente a coprire il fabbisogno giornaliero ed è pertanto un nutriente necessario.

Le sue funzioni sono tantissime:

  • è il solvente di in cui avvengono le reazioni metaboliche
  • è una fonte di sali minerali
  • è il costituente principale delle cellule e ne regola il volume
  • regola la temperatura corporea
  • permette il trasporto dei nutrienti e delle scorie
  • ha una funzione lubrificante a livello del tubo digerente, permettendo la progressione del bolo, e a livello delle giunzioni articolari (liquido sinoviale).

Una perdita anche solo del 5-6% dell’acqua corporea produce seri squilibri e andando oltre il 7% può sopraggiungere il coma e la morte che avviene essenzialmente per due motivi:

  • perché si ha una riduzione del volume plasmatico, che comporta una ridotta ossigenazione dei tessuti
  • perché aumenta la temperatura corporea in seguito all’alterazione del meccanismo di termoregolazione per il quale l’acqua è indispensabile.

Così come è pericolosa la disidratazione, lo è anche l’iperidratazione che può verificarsi nei seguenti casi:

  • per eccessiva assunzione di liquidi da parte di persone nefropatiche
  • a seguito di disturbi psichiatrici
  • per eccessiva introduzione o ridotta escrezione di sodio.

Le conseguenze sono altrettanto gravi in quanto si può avere nausea, vomito, ipertensione, disturbi del sistema nervoso centrale fino al coma e alla morte.

Ma a quanto ammonta il nostro fabbisogno idrico? Bisogna dire che questo valore è influenzato da vari fattori come l’alimentazione, la temperatura ambientale e l’attività fisica. Le RDA (Recommended Dietary Allowance) sono 1,0 ml/kcal per l’adulto e 1,5 ml/kcal per il bambino (corrispondente al rapporto acqua/energia del latte materno). La quota maggiore assegnata all’infanzia è giustificata dal fatto che:

  • il neonato ha una maggiore percentuale di acqua corporea (77% che si abbassa progressivamente a valori simili a quelli dell’adulto con la pubertà, momento in cui si manifesta anche la differenza di idratazione riscontrata nei due sessi)
  • nel primo periodo di vita vi è una minor capacità del rene di eliminare il carico di soluti
  • vi è un maggiore rapporto superficie/volume che espone i bambini piccoli a un rischio più alto di disidratazione
  • il turnover giornaliero dell’acqua corporea è più veloce: nell’adulto è pari al 4% del peso corporeo, mentre nei primi mesi di vita può arrivare anche al 15%.

Si assiste inoltre a un maggior fabbisogno anche durante la gravidanza, l’allattamento e alcuni stati patologici (febbre, vomito, diarrea).

Le entrate idriche sono rappresentate essenzialmente da tre componenti:

  1. 500-900 ml sono introdotti con gli alimenti (il contenuto di acqua nei cibi solidi varia dallo 0% per lo zucchero e l’olio, all’80% per la frutta e il latte)
  2. 800-1500 ml sono assunti con le bevande; gli alcolici, il caffè e le bibite tipo cola non sono buoni sostituti dell’acqua in quanto alcol e caffeina favoriscono le predite idriche (in particolare l’etanolo inibisce l’azione dell’ormone ADH)
  3. 300 ml sono costituiti dall’acqua endogena prodotta dal metabolismo. Un grammo di carboidrati produce 0,6 g di acqua, un grammo di proteine ne produce 0,4 g e da un grammo di lipidi ne derivano 1,1 g.

L’acqua assunta con i cibi e le bevande viene assorbita maggiormente, per il 70-80%, a livello dell’intestino tenue e in minor misura nel colon.

Le uscite invece sono rappresentate da:

  1. la perspiratio insensibilis (600-1000 ml al giorno) ossia il vapore acqueo perso con l’aria espirata e con l’evaporazione attraverso la cute che varia in base alle condizioni ambientali (un aumento di 7° C, da 24 a 31, raddoppia la quota persa con la perspirazione), al metabolismo basale, alla temperatura corporea (un aumento di soli 2° C comporta un aumento dell’evaporazione del 50%), al vestiario, ecc.
  2. le feci; soli 100-150 ml al giorno grazie all’efficiente riassorbimento di liquidi contro gradiente di concentrazione che avviene nel colon
  3. il sudore
  4. le urine; il volume medio è di circa 1300 ml al giorno (500-600 ml sono la quota minima richiesta per eliminare le scorie metaboliche).

Le prime tre componenti sono perdite extrarenali obbligatorie e non dipendono dall’assunzione di acqua, mentre le perdite renali possono essere entro certi limiti regolate mediante l’eliminazione di urine più o meno concentrate.

Il mantenimento del bilancio idrico avviene attraverso due meccanismi principali: il senso della sete e l’emuntorio renale.

Ma quando abbiamo sete? I segnali sono molti e diversi: influisce la distensione dello stomaco, la secchezza della bocca e la gittata cardiaca. Il centro della sete è localizzato nell’ipotalamo e ha il delicato compito di integrare i diversi tipi di segnali mediante il monitoraggio continuo dell’osmolarità dei liquidi extracellulari. Lo stesso ipotalamo produce l’ormone peptidico ADH (ormone antidiuretico o vasopressina) che limita le perdite idriche attraverso un maggiore riassorbimento di acqua a livello dei tubuli distali e dei dotti collettori e la formazione di urina ipertonica (più concentrata).

In definitiva quando il centro della sete percepisce una tendenza alla disidratazione determina un risparmio di acqua persa con le urine e ci spinge a bere attraverso lo stimolo della sete.

Che caratteristiche deve avere l’acqua come alimento? Deve essere innanzi tutto microbiologicamente pura e deve avere un contenuto minerale appropriato; infatti l’acqua distillata (come l’acqua piovana e la neve sciolta) non è adatta al consumo umano. A questo proposito nella Comunità Europea si distinguono le seguenti tipologie di acque minerali:

  • Minimamente mineralizzate (residuo fisso < 50 mg/l); tipiche di zone montane dove le piogge sono abbondanti
  • Oligominerali (residuo fisso 50 – 500 mg/l); prive di particolare sapore e dal moderato effetto diuretico
  • Mineralizzate (residuo fisso 500 – 1500 mg/l); più o meno gasate, con sapore più marcato e con un ruolo biologico determinato dal tipo di sale prevalente (acque solfate, clorurate, calciche, bicarbonate, florurate, ferruginose, sodiche e magnesiache). Le caratteristiche dipendono dal luogo di formazione
  • Ricche di sali minerali (residuo fisso > 1500 mg/l).

L’acqua poi non è solo un nutriente ma è il primo integratore per lo sport! (Sete di sport)

Per approfondimenti:

Torta alle mele — Ricetta adatta a pazienti nefropatici

I pazienti in IRC (insufficienza renale cronica) devono prestare massima attenzione all’assunzione di proteine, potassio, sodio e fosforo; cosa decisamente non banale. Capita spesso che i pazienti siano costretti a diete monotone e poco gratificanti, con il rischio di “sgarri” che potrebbero essere molto pericolosi.

In questo articolo vogliamo proporre una ricetta per un dolce, la tradizionale Apple pie americana, in una versione che sia adatta anche all’alimentazione di un paziente in IRC pre-dialitica o in dialisi (VFG > 15 ml/min). I valori dei nutrienti da “controllare” sono obiettivamente bassi e possono trovare spazio nel bilanciamento giornaliero (sempre tenendo d’occhio i dosaggi massimi ammessi dal proprio nefrologo). La ricetta proposta è stata adattata all’italiano partendo da quella proposta nel libro in bibliografia, ricalcolando tutti i valori nutrizionali utilizzando il database INRAN.

Ingredienti e dosaggi

  • 1 dose di pasta per crostata
    • 220 g di farina 00
    • 179 g di margarina vegetale
    • 60-75 ml di acqua gelata
  • 110 g di zucchero
  • 15 g di farina 00
  • 700 g di mele senza buccia affettate
  • 30 g di margarina vegetale
  • cannella q.b.
  • noce moscata q.b.

Preparazione

Incorporare la margarina nella farina fino a che la miscela ricorda della farina di mais grezza. Bagnarla velocemente con l’acqua ghiacciata, un cucchiaio alla volta, mescolando leggermente con una forchetta (l’impasto dovrebbe essere abbastanza umido da restare assieme, ma non deve essere appiccicoso). Impastare a forma di palla, ricoprirlo e lasciarlo riposare in frigo sino all’utilizzo.
Nel frattempo mescolare assieme lo zucchero, la farina, la cannella e la noce moscata. Mescolare delicatamente con le mele affettate.
Dividere l’impasto a metà, stendere una metà in un disco di circa 30 cm e sdraiarlo in una teglia.
Adagiare le mele aromatizzate sul fondo per crostata già disposto nella teglia. Mettere la margarina, in riccioli, sopra le mele così disposte.
Stendere il restante impasto in un disco analogo al precedente, effettuare alcuni tagli nella zona centrale, per permettere la fuoriuscita del vapore di cottura, depositarlo delicatamente sul ripieno, pinzare assieme i bordi del disco superiore e inferiore. Infornare e cuocere a 220°C per 50-60 minuti, o finché la crostata non assume il giusto grado di doratura e le mele si sono ammorbidite. Tagliare in 10 fette uguali.

Ogni fetta apporta 316 Kcal e contiene 2,8 g di proteine; 144,3 mg di sodio; 118,4 mg di potassio e 28,8 mg di fosforo.

Nel caso fosse particolarmente necessario tenere sotto controllo l’apporto proteico, si può utilizzare farina aproteica al posto della farina di frumento 00.

Per approfondimenti:

P. Ellis — The Cleveland Clinic Foundation Creative Cooking for Renal Diets — Senay Publishing, 2006