Iperuricemia, un fattore di rischio emergente

Pubblichiamo oggi il contributo del dottor Andrea Deledda, Biologo Nutrizionista, che ci parla di iperuricemia

Iperuricemia

L’acido urico è un metabolita delle basi puriniche, componenti fondamentali degli acidi nucleici (DNA e RNA) e quindi delle nostre cellule.

L’iperucemia, ossia una condizione in cui vi sono elevati livelli di acido urico nel sangue, rappresenta un fattore di rischio per la gotta e per i calcoli renali (in questo caso di urato), ma anche, come è stato recentemente evidenziato, per la sindrome metabolica.

L’uomo, come altri primati, non possiede l’enzima uricasi, e per questo ha livelli più alti (fino a 10 volte) di acido urico rispetto agli altri mammiferi. L’omeostasi di questa molecola è regolata da diversi fattori: produzione epatica da una parte, flusso plasmatico e filtrazione glomerulare dall’altra. L’intestino, poi, espelle dal 25 al 35% dell’acido urico.

Nel rene l’acido urico viene filtrato, secreto e poi riassorbito per il 90%. Il riassorbimento viene ridotto da altri acidi organici che competono per lo stesso trasportatore, come ossalato, lattato e corpi chetonici. Inoltre possono concorrere ad aumentare i livelli di uricemia anche le diete a basso contenuto di carboidrati, l’insufficienza renale e malattie come la leucemia.

Sorprendentemente, l’acido urico è anche responsabile di oltre il 50% della funzione antiossidante totale nel plasma, ma questo solo in presenza di vitamina C. Non vi è ancora consenso se l’acido urico sia un fattore protettivo o di rischio; tuttavia, sembra che l’aumento acuto sia protettivo, mentre elevati valori cronici sembrano essere deleteri in seguito all’effetto pro-infiammatorio e pro-ossidante che aumenta il rilascio di IL-1, IL-6 e TNF-α, favorendo il catabolismo muscolare.

L’acido urico viene trasportato per la maggior parte legato all’albumina, senza la quale precipiterebbe molto facilmente alle normali concentrazioni plasmatiche. Proprio questa scarsa solubilità è alla base della gotta, dovuta alla deposizione di cristalli di acido urico a livello delle articolazioni.

L’iperuricemia è inoltre correlata a ipertrigliceridemia, ridotti livelli di colesterolo HDL e minore biodisponibilità di ossido nitrico, tutti fattori correlati con la sindrome metabolica.

La produzione di acido urico è influenzata dalle purine presenti nella dieta, che potrebbero innalzare l’uricemia, rispetto ai valori basali, da 1 a 2 mg/dL. Viene quindi normalmente suggerito di ridurre le carni più ricche in purine (vitello, pancetta, capretto, montone, tacchino, maiale, anatra, oca), mentre l’intake totale di proteine non sembra essere influente. Le proteine dei latticini sono correlate in maniera inversa con l’uricemia, forse per il loro effetto uricosurico (ne aumentano cioè l’escrezione urinaria) e per il loro scarso contenuto in purine. Anche alcuni vegetali (come asparagi, cavoli, spinaci e legumi) che solitamente si sconsigliano in caso di iperuricemia, non appaiono, in recenti studi, legati a un innalzamento dei livelli ematici di acido urico. Uno dei lavori citati (Zgaga et al.) ha anche messo in evidenza una mancanza di correlazione tra pesce e aumento dell’uricemia, che andrà verificata meglio in futuro.

Un fattore emergente responsabile di iperuricemia è il fruttosio ad alte dosi: nel suo metabolismo infatti la prima reazione (fosforilazione del fruttosio ad opera dell’enzima fruttochinasi) è molto veloce e non ha feedback negativo, mentre quella seguente (catalizzata dall’aldolasi B) è lenta. Così alti carichi di fruttosio determinano l’accumulo di fruttosio 1-fosfato e contemporanea deplezione di fosfati inorganici, carenza che a sua volta determina accumulo di ADP e AMP, catabolizzati quindi ad acido urico. Esiste però una differente risposta tra il fruttosio presente nella frutta e quello di origine industriale, forse dovuta alla contemporanea presenza nel primo di sali minerali e antiossidanti, in particolare vitamina C, che invece non sono presenti nel secondo. La vitamina C infatti aumenta l’escrezione renale di acido urico (uricosuria) e il suo intake è quindi inversamente proporzionale all’uricemia.

Anche il saccarosio (il comune zucchero da tavola, costituito per il 50% da fruttosio), il sorbitolo (convertito in fruttosio dal fegato), il lattato e le metilxantine (caffeina, teofillina e teobromina, contenute rispettivamente in caffè, tè e cacao) aumentano l’uricemia.

L’alcol incrementa i livelli di acido urico nel sangue aumentando la produzione epatica e riducendo l’escrezione renale. Un moderato consumo di vino non sembra avere effetti negativi, al contrario di superalcolici e birra.

Il caffè sembra ridurre l’uricemia per la presenza di antiossidanti, come l’acido clorogenico, che migliora la resistenza insulinica, fattore che aumenta l’escrezione renale di acido urico.

In sintesi, un’alimentazione ricca di carboidrati raffinati, bibite gassate, carni rosse e grasse, grassi poco salutari, o anche diete povere di carboidrati rappresentano un fattore di rischio per l’uricemia e la gotta, ma anche per le malattie cardiovascolari e renali; mentre un approccio di tipo mediterraneo, ricco di grassi salutari, frutta, verdura, cereali integrali e legumi e un adeguato consumo di pesce, carni bianche e latticini, risulta protettivo nei confronti di questo emergente fattore di rischio.

Dottor Andrea Deledda — Biologo Nutrizionista presso il Centro Obesità, AOU Cagliari
Sito web: Studio Dott. Andrea Deledda
Blog: nutrizione996

Per approfondimenti:

Calcoli renali: quel che c’è da sapere

Pubblichiamo oggi il contributo del dottor Andrea Deledda che ci parla di calcoli renali

Calcoli renali

I calcoli renali (o nefrolitiasi) sono dovuti alla precipitazione di sali minerali e organici nell’apparato urinario. Si manifestano in maniera molto dolorosa con le coliche renali, quando il calcolo non riesce a essere espulso per vie naturali.

La maggior parte dei calcoli renali sono composti da ossalato di calcio, più raramente da fosfati, urati e aggregati cistinici.

Per prevenire i calcoli il primo consiglio è sicuramente quello di avere un’adeguata idratazione durante la giornata (almeno 1,5 litri/die)1.

Nella dietologia classica, essendo l’ipercalciuria (eccesso di calcio escreto con le urine) associata alla calcolosi renale, si riteneva che riducendo l’introduzione di calcio si potesse abbassare il rischio di calcoli renali. In realtà, se la restrizione è troppo severa, questo comportamento aumenta l’assorbimento intestinale di ossalato, che va a incrementare la formazione di precipitati a livello renale. Se infatti assumiamo abbastanza calcio, esso si lega con l’ossalato nell’intestino riducendo il rischio di formazione di calcoli renali. Sono dunque poco adeguati i consigli di ridurre semplicemente l’uso di latticini e acque ad alto tenore di calcio, mentre è molto più importante avere una dieta normocalcica (i LARN del 2012 indicano un apporto di riferimento giornaliero compreso tra i 700 e i 1300 mg a seconda delle età), facendo anche attenzione ad altri nutrienti che influenzano la calciuria (come ad esempio carboidrati raffinati, sodio, potassio e proteine)1,2.

Le proteine, in particolare quelle di origine animale ricche di aminoacidi solforati, influenzano il potenziale acido della dieta, riducendo il riassorbimento tubulare di calcio, mobilizzandolo dalle ossa. Una sufficiente quantità di proteine (insieme a vitamina D e calcio) è però necessaria per la salute delle ossa3.

Il sodio (elemento contenuto nel sale da cucina) favorisce l’escrezione renale di calcio, mentre il potassio, di cui sono ricche frutta e verdura, ha l’effetto contrario.

I carboidrati raffinati e gli zuccheri semplici (tra cui glucosio e saccarosio) sono correlati con una riduzione del riassorbimento tubulare di calcio, forse per un’anomala risposta insulinica, e aumentano quindi la sua escrezione. Il ruolo del fruttosio appare invece controverso.

Frutta e verdura, con il loro potenziale alcalinizzante, potrebbero ridurre la tendenza alla formazione dei calcoli. Le fibre in generale hanno però un ruolo incerto, perché legando il calcio intestinale potrebbero aumentare l’assorbimento di ossalato1.

La presenza di ossalato nelle urine (ossaluria) è forse il maggiore fattore di rischio per i calcoli. Nonostante l’uso di alimenti ricchi in ossalato (ad esempio spinaci, rabarbaro, arance, sedano e cioccolata) sia causa di un leggero aumento dell’ossaluria, è probabile che sia da tenere in maggiore considerazione l’ossalato prodotto per via endogena da altri nutrienti. Tra questi troviamo la vitamina C (in dosi raggiungibili probabilmente solo con integratori e non con frutta e verdura, cioè superiori ai 500 mg), la glicina (un amminoacido non essenziale), il glicolato (un α-idrossiacido intermedio del metabolismo vegetale) e l’idrossiprolina (un amminoacido idrossilato presente nel collagene, non utilizzabile per la sintesi proteica)4. In generale è stata evidenziata una correlazione inversa tra ossaluria e intake di calcio e diretta tra ossaluria e vitamina C, volume delle urine e indice di massa corporea1.

È possibile individuare un legame tra alcune bevande e calcoli renali: caffè, tè, succo d’arancia, vino e birra appaiono ridurre il rischio, mentre succo di mela e d’uva sembrano aumentarlo1,5. Le bibite zuccherate sono associate con aumento dell’escrezione di ossalato e ricorrenza di nefrolitiasi e sono quindi assolutamente sconsigliate1,5.

Un altro modo di ridurre l’assorbimento intestinale di ossalato, insieme all’introduzione di equilibrate quantità di calcio, è quello di assumere un probiotico che contenga un particolare batterio che degrada questa molecola, l’Oxalobacter formigenes. L’ossalato rappresenta la principale fonte energetica di questo batterio, che così ne riduce la quantità assorbita dall’intestino6. Si è notato che esistono persone con intestino colonizzato da questo batterio e altre che non lo hanno, e questo potrebbe rappresentare una differenza fondamentale nella tendenza individuale alla formazione di calcoli7.

In sintesi una dieta di tipo DASH, comunemente utilizzata per l’ipertensione, con poco sale, senza eccessi di proteine animali, molta frutta e verdura e uso di latticini moderato, sembra un buon approccio nei confronti della tendenza alla formazione dei calcoli renali. È inoltre importante mantenere un peso corporeo adeguato1.

Un rimedio erboristico, il fillanto (Phyllanthus niruri), sembra avere effetti promettenti sia nella prevenzione sia nel trattamento dei calcoli renali8.

Dottor Andrea Deledda — Biologo Nutrizionista presso il Centro Obesità, AOU Cagliari
Sito web: Studio Dott. Andrea Deledda
Blog: nutrizione996

Per approfondimenti:

  1. Trinchieri A — Diet and renal stone formation — Minerva Med. 2013 Feb;104(1):41-54
  2. Borghi L, et al.Comparison of two diets for the prevention of recurrent stones in idiopathic hypercalciuria — N Engl J Med. 2002 Jan 10;346(2):77-84
  3. Bonjour JP — Protein intake and bone health — Int J Vitam Nutr Res. 2011 Mar;81(2-3):134-42. doi: 10.1024/0300-9831/a000063
  4. Taylor EN, Curhan GC — Oxalate intake and the risk for nephrolithiasis — J Am Soc Nephrol. 2007 Jul;18(7):2198-204
  5. Ferraro PM, et al.Soda and other beverages and the risk of kidney stones — Clin J Am Soc Nephrol. 2013 Aug;8(8):1389-95
  6. Al-Wahsh I, et al.Acute probiotic ingestion reduces gastrointestinal oxalate absorption in healthy subjects — Urol Res. 2012 Jun;40(3):191-6
  7. Jiang J, et al.Impact of dietary calcium and oxalate, and Oxalobacter formigenes colonization on urinary oxalate excretion — J Urol. 2011 Jul;186(1):135-9
  8. Boim MA, et al.Phyllanthus niruri as a promising alternative treatment for nephrolithiasis — Int Braz J Urol. 2010 Nov-Dec;36(6):657-64
Come aiutare i nostri reni?
Come aiutare i nostri reni

I reni sono organi che si trovano nell’addome, ai lati della colonna vertebrale. Sono grandi come un pugno e hanno la forma di un fagiolo. Ogni rene contiene circa un milione di piccole unità funzionali chiamate nefroni.

La branca della medicina che si occupa delle malattie renali è la nefrologia e i medici specialisti in questo campo sono i nefrologi.

I reni hanno molti e importantissimi compiti.

  • Regolano con precisione la quantità di liquidi nel nostro corpo eliminando quelli in eccesso con l’urina
  • Purificano il sangue dalle scorie provenienti da ciò che mangiamo e beviamo
  • Regolano la quantità del potassio, del sodio, del calcio e di moltissime altre sostanze che introduciamo con l’alimentazione
  • Producono due importanti ormoni: l’eritropoietina (che stimola la produzione dei globuli rossi) e la renina (che regola la pressione arteriosa). Inoltre regolano l’attività di altri ormoni come l’insulina
  • Regolano l’assorbimento del calcio, fondamentale per le nostre ossa
  • Regolano la concentrazione del fosforo e del paratormone

Per svolgere tutti questi compiti i reni filtrano ogni giorno circa 170 litri di sangue, dal quale estraggono circa 1,5 – 2 litri di urina.

Ci sono molte malattie che possono causare danni ai reni, sia direttamente sia indirettamente.

  • Glomerulonefriti, che normalmente si accompagnano a sangue nelle urine e gonfiore al volto o alle estremità
  • Malattie congenite come ad esempio il rene policistico
  • L’ipertensione arteriosa
  • Il diabete
  • L’aterosclerosi
  • L’obesità
  • Le dislipidemie

Quando i reni non funzionano bene le scorie e le tossine che rimangono nel nostro organismo provocano effetti tossici che possono manifestarsi con diversi sintomi (nausea, stanchezza, alterazioni dell’appetito, gonfiore alle gambe, difficoltà a respirare, urina scura per la presenza di sangue, pallore per l’anemia, crampi muscolari).

Tuttavia molte volte la malattia renale è silente, senza sintomi o dolore; quindi, per indagare la salute dei reni, è necessario ricorrere ad alcuni semplici esami di laboratorio. Tra questi l’esame delle urine, che può mostrare la presenza di sangue, proteine o altre sostanze in concentrazioni superiori alla norma e la determinazione della concentrazione di creatinina nel sangue. La creatinina è una sostanza che proviene dal metabolismo dei muscoli e tende ad accumularsi nel sangue quando i reni non funzionano bene.

Se diagnosticata in tempo la malattia renale si può rallentare, o addirittura bloccare, attraverso l’impostazione, da parte del nefrologo, di una terapia conservativa. Sarà poi cura del paziente mettere in atto nel modo più preciso possibile le indicazioni ricevute, pur conducendo una vita normale, sia dal punto di vista lavorativo che di svago.

In alcuni casi potrà essere utile seguire una dieta particolare, ma sempre si dovrà avere uno stile di vita sano. Attività fisica compresa. A volte potrebbe essere necessario ricorrere a prodotti speciali quasi totalmente privi di proteine e di fosforo, detti prodotti aproteici. In molte regioni questi prodotti sono dispensati gratuitamente dal Sistema Sanitario Nazionale con richiesta del nefrologo.

Fare sempre attenzione ad assumere farmaci o integratori interpellando prima il proprio medico curante, in quanto alcuni possono essere dannosi per i reni.

Ridurre il vino a non più di un bicchiere a pasto ed eliminare l’uso dei superalcolici. Se inoltre siete fumatori è arrivato il momento di smettere.

Per approfondimenti:

Oggi è la Giornata Mondiale del Rene
Giornata Mondiale del ReneLocandina Giornata Mondiale del Rene 2013 - SIN

Oggi è la Giornata Mondiale del Rene. Questo evento ha lo scopo di ribadire il ruolo fondamentale di tale organo e di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di diagnosticare precocemente le malattie renali. Spesso, infatti, i reni si ammalano in modo silenzioso e ancora oggi troppe persone devono ricorrere alla dialisi o al trapianto (solo in Italia si stimano 50.000 pazienti in trattamento dialitico cronico, di cui oltre il 70% sono diabetici e/o ipertesi); fondamentale è la diagnosi precoce in modo da prevenire l’evoluzione e le complicanze della malattia renale.

I primi passi sono semplici, basta un’analisi delle urine e il dosaggio delle creatinina nel sangue, oltre a un controllo regolare della pressione arteriosa; il medico potrà così stabilire se sono necessarie ulteriori indagini.

Ancora più importante è la prevenzione attraverso uno stile di vita sano, che aiuti a ridurre il più possibile malattie come il diabete, l’ipertensione, l’obesità e l’abuso di farmaci antiinfiammatori.

Affinché l’informazione sia il più capillare possibile, moltissime strutture apriranno le porte organizzando incontri e offrendo visite e alcuni esami gratuiti. Per saperne di più è possibile visitare la pagina della Società Italiana di Nefrologia.

Per approfondimenti:

SIN - Società Italiana di Nefrologia

Calcoli renali

Pubblichiamo oggi il contributo della dottoressa Livia Diotallevi sui calcoli renali

I calcoli renali si formano in seguito a precipitazione di soluti nelle urine con formazione di sali che aggregandosi formano prima dei cristalli e poi i calcoli.
Normalmente sono presenti nell’urina delle sostanze che impediscono la formazione di cristalli: il citrato, il magnesio e i pirofosfati. Livelli bassi di questi inibitori (di cui il citrato è il più importante) possono contribuire alla formazione di calcoli nel rene.
Si possono distinguere diversi tipi di calcoli a seconda della loro composizione chimica:

  1. Calcarei, sono i più diffusi e sono formati da ossalato di calcio o da fosfato di calcio
  2. Urici formati da acido urico
  3. Misti formati da ossalato di calcio, fosfato di calcio e acido urico
  4. Cistinici formati da cistina
  5. Calcoli di struvite o infettivi dovuti a infezione delle vie urinarie

Tra i fattori che possono favorire la formazione di calcoli ci sono senza dubbio:

  • la scarsa idratazione: la diminuzione di liquidi determina un minor flusso di urine e facilita la precipitazione dei sali);
  • dieta inadeguata;
  • acidità delle urine;
  • familiarità;
  • etnia (le razze caucasica e asiatica sono più predisposte);
  • età: i calcoli compaiono maggiormente nei soggetti la cui età è compresa tra i 20 e i 40 anni;
  • sesso: gli uomini sono più colpiti delle donne.

La dieta riveste un ruolo fondamentale nella prevenzione della formazione dei calcoli, almeno per i calcoli calcarei e urici. I calcoli cistinici si formano per un disordine genetico mentre quelli di struvite (un fosfato idrato di ammonio e magnesio) in seguito a infezioni delle vie urinarie: in questi due casi la dieta non ha effetto sulla formazione dei calcoli.
Concentreremo la nostra attenzione, quindi, solo sui primi tipi di calcoli.

Calcoli calcarei

Possono essere di ossalato di calcio o di fosfato di calcio.

I calcoli di ossalato di calcio sono tra i più comuni e si formano quando le urine hanno un pH basso (urine acide). L’ossalato introdotto con la dieta gioca un ruolo importante nella formazione di questi calcoli ed è necessario limitare il consumo di cibi che ne contengono molto come spinaci, barbabietole rosse, porri, rabarbaro, sedano, melanzane, succo di arancia, tè nero, noccioline e fichi secchi, cioccolata, crusca. Per quanto riguarda, invece, l’apporto del calcio con gli alimenti è da sfatare l’idea che favorisca la formazione dei calcoli: non è così, anzi il calcio introdotto con il cibo si lega con gli ossalati nel tratto per formare il complesso calcio-ossalato che non viene assorbito ed è eliminato con le feci. In questo modo il calcio impedisce all’ossalato di essere assorbito a livello intestinale, entrare in circolo, raggiungere le vie urinarie e formare i calcoli. Un adeguato apporto di calcio serve poi per mantenere la giusta densità ossea. Il citrato è un inibitore naturale della formazione di calcoli e il succo di limone ne è un’ottima fonte: ecco perché, per chi soffre di calcoli di ossalato di calcio, si consiglia di aggiungere succo di limone all’acqua.

È importante in cucina limitare l’uso del sale che favorisce la formazione di nuovi calcoli: si può sostituire con le spezie che insaporiscono i cibi in modo sicuro.

I calcoli di fosfato di calcio: quelli puri sono rari e correlati di solito a determinati disordini metabolici come l’iperparatiroidismo l’acidosi tubulare renale distale. Più spesso si trovano i calcoli di fosfato di calcio con quelli di ossalato di calcio. I calcoli di fosfato di calcio si formano quando il pH delle urine è alto (urine basiche) e spesso è presente una condizione di ipocitraturia (diminuita escrezione di citrato nell’urina), e il citrato è noto per essere un inibitore della formazione di calcoli. Alcuni accorgimenti alimentari come una dieta con poco sale e proteine animali, molte fibre, molta acqua e un’integrazione con preparati a base di citrato di potassio e magnesio possono aiutare nel limitare la formazione dei calcoli.

Calcoli urici

Sono costituiti da acido urico e si formano facilmente quando si segue una dieta particolarmente ricca in proteine animali. Dunque per il trattamento della calcolosi di acido urico, prima di tutto è necessario correggere la propria alimentazione: ridurre drasticamente l’apporto di proteine animali (acciughe, aringhe, interiora, agnello, cacciagione, salumi, eccetera), aumentare il consumo di frutta e verdura e, nel caso, seguire una terapia medica con allopurinolo e citrati.

In tutti i casi di calcolosi il rimedio più importante è soprattutto quello di bere liquidi in abbondante quantità, almeno 2 l di acqua al giorno (terapia idropinica) e anche un’assunzione quotidiana di citrato di potassio e magnesio può essere di aiuto nella prevenzione della calcolosi renale.

Dottoressa Livia Diotallevi

Bibliografia:

  • European Association of Urology Guidelines, Urolithiasis
  • Douglas M. Anderson; A. Elliot Michelle, Mosby’s medical, nursing, & Allied Health Dictionary sesta edizione, New York, Piccin, 2004.
Acqua: quanta e quale?

Nell’uomo l’acqua costituisce il 60-65% del peso corporeo. Questo valore rappresenta una media tra il 75% di idratazione del tessuto muscolare e il 10% del tessuto adiposo. Nelle donne la quantità di acqua corporea è sensibilmente minore, in seguito alla maggior percentuale di massa grassa.

È quindi normale che un atleta, avendo una massa magra particolarmente sviluppata, abbia anche un contenuto idrico totale maggiore rispetto a un soggetto normale. Appare dunque logico che anche una perdita corretta di peso (a carico del grasso corporeo) sia più lenta rispetto a quella associata a scriteriate diete ipocaloriche che determinano perdita di preziosa massa magra accompagnata da una cospicua quantità di acqua corporea (si perdono 3 g di acqua tissutale per ogni grammo di proteine).

Ma dove si trova tutta quest’acqua? Per la maggior parte, circa 2/3, si trova all’interno delle cellule mentre il terzo restante si trova nel comparto extracellulare (liquido interstiziale, sangue, linfa, liquido transcellulare — rappresentato dalle secrezioni come i succhi digestivi, il fluido intraoculare, il liquido cerebrospinale, il liquido sinoviale, ecc.).

È vero che l’acqua viene prodotta nel corso dell’ossidazione dei nutrienti energetici, ma tale quantità non è sufficiente a coprire il fabbisogno giornaliero ed è pertanto un nutriente necessario.

Le sue funzioni sono tantissime:

  • è il solvente di in cui avvengono le reazioni metaboliche
  • è una fonte di sali minerali
  • è il costituente principale delle cellule e ne regola il volume
  • regola la temperatura corporea
  • permette il trasporto dei nutrienti e delle scorie
  • ha una funzione lubrificante a livello del tubo digerente, permettendo la progressione del bolo, e a livello delle giunzioni articolari (liquido sinoviale).

Una perdita anche solo del 5-6% dell’acqua corporea produce seri squilibri e andando oltre il 7% può sopraggiungere il coma e la morte che avviene essenzialmente per due motivi:

  • perché si ha una riduzione del volume plasmatico, che comporta una ridotta ossigenazione dei tessuti
  • perché aumenta la temperatura corporea in seguito all’alterazione del meccanismo di termoregolazione per il quale l’acqua è indispensabile.

Così come è pericolosa la disidratazione, lo è anche l’iperidratazione che può verificarsi nei seguenti casi:

  • per eccessiva assunzione di liquidi da parte di persone nefropatiche
  • a seguito di disturbi psichiatrici
  • per eccessiva introduzione o ridotta escrezione di sodio.

Le conseguenze sono altrettanto gravi in quanto si può avere nausea, vomito, ipertensione, disturbi del sistema nervoso centrale fino al coma e alla morte.

Ma a quanto ammonta il nostro fabbisogno idrico? Bisogna dire che questo valore è influenzato da vari fattori come l’alimentazione, la temperatura ambientale e l’attività fisica. Le RDA (Recommended Dietary Allowance) sono 1,0 ml/kcal per l’adulto e 1,5 ml/kcal per il bambino (corrispondente al rapporto acqua/energia del latte materno). La quota maggiore assegnata all’infanzia è giustificata dal fatto che:

  • il neonato ha una maggiore percentuale di acqua corporea (77% che si abbassa progressivamente a valori simili a quelli dell’adulto con la pubertà, momento in cui si manifesta anche la differenza di idratazione riscontrata nei due sessi)
  • nel primo periodo di vita vi è una minor capacità del rene di eliminare il carico di soluti
  • vi è un maggiore rapporto superficie/volume che espone i bambini piccoli a un rischio più alto di disidratazione
  • il turnover giornaliero dell’acqua corporea è più veloce: nell’adulto è pari al 4% del peso corporeo, mentre nei primi mesi di vita può arrivare anche al 15%.

Si assiste inoltre a un maggior fabbisogno anche durante la gravidanza, l’allattamento e alcuni stati patologici (febbre, vomito, diarrea).

Le entrate idriche sono rappresentate essenzialmente da tre componenti:

  1. 500-900 ml sono introdotti con gli alimenti (il contenuto di acqua nei cibi solidi varia dallo 0% per lo zucchero e l’olio, all’80% per la frutta e il latte)
  2. 800-1500 ml sono assunti con le bevande; gli alcolici, il caffè e le bibite tipo cola non sono buoni sostituti dell’acqua in quanto alcol e caffeina favoriscono le predite idriche (in particolare l’etanolo inibisce l’azione dell’ormone ADH)
  3. 300 ml sono costituiti dall’acqua endogena prodotta dal metabolismo. Un grammo di carboidrati produce 0,6 g di acqua, un grammo di proteine ne produce 0,4 g e da un grammo di lipidi ne derivano 1,1 g.

L’acqua assunta con i cibi e le bevande viene assorbita maggiormente, per il 70-80%, a livello dell’intestino tenue e in minor misura nel colon.

Le uscite invece sono rappresentate da:

  1. la perspiratio insensibilis (600-1000 ml al giorno) ossia il vapore acqueo perso con l’aria espirata e con l’evaporazione attraverso la cute che varia in base alle condizioni ambientali (un aumento di 7° C, da 24 a 31, raddoppia la quota persa con la perspirazione), al metabolismo basale, alla temperatura corporea (un aumento di soli 2° C comporta un aumento dell’evaporazione del 50%), al vestiario, ecc.
  2. le feci; soli 100-150 ml al giorno grazie all’efficiente riassorbimento di liquidi contro gradiente di concentrazione che avviene nel colon
  3. il sudore
  4. le urine; il volume medio è di circa 1300 ml al giorno (500-600 ml sono la quota minima richiesta per eliminare le scorie metaboliche).

Le prime tre componenti sono perdite extrarenali obbligatorie e non dipendono dall’assunzione di acqua, mentre le perdite renali possono essere entro certi limiti regolate mediante l’eliminazione di urine più o meno concentrate.

Il mantenimento del bilancio idrico avviene attraverso due meccanismi principali: il senso della sete e l’emuntorio renale.

Ma quando abbiamo sete? I segnali sono molti e diversi: influisce la distensione dello stomaco, la secchezza della bocca e la gittata cardiaca. Il centro della sete è localizzato nell’ipotalamo e ha il delicato compito di integrare i diversi tipi di segnali mediante il monitoraggio continuo dell’osmolarità dei liquidi extracellulari. Lo stesso ipotalamo produce l’ormone peptidico ADH (ormone antidiuretico o vasopressina) che limita le perdite idriche attraverso un maggiore riassorbimento di acqua a livello dei tubuli distali e dei dotti collettori e la formazione di urina ipertonica (più concentrata).

In definitiva quando il centro della sete percepisce una tendenza alla disidratazione determina un risparmio di acqua persa con le urine e ci spinge a bere attraverso lo stimolo della sete.

Che caratteristiche deve avere l’acqua come alimento? Deve essere innanzi tutto microbiologicamente pura e deve avere un contenuto minerale appropriato; infatti l’acqua distillata (come l’acqua piovana e la neve sciolta) non è adatta al consumo umano. A questo proposito nella Comunità Europea si distinguono le seguenti tipologie di acque minerali:

  • Minimamente mineralizzate (residuo fisso < 50 mg/l); tipiche di zone montane dove le piogge sono abbondanti
  • Oligominerali (residuo fisso 50 – 500 mg/l); prive di particolare sapore e dal moderato effetto diuretico
  • Mineralizzate (residuo fisso 500 – 1500 mg/l); più o meno gasate, con sapore più marcato e con un ruolo biologico determinato dal tipo di sale prevalente (acque solfate, clorurate, calciche, bicarbonate, florurate, ferruginose, sodiche e magnesiache). Le caratteristiche dipendono dal luogo di formazione
  • Ricche di sali minerali (residuo fisso > 1500 mg/l).

L’acqua poi non è solo un nutriente ma è il primo integratore per lo sport! (Sete di sport)

Per approfondimenti:

Torta alle mele — Ricetta adatta a pazienti nefropatici

I pazienti in IRC (insufficienza renale cronica) devono prestare massima attenzione all’assunzione di proteine, potassio, sodio e fosforo; cosa decisamente non banale. Capita spesso che i pazienti siano costretti a diete monotone e poco gratificanti, con il rischio di “sgarri” che potrebbero essere molto pericolosi.

In questo articolo vogliamo proporre una ricetta per un dolce, la tradizionale Apple pie americana, in una versione che sia adatta anche all’alimentazione di un paziente in IRC pre-dialitica o in dialisi (VFG > 15 ml/min). I valori dei nutrienti da “controllare” sono obiettivamente bassi e possono trovare spazio nel bilanciamento giornaliero (sempre tenendo d’occhio i dosaggi massimi ammessi dal proprio nefrologo). La ricetta proposta è stata adattata all’italiano partendo da quella proposta nel libro in bibliografia, ricalcolando tutti i valori nutrizionali utilizzando il database INRAN.

Ingredienti e dosaggi

  • 1 dose di pasta per crostata
    • 220 g di farina 00
    • 179 g di margarina vegetale
    • 60-75 ml di acqua gelata
  • 110 g di zucchero
  • 15 g di farina 00
  • 700 g di mele senza buccia affettate
  • 30 g di margarina vegetale
  • cannella q.b.
  • noce moscata q.b.

Preparazione

Incorporare la margarina nella farina fino a che la miscela ricorda della farina di mais grezza. Bagnarla velocemente con l’acqua ghiacciata, un cucchiaio alla volta, mescolando leggermente con una forchetta (l’impasto dovrebbe essere abbastanza umido da restare assieme, ma non deve essere appiccicoso). Impastare a forma di palla, ricoprirlo e lasciarlo riposare in frigo sino all’utilizzo.
Nel frattempo mescolare assieme lo zucchero, la farina, la cannella e la noce moscata. Mescolare delicatamente con le mele affettate.
Dividere l’impasto a metà, stendere una metà in un disco di circa 30 cm e sdraiarlo in una teglia.
Adagiare le mele aromatizzate sul fondo per crostata già disposto nella teglia. Mettere la margarina, in riccioli, sopra le mele così disposte.
Stendere il restante impasto in un disco analogo al precedente, effettuare alcuni tagli nella zona centrale, per permettere la fuoriuscita del vapore di cottura, depositarlo delicatamente sul ripieno, pinzare assieme i bordi del disco superiore e inferiore. Infornare e cuocere a 220°C per 50-60 minuti, o finché la crostata non assume il giusto grado di doratura e le mele si sono ammorbidite. Tagliare in 10 fette uguali.

Ogni fetta apporta 316 Kcal e contiene 2,8 g di proteine; 144,3 mg di sodio; 118,4 mg di potassio e 28,8 mg di fosforo.

Nel caso fosse particolarmente necessario tenere sotto controllo l’apporto proteico, si può utilizzare farina aproteica al posto della farina di frumento 00.

Per approfondimenti:

P. Ellis — The Cleveland Clinic Foundation Creative Cooking for Renal Diets — Senay Publishing, 2006